dic. 2018
Anno 02
Uncategorised 7 dicembre 2018

di Luca Cimichella

«Ma il pensare è poetare (Dichten); non però solo un modo della Poesia (Dichtung) nel senso della poesia (Poesie) e del canto. Il pensiero dell’essere è il modo originario del poetare (Dichten). È in esso soltanto che prima di tutto il linguaggio si fa linguaggio, perviene cioè alla sua propria essenza. […] Il pensare è il poetare (Dichten) originario e primitivo che precede ogni poesia (Poesie) e che precede ogni carattere di Poesia nell’arte (das Dichterische in der Kunst) […]. Ogni poetare (Dichten), nel senso ampio e in quello ristretto del poetico (poetisch), è, nel suo fondamento, un pensare (Denken)».

 

 

Queste parole, contenute nel saggio Il detto di Anassimandro (1946) di Martin Heidegger, segnano una profonda cesura nella storia del pensiero occidentale.

L’incontro fecondo e misterioso tra il pensiero filosofico e la grande arte occidentale era nondimeno cominciato molto tempo prima. Già alla fine del XVIII secolo, con la svolta di Kant e lo sviluppo dell’Estetica come indagine filosofica intorno all’arte, si ebbe infatti una prima revisione del millenario pensiero platonico che vedeva nell’opera d’arte una semplice imitazione o riflesso sensibile della Verità metafisica. La svolta del Romanticismo in Germania, con poeti come Novalis e Hölderlin, segnò l’inizio di una profonda messa in discussione del linguaggio inteso in senso tradizionale, e quindi l’apertura ad un nuovo orizzonte d’esperienza della parola in quanto tale.

Fino a quel momento il linguaggio era stato concepito come un sistema di concetti che esprimono in sé il significato del mondo e di tutte le cose attraverso un codice di simboli linguistici.

Novalis tuttavia, già negli ultimi anni del Settecento, mette in crisi questo rapporto rappresentativo e logico-razionale tra mondo e linguaggio, scrivendo che «tutto ciò di cui facciamo esperienza è una comunicazione. Il mondo è in effetti una comunicazione – rivelazione dello spirito».

Se ciò è vero, si potrebbe dire addirittura che il mondo stesso è in sé interamente linguaggio.

Ed è proprio a partire da un simile sguardo rivelativo, quasi mistico sul mondo che per tutto l’Ottocento si fa strada, nel pensiero come nella poesia europea, una modalità progressivamente rinnovata di abitare il mistero del linguaggio.

Quando Hegel sancisce la cosiddetta “morte dell’arte” intende in verità dire che da questo momento in poi non è più possibile l’arte in quanto grande immagine rappresentata del mondo e della verità profonda delle cose. L’arte come imitazione oggettiva della realtà ha esaurito il proprio tempo storico: l’età dei grandi poemi epici o dei grandi affreschi michelangioleschi è finita per sempre.

A emergere nello scenario artistico europeo sono soprattutto linguaggi che fino a quel momento erano stati ritenuti secondari: il romanzo, la pittura paesaggistica, la musica.

Quest’ultima, affermandosi essa stessa come arte classica, riempie lo spazio lasciato vuoto dai grandi capolavori del passato, che in qualche modo vengono storicizzati e resi oggetto di venerazione proprio in quanto modelli ideali, non più figli del presente.

Tutto ciò, considerato insieme al consolidarsi delle discipline scientifiche, in particolare la filologia e la storiografia, sta a indicare in realtà il compimento autunnale di un’immensa storia del linguaggio, che nell’atto del suo giungere a maturazione entra allo stesso tempo in crisi terminale.

 

La crisi di tutti i linguaggi conosciuti è la condizione complessiva della cultura occidentale all’avvento del XX secolo. Le catastrofi politiche che si accompagnarono a questa crisi non sono altro in verità che sue intime conseguenze.

Ma che significa questo? In che senso gli eventi fondamentali della storia contemporanea possono essere compresi in quanto sintomi di una crisi terminale del linguaggio?

È chiaro che per rispondere a queste domande dobbiamo comprendere meglio quale sia l’essenza del linguaggio e in che rapporto essa stia rispetto all’accadere storico degli eventi.

 

Per far questo possiamo tornare alla citazione di Heidegger, che scrisse queste righe nel contesto di un’Europa ridotta in macerie dal disastro senza precedenti della Seconda Guerra Mondiale.

Egli innanzitutto distingue due livelli precisi della dimensione creativa del linguaggio: la Dichtung e la Poesie. Entrambe queste parole tedesche possono essere rese in italiano con “poesia”. Tuttavia il loro significato è nettamente distinto. La Poesie non è altro che l’arte del poetare in senso a noi più familiare, quello del poeta che si accinge a comporre versi.

Il poeta che produce versi, nota però Heidegger, non attinge il proprio linguaggio dal nulla, bensì da una fonte più originaria e misteriosa in base alla quale tutto il linguaggio parlato e scritto si costituisce storicamente. A questo punto saremmo portati a identificare questa fonte con gli stessi condizionamenti storici, sociali o psicologici che influenzano il poeta.

Heidegger però va ancora più a fondo nella domanda. Egli si chiede: da dove nasce quella complessa modalità di costituirsi di tutte le cose, che noi chiamiamo “contesto storico” di un certo autore? Il mondo stesso, nella sua condizione storica, deve cioè trarre origine da un orizzonte più vasto e misterioso di quello che possiamo comprendere con la nostra logica empirica.

 

Dobbiamo dire in effetti che il mondo è innanzitutto un mondo di significati. I significati si costituiscono in un preciso “mondo” quando si organizzano tra loro in una struttura complessiva di senso, ossia in modi di vivere, forme politiche e sociali, modi di pensare comuni. Il mondo è dunque già da sempre un’interpretazione del mondo, ossia una dimensione di senso entro la quale l’uomo abita, scoprendosi in tal modo umano. L’uomo è quell’essere che abita entro un preciso orizzonte di senso chiamato “mondo”.

 

Se dunque, come stiamo capendo, il mondo stesso – in senso umano – non può sussistere se non in quanto orizzonte di significato e di senso, l’abitazione più originaria e autentica della verità costitutiva del mondo è proprio il linguaggio.

Quest’ultimo però, prima ancora di farsi linguaggio parlato o linguaggio artistico, deve in qualche modo collocarsi al principio, svelarsi come fonte primaria e sorgiva di ogni significato. In tal senso Heidegger ci insegna che vi è un modo del linguaggio poetico (Poesie) in grado di contattare la parola nell’atto stesso del suo venire alla luce e farsi mondo: questa Parola originaria del linguaggio è il poetare inteso come Dichtung.

Questo termine tedesco ha la radice dic- in comune con le parole italiane dire (in latino dic-ere) e (in)dic-are, ma la troviamo anche nel verbo greco deìk-nymi, che significa proprio mostrare. In tal senso la Dichtung può essere concepita come un dire che mostra, ossia un dire che rivela la verità più profonda di ciò che dice.

Ma come si chiama in Occidente quel sapere che ha la pretesa di dire la verità più profonda delle cose, la Verità stessa in senso originario? La filosofia.

Essa è quel sapere razionale che indaga tutto ciò che è, e che quindi – nel suo più radicale fondamento, si concepisce (almeno da Parmenide in poi) come pensiero dell’essere.

 

Ecco perché Heidegger dice: «Il pensiero dell’essere è il modo originario del poetare» («Das Denken des Seins ist die ursprüngliche Weise des Dichtens»).

Qui risiede il comune e misteriosissimo suolo di pensiero e poesia. Affinché entrambi possano però scoprirsi co-appartenenti nella propria origine e nel proprio compito storico, occorre che ognuno dei due venga incontro all’altro, accettando la trasformazione radicale del proprio modo d’essere (Weise). Colui che pensa poetando, a prescindere se sia “poeta” o “filosofo”, è chiamato in ogni caso a porsi in ascolto della fonte originaria del linguaggio. La sua anima deve in qualche modo svuotarsi di sé per poter accogliere ciò che deve ancora nascere in quanto Parola poetica e mondo del linguaggio. Scrive a tal proposito Maria Zambrano: «E per questo il poeta si conserva vuoto, disponibile, sempre. La sua anima assomiglia a un ampio spazio aperto, deserto. Perché ci sono presenze che non possono discendere laddove ne esistano altre… Deserto, vuoto; perché solo quando questa presenza giungerà, giungeranno con essa tutte le altre; solo con la sua pienezza e luce acquisiranno corpo e senso le cose» (Filosofia e poesia, pag. 119).

 

Ciò che qui ci dice la Zambrano è più grande e misterioso di quanto sembri. Il deserto, sotto questo sguardo, non pare soltanto essere un luogo di morte e smarrimento, bensì chiaramente il luogo dell’erranza e del vuoto, necessario al poeta per tornare ad ascoltare la nuda parola nel suo volto nascente.

Non è forse il nostro tempo storico così pesante e spaesante proprio per un fraintendimento del vero senso del vuoto, del deserto che abitiamo?

Sono due secoli in effetti che la nostra cultura soffre di una misteriosa aridità. Già Hölderlin aveva annunciato una lunga notte del mondo, tematizzata poi da tutta la tradizione romantica.

La rivelazione poetica del linguaggio, che si fa strada lentamente nella coscienza – attraversando tutte le catastrofi della modernità, ci insegna essenzialmente a camminare nel deserto.

Ci insegna quindi che il nostro ambiente si fa deserto, cioè privo di senso e di bellezza, dal momento che noi stessi – come umani – non siamo in grado di riconoscere, di accogliere il deserto che abita in noi. Accogliere il deserto significa ascoltare la notte dell’anima nel suo parlare segreto.

La notte parla. Il nulla di senso ha un suo senso solo se ascoltato, solo se fatto parola.

In questo ascolto canta il primo degli Inni alla notte di Novalis:

 

Da lei mi distolgo e mi volto

verso la sacra, ineffabile

misteriosa notte.

Lontano giace il mondo –

Perso in un abisso profondo –

la sua dimora è squallida e deserta.

[…]

Che cosa a un tratto zampilla

grondante di presagi

sotto il cuore

e inghiottisce la molle brezza

della malinconia?

Da noi derivi a tua volta piacere,

o buia notte?

Quale cosa tu porti sotto il manto

che con forza invisibile

mi penetra nell’anima?

Delizioso balsamo

stilla dalla tua mano,

dal mazzo di papaveri.

Le gravi ali dell’anima tu innalzi.

[…]

Lode alla regina del mondo,

alta annunziatrice

di mondi santi,

custode del beato amore,

che a me ti manda –

tenera amata –

amabile sole notturno, –

ed ora veglio –

sono Tuo e Mio –

la notte mi annunziasti come vita –

mi hai fatto uomo –

consuma con l’ardore

dell’anima il mio corpo,

perché lieve nell’aria

con te io più strettamente mi congiunga

e duri eterna

la notte nuziale.

 

 

Ecco che la parola non è più un concetto linguistico, ma si scopre il luogo stesso di salvezza e di rimpatrio dell’essere umano. Non solo. Il linguaggio, in quanto abitazione più propria dell’essenza dell’uomo, è in sé progetto storico e poetico del mondo. Il mondo si crea parlando. La storia è in fondo la storia del pensiero, la storia delle idee e delle parole con cui l’uomo ha reso il mondo ciò che di volta in volta esso è stato.

Ancora Heidegger, nel saggio intitolato L’origine dell’opera d’arte, scrive: «Il progetto poetico della verità (dichtende Entwurf der Wahrheit) che si pone in opera in quanto forma (Gestalt) non ha mai luogo nel vuoto e nell’indeterminato. La verità in opera è invece pro-gettata (zu-geworfen) per i salvaguardanti a venire, cioè per un’umanità storica. […] Pertanto, tutto ciò che fu donato all’uomo nel progetto, deve essere tratto-fuori dal suo fondamento nascosto e fatto riposare in esso. […] L’instaurazione della verità è instaurazione non solo nel senso di libera donazione, ma anche nel senso di fondamento che fonda».

 

Chi parla dunque oggi con la voce di quel fondamento che fonda la storia dell’umanità a venire?

Chi ha il coraggio di farsi carico poeticamente del mondo, curandosi del deserto che custodisce in segreto l’attesa di una nascita?

In altre parole: chi è oggi il poeta? Chi ha la forza di osare una parola che apra la storia di un mondo che deve ancora venire?

 

Al di là delle infinite menzogne che vengono oggi spacciate per cultura, su queste domande e solo su queste si giocherà il destino del pianeta nei prossimi secoli.

A noi umani soltanto la passione e il fuoco entusiasmante di questo cammino.

...
Il Fiore Azzurro 8 novembre 2018

Accogliere le emozioni negative per sperimentare una gioia autentica

di Filippo Tocci
Siamo noi la locanda in cui vogliamo essere accolti (Rūmī)

Gialāl ad-Dīn Rūmī è stato un poeta di origine persiana vissuto nel XIII secolo, fondatore della confraternita sufi dei dervisci rotanti, monaci islamici che adottano un rituale di danza come via per raggiungere l’estasi mistica. In questo articolo, dopo l’introduzione, verrà presentata una sua famosa poesia intitolata “La locanda”. Molte delle “Poesie mistiche” di Rūmī nascono da una profonda conoscenza dell’animo umano, e per questo sono ancora attuali, possono vibrare e risuonare anche nel lettore contemporaneo. Come se i secoli che ci separano dalla loro stesura non abbiano avuto modo di scalfire la verità di quei versi. Tempo e spazio sono concetti concreti, ma anche relativi quando in gioco è l’essenza umana, così radicata nella storia, incarnata, ma mai riducibile a qualcosa di meramente materiale, misurabile nel qui ed ora della sua rappresentazione. Heidegger scriveva che l’Essere (Sein) è in realtà sempre un esser-ci (Dasein): noi non siamo solo degli enti, degli oggetti con una collocazione nel mondo, con un certo peso, altezza, ma siamo abitati anche da una dimensione che ci trascende e che non cessa di parlarci.

Partiamo da un dato: certamente la voce che ci giunge, in modo spesso inaspettato e involontario, non è sempre e subito piacevole. Humus, questa pagina culturale, nasce anche dal tentativo di un confronto onesto con la nostra realtà più profonda, senza rimuovere né negare nulla. Come Cremete, il protagonista della commedia di Terenzio intitolata Heautontimorumenos, anche noi vorremmo dire: homo sum, humani nihil a me alienum puto. Siamo uomini, nulla di ciò che riguarda l’umano ci è estraneo.

E cosa ci comunica, di cosa ci parla questa voce che ci trascende – nel senso che travalica i limiti fissati dal nostro controllo razionale – e che spesso ci disturba? Sì, spesso è proprio quella brutta sensazione che ci coglie la mattina, appena svegli, e che scacciamo subito perché il mondo ci chiede di essere efficienti e scattanti. Spesso finiamo per assecondare uno di quei diktat che la nostra società (una società fintamente tollerante, ma al contrario radicalmente violenta nei confronti dell’umano, come sosteneva Pasolini) ci impone: dobbiamo funzionare, non esistere. In questo modo la nostra giornata, però, è come se partisse da un qualcosa di inautentico, condizionando tutti i momenti e gli incontri successivi. In totale opposizione al mainstream, noi scegliamo qui, ora, di tornare alla nostra esistenza. Questo è sempre un grande atto di ribellione, di sana indisciplina, e non dovremmo mai dimenticarlo, anche quando ci dicono che in realtà la trasgressione consisterebbe nel comprarsi un paio di jeans strappati o una maglietta di marca con sopra scritto break the rules. La vera libertà, la vera trasgressione, quella che ci conduce oltre una legge oppressiva ma per liberarci davvero, in fondo nasce dal nostro essere onesti con noi stessi, mettendo al centro della nostra vita poche e semplici domande: come stiamo ora? E: cosa ci fa davvero essere felici?

Ora passiamo ai versi di Rūmī della poesia intitolata “La locanda”, e cerchiamo di gustare le parole senza finzioni e nemmeno proiettandole all’esterno, ma assimilandole dentro di noi, in ciò che accade nella nostra esperienza quotidiana. Qui infatti si parla proprio della persona umana, di noi:

L’essere umano è una locanda,
ogni mattina arriva qualcuno di nuovo.
Una gioia, una depressione, una meschinità,
qualche momento di consapevolezza arriva di tanto in tanto,
come un visitatore inatteso.
Dai il benvenuto a tutti, intrattienili tutti!
Anche se è una folla di dispiaceri
che devasta violenta la casa
spogliandola di tutto il mobilio,
lo stesso, tratta ogni ospite con onore:
potrebbe darsi che ti stia liberando
in vista di nuovi piaceri.
Ai pensieri tetri, alla vergogna, alla malizia,
vai incontro sulla porta ridendo,
e invitali a entrare.
Sii grato per tutto quel che arriva,
perché ogni cosa è stata mandata
come guida dell’aldilà
.

Rūmī inizia con il paragonare, attraverso una similitudine, l’essere umano ad una locanda che ogni mattina accoglie qualche nuovo avventore. Immaginiamo un luogo di passaggio, magari anche periferico, chissà, in una via buia e isolata, dove il locandiere non possa mai sapere chi stia per entrare. Nella locanda, chiunque arrivi viene effettivamente fatto entrare, perché è nella sua funzione e natura quella di accogliere i forestieri, i viandanti, anche se il locandiere non li conosce, e potrebbe in effetti lasciare entrare anche un ladro, senza nemmeno sospettarlo. Anche noi, se ci guardiamo onestamente, siamo costretti ad ammettere che la vita ci spinge sempre, e continuamente, ad aprirci, ad aprire le nostre porte. Siamo animali sociali, come scriveva Aristotele, e lo siamo che lo vogliamo o meno. Anche chi scelga di isolarsi dal mondo, non necessariamente in un eremo in montagna, ma magari in una delle tante “celle” che ormai costituiscono il tessuto sociale urbano, in qualche modo non è mai padrone in casa propria, deve fare i conti (e spesso in maniera anche più radicale!) con fantasmi, voci sconosciute che lo appellano, come da tempo ha rivelato la psicoanalisi. “Il nome dell’uomo è legione”, scriveva il mistico armeno Gurdjieff. Siamo sempre in dialogo con una dimensione altra, che sfugge al nostro dominio.

Se è vero quindi che anche noi, come scrive Rūmī, in fondo siamo una locanda, e cioè siamo continua-mente aperti al nuovo, a ciò che sopraggiunge, senza volerlo, che sia una sensazione piacevole o spiacevole, oppure un incontro inaspettato, e anche vero che la nostra reazione immediata è spesso quella di chiudere le finestre e le porte, possibilmente a doppia mandata, proprio per evitare questa possibilità! Il visitatore inatteso può essere “una gioia”, ma anche “una depressione” o “una meschinità”! Perché dovremmo accoglierlo? Siamo forse masochisti? Non è meglio chiuderci dentro, sigillare il nostro Io, tenere gli altri a distanza, scansare le sensazioni negative e preservarci dal rischio di qualcosa che minacci la nostra pretesa di controllo?

Come un riflesso ancestrale, o come la storia iscritta nelle nostre cellule da traumi e ferite dell’infanzia, replichiamo spesso un atteggiamento di totale chiusura nei confronti di quella “folla di dispiaceri” che talvolta compare, si affaccia alla nostra veglia diurna, e sembra metterci in pericolo. Qui è il caso di notare come nella stessa etimologia latina di esperienza (da experior) risieda la nozione di “pericolo”. L’esperienza, qualsiasi esperienza umana, è cioè sempre una prova attraverso cui passare, sia che ci appaia nei termini di qualcosa di negativo o di positivo. Molto probabilmente, fin da piccoli noi tutti siamo stati educati al rifiuto di ciò che ci turba: l’espressione della nostra rabbia o della nostra paura forse non erano consentite negli ambienti in cui siamo cresciuti. O, anche, ci arrivava il messaggio che per essere accettati dovevamo mostrarci insensibili a ciò che ci faceva sentire vulnerabili, forzando così in modo prematuro il nostro sviluppo emotivo, fingendo un controllo delle emozioni che in realtà le inibiva, le comprimeva in tensioni mentali e muscolari.

Rūmī, con i suoi versi, ci vuole suggerire che ora possiamo decidere di comportarci diversamente, ora siamo pronti a farlo. Ora possiamo scegliere di mollare la presa, lasciando andare questa pretesa di controllo, sotto la quale covano in realtà emozioni caotiche a cui nemmeno sappiamo più dare un nome, ma che rispuntano fuori quando l’ego abbassa la guardia (come la mattina appena svegli), aspettando di trovare la porta aperta. E cosa portano con sé queste emozioni, all’apparenza destabilizzanti e distruttive? Non lo sappiamo, non lo possiamo prevedere né calcolare, ma forse, per dare un senso al dolore e al malessere che talvolta proviamo, potremmo iniziare a credere che quel “qualcuno di nuovo” che arriva, non giunga per caso, che sia invece un ospite da accogliere con grazia, “con onore”, perché “potrebbe darsi che ti stia liberando in vista di nuovi piaceri”.

Possiamo provare a vivere così? Cosa abbiamo da perdere? Possiamo provare a “dire di sì” al viaggiatore che arriva, possiamo scegliere ora di fare la festa a quel viandante abbattuto, arrabbiato, disperato, sconfortato, che bussa alla nostra porta e forse non conosciamo ma che forse siamo un po’ anche noi, e che solo nel nostro abbraccio può finalmente sciogliere le proprie paure e iniziare a ridere di gioia con noi?

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Il Fiore Azzurro 10 ottobre 2018

«Tu non ricordi la casa dei doganieri...»

di Davide Sabatino

Non c’è peggior condizione umana

di quella che non riconosce la strada del ricordo.

(Aforisma)

 

Mare

 

M’affaccio alla finestra e vedo il mare:

vedo le stelle passare, onde passare:

un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l’acqua, alita il vento:

sul mare è apparso un bel ponte d’argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,

per chi dunque sei fatto e dove meni?

(G. Pascoli, Myricae, 1891)

 

 

Inizio insolito

 

Qualche tempo fa mi trovavo a passeggiare sulle rive del Mediterraneo, al finire della stagione estiva. L’acqua era leggermente mossa e le onde si contavano a ritmo sostenuto. Da quel moto oscillante che lasciò intravedere quelle che Baudelaire chiamava segrete corrispondenze sapevo, in cuor mio, che sarebbe emersa una novità futura. Una novità a tratti inquietante, che mi parlò del tempo.
Comincio così, in modo insolito, questo breve testo. Mi rendo conto che possa illudere il lettore e presentarsi come l’incipit più adatto a un romanzo da pubblicare con Sellerio, piuttosto che la traccia per un articolo in stile. Eppure ci tenevo a introdurre il tema del tempo e della memoria usando un’immagine cara al vasto pubblico. Quella del mare e delle sue onde. D’altronde lo stesso Eugenio Montale ne La casa dei doganieri si fece così ispirare dal libeccio e dalla casa (…) sul rialzo a strapiombo sulla scogliera (immagini comuni) per scrutare le infinite perdite, goccia dopo goccia, che l’esperienza del tempo riserva all’uomo consapevole. Ma andiamo con calma.

Prima di entrare nelle maglie del tempo ma soprattutto, passare in esame l’ultimo verso della poesia, vorrei invitare il lettore alla rilettura di una fra le poesie più note del poeta ligure:

 

 

La casa dei doganieri

 

Tu non ricordi la casa dei doganieri

sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:

desolata t’attende dalla sera

in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri

e vi sostò irrequieto.

 

Libeccio sferza da anni le vecchie mura

e il suono del tuo riso non è più lieto:

la bussola va impazzita all’avventura.

e il calcolo dei dadi più non torna.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna

la tua memoria; un filo s’addipana.

 

Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana

la casa e in cima al tetto la banderuola

affumicata gira senza pietà.

Ne tengo un capo; ma tu resti sola

né qui respiri nell’oscurità.

 

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende

rara la luce della petroliera!

Il varco é qui? (Ripullula il frangente

ancora sulla balza che scoscende…).

Tu non ricordi la casa di questa

mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

 

(da E. Montale, Le occasioni, Einaudi, 1980)

 

 

Su l’ultimo verso

 

Non è mia intenzione qui entrare a piè pari sul terreno scivoloso e ambiguo della parafrasi poetica che lascia sempre, giustamente, insoddisfatti. Come anticipavo c’è un verso che più di altri attira la mia attenzione. E l’attirò anche quel giorno mentre mi trovavo a camminare lungo la spiaggia, con lo sguardo rivolto all’orizzonte in fuga, pescando dal pozzo della memoria proprio La casa dei doganieri. Questo verso è quello che chiude la strofa finale:

 

 

Ed io non so chi va e chi resta.

 

 

È un verso che lascia sospesi come nel mezzo di un valzer, in quel limbo della memoria tutta da ricostruire. Quello che ne fuoriesce alla pronuncia è un susseguirsi di evocazioni fonosimboliche, simile all’andare e al tornare dei flutti marini alla riva. Quando leggo queste brevi parole non posso far altro che arrendermi alla perentorietà garbata che emerge, quasi senza sforzo, dall’interno del corpus poetico. È un finale di strofa simile al verso di Gozzano Ed io non voglio più essere io! che per così tanto tempo ha tenuto la mia mente impegnata nella contemplazione. È impossibile non restare catturati dalla travolgente convinzione del poeta riguardo alla inesorabilità della perdita nella dimenticanza; e più in generale, del completo non saper vivere al di là dalla ruota, simbolo perfetto, del tempo.

Questa lapidaria metrica finale sigilla con la ceralacca l’idea di un tempo ciclico, uroborico e anti-storico, che accompagnò l’opera intera di Montale.

Detto ciò, vorrei anche dire che tale visione del tempo, dipinta magnificamente dal poeta novecentesco (mio grande maestro) non corrisponde esattamente alla mia personale visione.

Credo che limitarsi a intendere il tempo quale “ruota delle stagioni” sia una miopia infantile. Un modo per delegare alla natura l’onere di decidere il valore di un passaggio temporale. L’uomo adulto può dal mio punto di vista andare oltre, superare il varco, spezzare la ripetitività del ciclo naturale e cogliere dell’altro.

 

La voce del tempo incerto e dell’ignoranza verso l’avvenire noi, contemporanei secolarizzati e nichilisti, per forza di cose la dobbiamo sentire vicina (La bussola va impazzita all’avventura / e il calcolo dei dadi più non torna). Sentire la voce dell’insicurezza molto vicina non significa ascoltarla in modo succube e sottomesso. Il bandolo della matassa è sì assai complicato da rintracciare ma, non è impossibile scovarlo (ne tengo ancora un capo). Inoltre, se dobbiamo essere sinceri, oggi è davvero l’unica possibilità che abbiamo, quella di saper dipanare il groviglio in cui si trova il tempo, e coglierne il nuovo avvenire. Una rinuncia all’interpretare il tempo dell’attesa in questo modo, equivale alla rinuncia del sentirsi pienamente uomini adulti.

 

Penso non sia difficile vedere come nella memoria, cioè in quel tempo salvato dal dono del senso, venga a stringersi viva la speranza per il ritorno in progresso – magari da direzioni inaspettate – di ciò che sembrava altrimenti spegnersi nel frastuono ruminante della infantile insignificanza. Ecco perché ho intitolato questo testo “La poetica dell’adulto”. Perché sono convinto che oggi occorra navigare in quell’orizzonte in fuga che è il ricordo della coscienza, fra le onde del tempo ambiguo e periglioso, ascoltando voci che gridano la nostalgia pura e matura del divenire sempre più poeti. Pensare al tempo come condanna dell’eterno ritorno dell’uguale è rimanere infanti per sempre. Quel varco intravisto dal poeta è ora più di ieri, da oltrepassare.

 

 

Finale insolito: l’adulto in una immagine

 

L’inquieta novità, s’è acquietata. Rimango a osservare la cresta dell’onda che porta l’acqua leggera e mite vicino alla riva, sopra i miei piedi nudi. Non sono ancora pronto per ritornare a casa. Adesso i pensieri vagano fra le musiche e i ricordi dei poeti più diversi; e dall’immagine del mare descritta nei versi del poeta italiano Pascoli, raggiungo i colori tenui e romantici del pittore tedesco C.D. Friedrich. Solo allora appare, alla vista dei miei occhi chiusi: Le età dell’uomo.

 

Il quadro di Friedrich è l’ultima evocazione che arriva in conclusione di quel giorno raro e assorto. L’immagine, molto spesso, è riassunto. Questo quadro, infatti, assembla tutti i moti del tempo in modo decisamente esaltante e – al tempo stesso – rasserenante.

 

Ora posso rientrare a casa. Dal mare alla mia dimora c’è però da fare qualche metro. Così decido di commentare, come fossi uno storico dell’arte, la mia visione:

 

al centro dell’opera vedo la fanciullezza che tiene in mano una bandiera di speranza. È sulla terra ferma e la sventola tendendola verso l’alto. Di schiena un uomo, il vegliardo, sta proteggendo lo sfondo con le sue spalle larghe e la posa eroica. Infine, mi soffermo sul veliero al centro del mare. È maestoso, libero e slanciato, e governa (con il vegliardo) l’intera composizione. Nel veliero vedo il poeta, l’uomo adulto, ormai salpato e pronto a vivere tutte le relazioni, col mare e con la storia. Le onde fanno parte del suo tempo, e le cavalca senza timore. È lui il solo capace di vivere il tempo dandogli una direzione. Di viverlo nell’unico modo adulto e cioè: in ascolto del mistero per l’avvenire.

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di Francesco Marabotti

I. La legge più antica

C’è un’antica legge che domina il mio cuore: si chiama angoscia primordiale.
Potrei anche chiamarla la legge della morte, per i suoi effetti distruttivi e nefasti.
In questo senso forse si possono comprendere le parole di San Paolo:

“Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”.
(Ebrei, 2,14-16)

La psicoanalisi ci ha aiutato a comprendere che questo dolore antico, che è una ferita lacerante che blocca il cuore e il corpo, ha sicuramente una componente familiare. L’atmosfera che si respirava, la paura che il genitore suscita, la sua ira funesta e la sofferenza generata dalle critiche, dal senso di colpa instillato in modo subdolo da un lato, e dall’altro la percezione di una distanza, di un abbandono, di una mancanza di accettazione che diviene assenza di accudimento e di calore.

Questa frattura, che poi appunto genera precise contrazioni psico-fisiche, ostruzioni in cemento dei canali della vita, produce anche una sorta di corazza caratteriale, come la chiama Wilhelm Reich, la cui ossatura metallica è costituita dalle strutture difensive.
Di fronte a questo dolore, a questa ferita irredimibile, a questa percezione confusa, ricolma di ansia e di terrore, abbiamo imparato a difenderci in un certo modo, divenendo poi una sorta di espressione intima e automatica del carattere. Sviluppiamo dei meccanismi di chiusura, che sono ben noti a tutte le specie animali, per tutelarci dai rischi di morte con cui l’ambiente ci pone a contatto.
Solo una parola per dire che la nostra personalità distorta, nevrotica e schizofrenica (schizo: scisso/diviso; phrḗn: cuore/mente) ha una sua ben precisa genealogia familiare, ma anche storico-collettiva. Questa maledizione è cioè una trasmissione generazionale la cui eco si perde nei secoli dei secoli. Nella ferita inflittami da mio padre e da mia madre è presente, ancora calda, quella inferta a sua volta loro dai miei nonni, e così via.

Sono poi presenti le ferite della storia, con i suoi drammi, le sue atrocità innominabili e catastrofiche, i suoi traumi consci e inconsci, che agiscono come fardelli pesanti tonnellate a livello genotipico.
Come si spiegherebbe altrimenti il rancore ancora vigente fra cattolici e protestanti per esempio? O fra fascisti e comunisti? O la nascita di un partito come la Lega Nord che prende la sua identità da un fatto storico avvenuto quasi mille anni fa?
Questo solo per dire che esistono più strati della nostra psiche, come sfere concentriche attorno ad un nucleo che è la nostra essenza, chiamata a spolverarle e purificarle e a convertirle, per infine (si spera!) benedirle.

II. Le strutture difensive

Passiamo ora ad un livello più personale. La nuova umanità, che sta tentando di germogliare dentro e fuori di noi, coniuga infatti in modo inedito e sintetico più dimensioni essenziali, per distillarne l’essenza salvifica, nella quantità e qualità necessarie a noi in questo momento per compiere un piccolo passo verso la guarigione.
È stato scritto molto sulle strutture difensive, e quindi non aggiungerò niente di originale. Lo scopo di questo scritto è più poetico che scientifico, ovvero connesso a quella sorta di richiamo impercettibile che spinge a nascere, e quindi a condividere i propri processi trasformativi come tesori scovati nei propri abissi, affinché quella stella polare possa aiutare altri nella traversata oceanica che stiamo vivendo.
Bastino solo due citazioni per illuminare meglio questo punto.
Sappiamo, grazie alla psicoanalisi, che le strutture difensive nascono appunto come reazione automatica di fronte ad un pericolo, a causa del quale temiamo di perdere, in qualche modo, la nostra vita.

In un primo momento, soprattutto per opera di Freud, gli schemi/schermi protettivi sono stati ricondotti al bisogno e al tentativo di frenare gli influssi pericolosi dell’Es, ovvero di quell’area della psiche in cui dimorano gli impulsi e gli affetti, scanditi secondo gli istinti primari della sopravvivenza e della riproduzione, generando così il Super-Io, quella istanza delegata al controllo e alla sorveglianza rigida che consente la vita in società. Così scrive Anna Freud a riguardo:

“Questa sorda ostilità contro la pulsione si intensifica fino all’angoscia, quando l’Io sente che gli viene a mancare la protezione di queste forze superiori o quando le richieste dei moti pulsioni diventano eccessive. ‘Ciò che l’Io propriamente teme dai pericoli esterni o dal pericolo rappresentato dalla libido nell’Es non è determinabile: sappiamo che teme di esser sopraffatto o annientato, ma la cosa non è intellegibile sotto il profilo analitico. Robert Walter la descrive come ‘il pericolo che tutta l’organizzazione dell’Io possa essere distrutta o sommersa. (…) I meccanismi di difesa vengono messi in azione contro le pulsioni dando luogo così, alla formazione della nevrosi”.[1]

In una seconda fase, più recente, questi blocchi nevrotici sono stati studiati, riletti e integrati alla luce di un altro scenario infantile.
La psiche del bambino/a inizia a plasmarsi in modo difensivo perché è stata ferita nel suo innato bisogno di amore e riconoscimento incondizionato, che si esprime in molteplici forme: accudimento, accettazione, essere rincuorati, ascoltati, guidati, protetti, accarezzati, sostenuti ecc.

Scrive Marco Guzzi:

“In questo stato della nostra anima, l’irradiazione originaria del nostro amore/cuore più intimo. e quindi la nostra identità più vera, non può esprimersi che in minima parte, in quanto i suoi raggi sono come interrotti e poi distorti e sviati dalle ferite che abbiamo ricevuto fin dai primissimi anni della nostra infanzia e che hanno prodotto le nostre personalità in buona parte alienate, divenute cioè altro rispetto alla verità del nostro essere”.

E prosegue:

“Queste nostre parti distorte e forzate, che abbiamo generato in noi per difenderci dal terribile dolore del non-amore subito, producono a loro volta pensieri e desideri e relazioni e azioni in buona parte impropri, che non ci sono cioè in realtà propri, in quanto esprimono appunto ciò che non siamo, ciò che non ci appartiene nel profondo, tutto il nostro non-amore: ciò che la tradizione cristiana denomina peccato.

E conclude:

“È peccato tutto ciò che faccio a partire dalla mia profondissima scissione interiore, tutto ciò che germoglia, come pianta velenosa, dall’abisso della mia ferita e dai miei tentativi fallimentari di occultarla”.[2]

III. Dalla legge alla fede

Dare corpo a un’idea è la cosa più difficile. L’intuizione che anima questo scritto è che l’annuncio salvifico di Cristo riguardi anche proprio la mia personale liberazione da questa struttura di morte nella quale sono ingabbiato e perciò appunto captivus, ovvero prigioniero della legge della morte.
Per me si esprime così:

Se mi chiuderò in me stesso, isolandomi e cercando di raggiungere un livello eccellente, con un allenamento duro, potrò rafforzarmi e proteggermi e quindi non patire questo dolore tremendo.

Sono giunto a trascrivere questa conclusione errata dopo alcuni anni di lavoro, in cui a poco a poco si è venuta chiarendo questa antica ferita di non-amore, di non essere stato cioè riconosciuto per ciò che ero e che sono, ovvero Francesco nella mia unicità irripetibile. Questo dolore abissale, un terrore inesprimibile di essere abbandonato e perduto, di poter essere annullato, ha generato l’esigenza impellente e non rimandabile di chiudermi nel mio isolamento e attivare un rigido schema di perfezionismo, fondato sul controllo e la ricerca spasmodica di colmare quella voragine.

Questa mia modalità difensiva ha poi prodotto vari disastri e dissesti sul piano della relazione verso me stesso, riconducibile ad una auto-distruttività rovinosa, e con gli altri, che ho sempre respinto in qualche modo o con i quali ho sempre fatto fatica ad aprirmi, riversando su di loro le critiche di imperfezione che ho sempre addossato a me stesso.
Questa forma del mio io blocca cioè la vita, cercando una legge esterna, un imperativo categorico che la possa governare, in modo da evitare quel dolore che consiste nell’affrontare la vita aprendosi liberamente ad essa ed esponendosi ai suoi rischi. Per paura di morire non viviamo mai.
Questa chiusura forzata, questa cintura di castità della mente e del cuore e del corpo, genera poi una sorta di cupo pessimismo, di perdita di energie, che nel corso degli anni preclude l’emersione delle qualità più autentiche del nostro essere.
Sono ben consapevole che ancora molto lavoro è da fare, ma già vedere queste distruttività e maledizioni credo sia un primo passo reale di conversione.
Ecco infine le parole del Vangelo da cui sono stato ispirato per scrivere questo testo.
Credo cioè che spiritualità autentica e psicologia del profondo, come moltissimi già sostengono, possano integrarsi in modo creativo e proficuo per gettare i presupposti di una nuova umanità. Questi schemi difensivi/distruttivi sono poi i medesimi a livello comunitario e politico, come vediamo dalla continua lotta di ciascuno contro tutti, che poi determina protezionismi, conflitti, guerre e genocidi. Le due dimensioni anche qui, non sono separabili.

“Mosè descrive così la giustizia che viene dalla Legge: L’uomo che la mette in pratica, per mezzo di essa vivrà. Invece, la giustizia che viene dalla fede parla così:
Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore, cioè la parola della fede che noi predichiamo”.
(Romani 10, 5-9)

Questi versi hanno risuonato profondamente in me e ho voluto condividerli, facendo un giro un po’ lungo per spiegare il senso generale in cui assumono una pregnanza decisiva.
La giustizia che viene dalla Legge, dai codici automatici della mia angoscia primordiale ha bisogno di proteggersi e di chiudersi per vivere. Essa però è esterna a me, e io la debbo seguire abdicando a me stesso, privandomi cioè della mia libertà. Ciò che conta è la legge, non la mia autenticità profonda.
La giustizia che viene dalla Fede è invece interna, nel senso che promana da un mio atto libero di decisione, da un’apertura arrischiante nella quale mi assumo la responsabilità di non cedere ai ricatti della morte, ma di lasciare fluire il gioco danzante della vita e di prendervi parte in ciò che io sono.

La fede è ora credere nella salvezza integrale che corrisponde ad un progetto creativo che mi vede protagonista e pienamente libero di assumerlo o meno.
La fede è la libertà di rinascere, di poter vivere nell’integrità di essere Francesco in quanto Francesco, e non Tizio, Caio o Sempronio; essere ciò che sono veramente, e non ciò che la Legge vuole da me, o i miei genitori, o la società, o un certo modello ideale, o le costrizioni affettive, o l’esigenza di dovere essere accettato da qualcun altro/a, o di dover corrispondere a qualche standard produttivo.
La Parola di Dio è qui vicino, proprio sulle mie labbra e nel mio cuore, così come nei vostri, è cioè presente, Dio è presente, e ci ama e ci ha creati per quello che siamo, e per vivere sempre più pienamente il suo mistero che affascina e commuove.
La fede è la mia apertura esistenziale a questo attimo storico e personale di guarigione e salvezza. La legge nella fede diviene perciò un gioco creativo, un’esperienza, una saggezza ed una riscoperta beatifica che mi insegna di nuovo le vie della vita.

 

 

[1] A. Freud, L’io e i meccanismi di difesa, p.66.
[2] M. Guzzi, Imparare ad amare, p. 18

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Il Cuore a nudo 7 giugno 2018

Credere nella parola

di Luca Cimichella

Il senso del linguaggio nel tempo dell'abisso

«L’uomo parla. Noi parliamo nella veglia e nel sonno. Parliamo sempre, anche quando non proferiamo parola, ma ascoltiamo o leggiamo soltanto, perfino quando neppure ascoltiamo o leggiamo, ma ci dedichiamo a un lavoro o ci perdiamo nell’ozio. In un modo o nell’altro parliamo ininterrottamente. Parliamo, perché il parlare ci è connaturato (…). Dicendo questo, non s’intende affermare soltanto che l’uomo possiede, accanto ad altre capacità, anche quella del parlare. S’intende dire che proprio il linguaggio fa dell’uomo quell’essere vivente che egli è in quanto uomo. L’uomo è uomo in quanto parla».

Così Martin Heidegger nel 1950 apriva la sua conferenza intitolata Il linguaggio.

Il senso di un titolo così ampio, e di un incipit di questo tipo, ci farebbero pensare ad una trattazione filosofica o letteraria sul linguaggio. Ma niente era più lontano da questo filosofo dell’intento di far semplice filosofia.

Accingerci a parlare delle parole è oggi un’urgenza estrema per i nostri cuori e per i tempi che viviamo. Perché, in effetti, parlare del parlare? Non suona forse come un lusso intellettualoide?

O ancor peggio, come uno sterile giro in tondo?

In realtà è l’opposto. E questo perché viviamo tutti in un tempo di muta angoscia: un tempo apparentemente senza parole. Sì, magari ci sembra che di parole se ne dicano tantissime, in tutti i modi e in tutti i luoghi.

Ma non ci pare spessissimo che quanto più diciamo parole tanto meno parliamo?

È lo straparlare del nostro mondo un autentico parlare?

Probabilmente no. Piuttosto il nostro è in gran parte un linguaggio “tappabuchi”, un surrogato della parola, un anestetico mercificabile per sopperire alla nostra fatica di esistere, e quindi di parlare veramente.

In verità, come ci dice Heidegger, noi parliamo sempre, anche quando non sappiamo quello che diciamo. Ciò significa che finiamo per essere parlati da cattive parole, senza nemmeno averne coscienza. E così resta il fatto inevitabile che noi continuiamo a non saper parlare.

La condizione vera e propria del nostro tempo è perciò il vuoto di parole.

 

Domandandoci allora seriamente, con nuova umiltà, il significato autentico del parlare, prestiamo ora attenzione alle ultime righe della suddetta conferenza di Heidegger, che parlano in stupefacente limpidezza e sapienza: «Die Sprache spricht. – Der Mensch spricht, insofern er der Sprache ent-spricht. Das Ent-sprechen ist Hören. Es hört, insofern es dem Geheiss der Stille ge-hört».

In italiano potremmo tradurre: «Il Linguaggio parla. – L’uomo parla in quanto cor-risponde al linguaggio. Il cor-rispondere è ascoltare. Esso ascolta in quanto appartiene alla Chiamata della quiete».

Sospendiamo per un momento il giudizio razionale sul senso di questa frase. Procediamo invece lentamente, senza forzare il passo.

Heidegger ci sta innanzitutto dicendo che l’uomo parla poiché cor-risponde ad una voce, ad una Chiamata, che ha ascoltato. Il parlare è dunque un colloquio. Ma con chi? Con il Linguaggio stesso. Ci verrebbe da chiedere come può il Linguaggio parlare dialogando con se stesso. Sembra un puro controsenso. In verità non lo è se iniziamo a pensare al nostro parlare come ad un mistero più grande e vasto di quello che fino ad ora abbiamo potuto comprendere.

Abbiamo appunto detto che noi non sappiamo che cosa sia il parlare. Per questo lo stiamo chiedendo.

Il nostro parlare cor-risponde ad una parola già detta cui abbiamo dato ascolto. Il nostro ascolto (hören) fa sì che noi apparteniamo (ge-hören) a ciò che ascoltiamo. Il nostro stesso parlare appartiene all’ascoltato.

Ma allora che cosa ci è dato oggi di ascoltare veramente come fondamento del nostro parlare?

Abbiamo detto: il vuoto di parole. Ascoltare questo vuoto è infatti l’unico terreno di qualsiasi vera parola oggi. Il vuoto stesso ci sembra “vuoto” solo perché lo osserviamo a partire da un qualche “pieno” che ormai non esiste più: le nostre vecchie parole, ciò cui eravamo abituati ad attribuire senso e significato, tutto ciò che prima di questo vuoto consideravamo indubitabile e stabile.

In realtà proprio questo vuoto inatteso può dimostrarsi l’unico inizio della nuova parola.

Ci sono momenti della nostra vita infatti in cui questo vuoto è tutto ciò che ci rimane. Diciamo magari: “sono rimasto a mani vuote”. Oppure anche: “nulla ha più senso. Tutto è inutile. Tutto è sbagliato ed insignificante”. È il vuoto qui a parlare in noi. E ciò proprio perché il vuoto in sé non è semplice nulla, ma parla, e spesso anche in modo assordante.

Quando solo il vuoto parla dentro di noi, e non ci resta più nient’altro, cosa abbiamo da perdere ancora? Cosa altro ci resta da fare se non ascoltarlo, prestargli orecchio e sguardo come mai magari avevamo fatto prima?

Forse è proprio nell’istante in cui ci capita di ascoltare davvero il parlare di questo vuoto che comprendiamo per la prima volta cosa sia davvero il parlare.

 

Ascoltiamo adesso un’altra parola ancora. La prima strofa della poesia Siebengesang des Todes (Canto a sette della morte), di Georg Trakl, così canta:

Bläulich dämmert der Frühling; unter

                    saugenden Bäumen

Wandert ein Dunkles in Abend und Untergang,

Lauschend der sanften Klage der Amsel.

Schweigend erscheint die Nacht, ein blutendes Wild,

Das langsam hinsinkt am Hügel.

Azzurra albeggia la primavera; sotto

                              suggenti alberi

vaga un che di oscuro in sera e tramonto,

porgendo ascolto al mite lamento del merlo.

Muta appare la notte, una sanguinante belva,

che lentamente si accascia sul colle.

Proviamo a leggere attentamente. Cosa sta accadendo in queste parole?

Mentre la primavera si affaccia nell’azzurro, qualcosa di oscuro (ein Dunkles) erra nel tramonto della sera. Come è possibile il paradosso di un’alba che accade durante un crepuscolo?

La risposta sta nella doppiezza del verbo dämmern, nel primo verso, che vuol dire il crepuscolare sia del mattino che della sera. In un certo ambiguo senso dunque, la primavera sorge e tramonta insieme. Più avanti è compiutamente detto il dolore e la sofferenza di ciò che tramonta. Il crepuscolo accade nello schweigen, nel muto tacere, in quello che abbiamo chiamato il vuoto di parole. Infine si parla di una belva (ein Wild), che dissanguandosi lentamente muore accasciandosi sul colle. A cosa si riferisce il poeta? Proprio a quel qualcosa di oscuro che, nel secondo verso, vagava nel crepuscolo serale. Gli ultimi due versi danno maggiore identità e fisionomia al misterioso “oscuro” dell’inizio. La belva che muore dissanguata è un’immagine molto ricorrente nella poesia di Trakl: essa parla dell’uomo contemporaneo che, smarrito nel vuoto di parole, nel silenzio muto del nulla, muore in una lenta agonia. È il destino di ognuno di noi quando ci sentiamo assaliti dall’angoscia e dal dolore del nulla di senso.

Ma questo morire non è un semplice cadere nel vuoto senza fine. Il terzo verso, che stavamo tralasciando, ci dice un’altra cosa misteriosa: l’oscuro viandante, mentre tramonta, sta prestando ascolto (lauschend) al mite lamento del merlo. Cosa dice questo lamento (Klage)? E perché esso è definito mite (sanft)? Si tratta forse del lamento dell’umano che sprofonda nella sera?

No, è piuttosto la voce del silenzio della sera. Il lamento è il parlare del vuoto di parole.

 

L’ultima strofa di un’altra poesia di Trakl, Im Dunkel (Nell’oscuro), recita così:

Über die mondbeglänzten Wege des Walds

Sank die Wildnis

Vergessener Jagden; Blick der Bläue

Aus verfallenem Felsen bricht.

Sulle vie del bosco al chiarore lunare

sprofondò la natura selvaggia

di dimenticate cacce; sguardo dell’azzurro

da cadenti rocce irrompe.

Già il titolo di questa poesia ci richiama all’oscurità della sera evocata nel componimento precedente. L’oscuro viandante erra per le vie notturne del bosco (Wege des Walds). Su di esse è sprofondata (sank) l’essenza selvaggia (Wildnis) di antiche cacce dimenticate. Lo stesso verbo sinken lo avevamo trovato nella poesia precedente nella forma composta hin-sinken. Esso richiamava l’accasciarsi lento della belva (Wild) che moriva dissanguata. Se prima il verbo era al presente, ora è al passato. La lotta disperata della belva si è consumata su questi sentieri: la morte dell’uomo vecchio è accaduta e si è dileguata in questi luoghi. Il viandante continua a percorrere questi sentieri, che adesso si trovano al di là del tramonto compiuto. Sulle rovine del vecchio mondo cadente, dalle sue cadenti rocce (aus verfallenem Felsen) irrompe improvvisamente lo sguardo dell’azzurro (Blick der Bläue). Cos’è questo misterioso sguardo dell’azzurro, che emerge dai luoghi cadenti del tramonto del vecchio uomo?

Ci torna in mente il primo verso della precedente poesia citata: «Bläulich dämmert der Frühling», «Azzurra albeggia la primavera». Lo sguardo dell’azzurro è il crepuscolo del mattino della primavera. Esso parla a partire dalle pietre cadenti del mondo tramontato. Ciò per noi significa che la nuova parola parla a partire dal vuoto di parole del vecchio uomo.

La notte stessa si fa azzurra nell’annuncio vociferante della prossima alba.

Lo stesso poeta, in un verso della poesia Herbstseele (Autunno dell’anima), dice: «Abend wechselt Sinn und Bild». Ovvero: «La sera muta senso e immagine».

Così Heidegger, in un suo saggio sulla poesia di Trakl, commenta questo singolo verso:

«Mutando immagine e senso, la sera trasforma il dire (die Sage) della poesia e del pensiero, e il loro colloquio. Ma questo la sera può farlo soltanto perché essa stessa muta. Grazie alla sera il giorno volge a un declino che non è una fine, bensì solo disposizione a preparare quel tramonto per il quale lo straniero si porta all’inizio della sua peregrinazione».

 

Lo straniero è l’oscuro viandante che vaga per i sentieri che dal tramonto conducono all’azzurro del mattino. Lo straniero è l’uomo moderno che, osando ascoltare per una volta il terribile vuoto di parole che ci abita, lascia che la nuova parola parli a partire dal suo inizio.

L’inizio ha inizio con la fine.

La parola parla dell’inizio di tutte le cose, ossia di quel momento in cui ogni cosa, ogni elemento della nostra vita, ci appare improvvisamente sensato e giusto. Ogni morire e soffrire, ogni distacco violento, che il vuoto ci aveva imposto rispetto a tutto ciò che amavamo, viene riempito e ripagato dalla luce del nuovo Senso radicale che parla nella nostra parola rinata.

Parlare dunque significa: dire il senso delle cose. O meglio, lasciar parlare il Senso in tutte le cose che abitiamo in quanto esseri umani.

La parola, in questa accezione, non è più un vocabolo di cui noi possiamo disporre con la nostra ragione per comunicare qualcosa di esterno. La parola non è più il segno di un significato, ma segno della verità del senso di tutto ciò che esiste.

Infatti, come potrebbe la parola sussistere al di fuori di un Senso misterioso, di una logica e di una bellezza segreta, che ci si dischiude in ogni nostro vissuto?

La dicibilità di qualcosa non è forse indice fondamentale del suo essere intimamente ricco di senso?

Quando nella vita ci riferiamo al caos, al nulla, alla casualità, spesso ci dimentichiamo che lo stiamo facendo tramite parole. Il caso è una parola che si riferisce a ciò che è fuori dalla parola stessa, ossia a ciò che in sé non ha alcun senso. Ma è davvero possibile questo? Ci chiediamo davvero che cosa sia questo strano “caso” che continuamente evochiamo come principio di tutto ciò che crediamo non aver senso? In fondo esso è come il vuoto di parole. Una parte di noi crede che questo vuoto sia davvero privo di parola. Ma nel frattempo magari ne stiamo parlando.

Il paradosso è dunque evidente.

L’uomo in verità vuole portare tutto alla parola in quanto in tutto cerca un senso. Il suo continuo parlare, nel pensiero e nella voce, non sono altro che indici della nostra natura abissale, della casa stessa entro cui l’uomo abita in quanto uomo: il linguaggio.

Credere nella parola vuol dire credere nel Senso misterioso e abissale dell’esistenza in cui abitiamo.

Il cammino della parola è un cammino che sperimenta il proprio tramonto ammutolito come preludio di una inattesa rinascita.

La notte della parola è l’inizio del cammino verso l’alba azzurra del Senso parlante di tutte le cose.

Il Linguaggio parla, disse Heidegger. Ed è proprio il Linguaggio a parlare nell’uomo, poiché non siamo noi, col nostro presunto Io e la nostra ragione, ma sono le cose stesse in cui abitiamo come umani a parlarci del loro Senso, a consegnarci al loro vero nome significante.

Se noi ascoltiamo questo parlare del senso delle cose, allora anche noi – da umani – parliamo veramente, poiché corrispondiamo a ciò che ci è dato in ascolto. Questo dono di Senso non è più il silenzio violento della parola ammutolita, bensì è la Chiamata della quiete (das Geheiss der Stille). Essa è l’invocazione di ciò che ci chiama alla quiete del nostro vero essere. Quella quiete che ci viene cioè donata nel sentire realizzata e compiuta la nostra più autentica umanità. Il capire finalmente che, al di là del dolore e della morte, si apre a noi il giusto cammino, la giusta via per la verità di Senso del nostro essere.

Di questo cammino del tramonto e del mattino ci parla infine la già citata poesia di Trakl, Herbstseele (Autunno dell’anima):

Jägerruf und Blutgebell;

Hinter Kreuz und braunem Hügel

Blindet sacht der Weiherspiegel,

Schreit der Habicht hart und hell.

 

 

Über Stoppelfeld und Pfad

Banget schon ein schwarzes Schweigen;

Reiner Himmel in den Zweigen;

Nur der Bach rinnt still und stad.

 

 Bald entgleitet Fisch und Wild.

Blaue Seele, dunkles Wandern

Schied uns bald von Lieben, Andern.

Abend wechselt Sinn und Bild.

 

 Rechten Lebens Brot und Wein,

Gott in deine milden Hände

Legt der Mensch das dunkle Ende,

Alle Schuld und rote Pein.

Suoni di caccia e abbai sanguinosi;

dietro la croce e il bruno colle

si spegne quieto lo specchio dello stagno,

urla il falco forte e chiaro.

 

 

Su campo di stoppie e sentiero

angoscia già un nero silenzio;

puro cielo in mezzo ai rami;

solo il ruscello scorre quieto e lento.

 

Presto dilegua pesce e belva.

Anima azzurra, oscuro errare

ci separò presto dai cari, dagli altri.

La sera muta senso e immagine.

 

Di una giusta vita pane e vino,

Dio nelle tue miti mani

pone l’uomo l’oscura fine,

ogni colpa e rossa pena.

...
Il Fiore Azzurro 21 maggio 2018

Ciò che riaffiora dalla contea di Sligo

di Davide Sabatino
La terra natale può nascondere imprevisti
Si dica pure che il poeta seguì magie
Ordini sotterranei.
L’epoca, un’epoca, è sotterranea.
Ciò che riaffiora della contea di Sligo
parole coniche
spirali coniche
Lui è compreso, preso,
Nel giro che arriva fino a noi
a risalire.
(alla memoria di William B. Yeats)

 

Breve apertura, come fosse un pensiero di oggi.

Nonostante l’involgarimento, la mancanza di talento, l’imbellettamento dei visi e delle (in)coscienze di noi uomini del duemila, una richiesta germina da sotto il trucco della mediocrità: dov’è finito il senso?

Forse ci illudiamo di poter proseguire sulla strada della maturazione collettiva ignorando, continuamente, lo sguardo profetico dei poeti che hanno gridato soccorso durante l’intero XX secolo? Non è forse notizia quotidiana la fine già inoltrata di un’epoca, questa, impossibile? C’è forse la possibilità di fermarsi? Di tornare indietro agli olimpi? È forse bene che la tragedia inauguri un nuovo tempo di fine per la fine? Che il senso proceda circolare, ciclicamente, come si può intuire fosse la filosofia del poeta irlandese?

A tutte queste domande non proverò a dare una risposta indebolendole, o peggio ancora, fingendo di non averne afferrato il peso. Credo, però, che sia altrettanto giusto imparare, nel silenzio della ricerca individuale, a ritornare più volte al suono delle prime risposte. Al suono delle parole lette. Un suono, capace di farci scoprire nuove forme, nuove modalità di risposta a ogni nostro ritorno. E se per caso la visione storico-astrologica, la visione poetica, oppure quella esistenziale che tenterò di decifrare fra le pause liriche della poetica del poeta drammaturgo premio Nobel, non dovessero corrispondere alla nostra (mia) più ferma e attuale convinzione, beh, vorrà dire che lo stimolo per trovarne di migliori ci dovrà raggiungere in aiuto. Indietro non è possibile tornare. E ogni ritorno può solo spingerci oltre, a ricercare la chiarezza delle cose abbandonate, o nascoste. Le linee sono state superate da un pezzo ormai, e il bosco ha cominciato ad allargarsi arrivando in città. Nessuna paura per l’anima dell’uomo di oggi, capace di seguire il rifiuto nitido del poeta avventuriero:

«Che importa?».
«Che importa?» si dice più volte.
E lo vedremo…
«Che importa?» e ci rinforza, visionaria, la voce di William B. Yeats.

 

Breve introduzione.

Questo breve articolo ha il compito di presentarsi come un umile tentativo di smascherare, per quanto possibile, il contenuto meditativo, prodromico dei nostri giorni che – dal nostro punto di vista – non fatica a emergere dalla lettura di alcune delle sue liriche migliori. Nella composizione Le spirali (The Gyres, 1938) il poeta espone, quasi fosse un dipinto surrealista, la sua intera visione apocalittica della storia. Questa poesia, va detto sin da subito, presa insieme a Il Secondo Avvento (The Second Coming, 1919), porta il lettore direttamente al cuore del “sistema” yeatsiano di visione della storia a doppia spirale. Visione non trascurabile per indagare anche solo una delle sue poesie. Egli difatti concepisce il moto della storia attraverso la metafora delle due spirali aventi una la soggettività assoluta (l’Io) al vertice, e l’oggettività assoluta (l’Uno) alla base; l’altra, viceversa, al vertice l’oggettività assoluta e alla base la soggettività assoluta. Entrambe partendo da direzioni opposte si compenetrano raggiungendo un punto di svolta storico, un centro di apocalissi di un’era, dove inevitabilmente l’urto che viene a crearsi genera violenza e morte. Almeno in un primo momento.

Fatta questa premessa d’obbligo, sarà adesso possibile, forse, leggere il componimento seguendo – come ruotando a spirale – un inizio e una fine. Molte sarebbero le cose da osservare, anche semplicemente da un punto di vista teleologico o di visione mistica. Ma non è questa la sede adeguata. Le ambiguità di un certo esoterismo, spiritismo, astrolog-ismo – se mi è concesso il termine – restano aperte. Non solo perché ogni grande artista lascia volontariamente aperta la sua opera, ma anche perché molto probabilmente aperta è la condizione dell’avventura umana nel suo dispiegarsi esistenziale. Fra grandezze eterne e povertà mortali. “Le spirali! le spirali!”, secondo il poeta, sono queste le aperture che inaugurano il cambiamento; queste sole vanno sentite, nello scorrere del sangue dentro il proprio corpo.

 

Poesia e breve commento

Le spirali

Le spirali! le spirali! Vecchio Volto di Pietra, guarda:
Non si possono più pensare le cose cui troppo a lungo si
            è pensato,
Ché la bellezza muore di bellezza, il merito di merito,
E le antiche fattezze si cancellano.
Irrazionali correnti di sangue macchiano la terra;
Empedocle ha sconvolto ogni cosa;
Ettore è morto e v’è un chiarore a Troia;
Noi spettatori ridiamo di tragica gioia.
Che importa se l’incubo insensibile cavalca in cresta,
E sangue e fango macchiano il corpo sensibile?
Che importa? Non trar sospiri, non versar lacrime,
Un’epoca più grande, più graziosa è trascorsa;
Per figure dipinte o astucci di cosmetici
In tombe antiche io sospirai, ma non lo farò più;
Che importa? Dalla caverna esce una voce,
E l’unica parola che conosce è: «Gioite!»
Il costume e l’opera s’involgariscono, s’involgarisce
            l’anima,
Che importa? Coloro che Volto di Pietra ha cari,
Amanti di cavalli e di donne, coloro sapranno
Dal marmo di un sepolcro infranto,
O dalle tenebre fra la puzzola e il gufo,
O da un qualsiasi ricco e oscuro nulla, dissotterrare
L’artefice, il nobile ed il santo, e riavvolgere
Tutte le cose su quella stessa spirale.

(Quaranta poesie, Einaudi, 1997)

 

Chi potrebbe essere l’interlocutore, il “Vecchio Volto di Pietra”, verso il quale il poeta si rivolge, direttamente, già dal primo verso? Chi si cela dietro questo volto? È bene ricordare che in realtà quest’icona simbolica in Il Secondo Avvento è descritta da William B. Yeats attraverso i caratteri iconografici della Sfinge: «Una forma – corpo di leone, la testa di uomo, / Lo sguardo inespressivo e spietato come il sole –». Pur trattandosi della stessa evocazione. È evidente che il poeta non cerca una risposta da una siffatta figura di pietra, vecchia e antica; poiché sa bene che non l’avrà mai (se non nei termini di una rivelazione di tutte le cose). Dunque è se stesso? Se è così, ecco perché cerca lo stesso di interloquire con questo simbolo. Esso rappresenta il punto dove o tutto implode, la spirale soggettiva, o tutto esplode, la spirale oggettiva. Non dialogarci significherebbe rischiare di non poter giungere al senso, all’esplosione. Tante potrebbero essere le altre chiavi interpretative. Ad esempio potremmo dire che questa “Old Rocky Face” (com’è nel testo originale) sia anche il buio della storia, l’indifferenza dell’“incubo insensibile”; oppure, evocando un’opposizione a mio parere vincente, nient’altro che la controfigurazione del Nuovo Volto d’Angelo, da diventare. Procedendo in questo senso non ci fermeremmo mai. Allora passiamo oltre di fronte a questa inespressività arida, priva di senso, liberando un riso “di tragica gioia” che ci apre la strada al sarcasmo dei versi centrali.

Come si capisce leggendo questi versi, si procede scendendo a mo’ di tornante e si risale allo stesso modo dal buio della caverna con un: «Gioite! ».

Siamo presto al punto di svolta, cui facevo cenno nell’introduzione. Punto nel quale la Pietra s’infrange, o sarebbe meglio dire va infranta. Il bosco scopre i suoi cinguettii con fastidio estremo, mentre il “ricco e oscuro nulla” vuota finalmente il sacco, perdendo tutte le ricchezze illegittime. Lì, nel centro della spirale – siamo ormai agli ultimi versi – la storia si dilata e risorge così il senso e la rotondità. Dal sottosuolo zampillano le vite fino ad ora soffocate dal sepolcro dell’Io: è il creato che si ricrea.
William B. Yeats vede un ricominciamento. Dalle tenebre a “L’artefice”. Dal caos al senso.

Non sappiamo con chiarezza quanto il poeta fosse in grado, nella realtà, di sentire la potenza oscillante di questi moti storici, esistenziali. Se egli ci credesse sul serio, soprattutto. Il riavvolgersi della spirale, quella dell’oggettività assoluta, che porta sulle sue spire “il sospiro di tutti i cieli in travaglio”, come scrisse in un’altra sua bella composizione: sopportare questa condizione, la paura del risucchio del vortice, non è facile. Nemmeno per un poeta.

Di sicuro la ricerca di un senso e la sensazione di averlo scovato, leggendo le poesie di William B. Yeats, è ciò che l’ha spinto a fare breccia fino a noi. Questo in poche parole noi ricordiamo leggendo, e rileggendo, i suoi versi.

 

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Il Cuore a nudo 9 maggio 2018

Le incontrastabili possibilità dell’animo umano

di Daria Falconi

O tutto è casuale o niente lo è

“ O tutto è casuale o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda”

Etty Hillesum, Amsterdam 1941.

 

Nel 1941 Etty Hillesum, una giovane ragazza ebrea di 27 anni, iniziava quello che solo mezzo secolo dopo sarebbe stato considerato uno dei testi di fede più significativi della storia.

Tra le mura della sua stanza, mentre nel mondo attorno a lei la deportazione verso i campi di concentramento avanzava senza sosta, annientando ogni tipo di speranza possibile nell’animo umano, le pagine bianche di un quaderno diventavano per lei ampi cieli aperti e un rigoglioso rifugio.

Solo due anni dopo, lei e la sua famiglia vennero deportati nel campo di concentramento di Auschwitz.

Io ho più o meno la stessa età che aveva lei quando prese in mano la penna e come i suoi, i fogli bianchi dei mie diari sono pregni di me oltre ogni limite. Ho sempre ritenuto che quel piccolo prodotto artigianale, o meno, fosse il mio grande potere. Poteva essere una giornata meravigliosa, una giornata piovosa, una giornata difficile o anche una giornata semplicemente “strana”, come può capitare a molti della mia età. Ad ogni modo ecco che ho cominciato sempre più a vedere quello spazio come un piccolo mondo a parte, il mio mondo. Un luogo sicuro, invisibile agli occhi di altri, che per quanto sia un immenso spazio di sicurezza, è anche piuttosto limitato per le emozioni più forti, quelle che cento pagine non riuscirebbero a scrivere.

E seppur un corpo fisico sembra possa racchiudere innumerevoli sfaccettature di noi, niente di più di questo insolito gesto di curvarsi per macchiare indelebilmente una superficie liscia riesce a catturare l’essenza di un pensiero. Che sia una sensazione, un ricordo sbiadito o vivido come una cena sul terrazzo di casa mentre il sole tramonta, il calore provocato dalle mani che sfregano l’una contro l’altra, il viso che si bagna per la nuova pioggia o ancora l’affanno di un amplesso goduto, scegliete voi.

Qualsiasi cosa la vostra mentre riesca a immaginare esiste un unico e sorprendete immenso tramite che vi potrà dar forma. La vostra parola.

Si dice che “la parola rende liberi” e questo può essere vero.

Ed ecco che questa per me è divenuta sinonimo di straordinaria forza liberatoria. Qualsiasi cosa volessi dire avrei potuto tirarla fuori: ogni pensiero, puro o impuro che fosse, positivo o negativo, dicibile o totalmente indicibile.
Potevo essere triste, euforica, depressa, viziata, stronza, meschina, melensa, nichilista, vomitevolmente egoista, felice.
Io lì ho trovato protezione là dove la mia fede, radicata nello sterile dogmatismo, non me ne dava.

Questa è la mia silente verità nascosta da custodire.

Poi ho potuto leggere questa raccolta incredibile.

 

 “ Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che così sia. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli.

Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me.”

 

E con Etty è accaduto qualcosa che, come i grandi autori del passato hanno potuto fare tramite le loro poesie, non era mai accaduto: poter leggere il diario di un’altra persona senza interpretazioni o supposizioni circa quanto da lei affermato.
Quei grovigli di pensieri contorti, di false speranze, di disgusto e di amore che attanagliavano le mie carte, le ho ritrovate nei pensieri di una donna vissuta mezzo secolo prima di me. E così i tormenti più consistenti, si sono lentamente silenziati e ha potuto entrare nella mia vita per insegnarmi qualcosa che fino ad ora nessun corso di catechismo, nessun professore universitario e nessun amico aveva saputo dirmi: tornare a cercare davvero una fede.

 

 “ Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé e <<lavorare su se stessi>> non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso.”

 

Non solo ho potuto comprendere quanto anima e corpo di noi uomini siano infinitamente simili, anche se continuiamo a ostinare l’assurda convinzione di una diversità profonda che ci caratterizza (nell’ego semmai).

Ma quel che lei, attraversando una delle più grandi catastrofi note al mondo della storia del genere umano, ha scoperto, coltivato e rafforzato proprio tramite la sua scrittura privata, si è connotato di una potenza indicibile e catartica.

A volte dimentichiamo quale forza vive in noi e cerchiamo così disperatamente e affannosamente pace e sollievo all’esterno. O almeno, per me lo è. Io sento di perdermi e dovermi ricercare ogni giorno.

Non riusciamo a vedere quanto dentro noi esista già la chiave per la serenità e una pace così stranamente vicina da ritenerla erroneamente fittizia.

Questo diario, pieno di sogni, paure, gioie e malinconie, sancisce il tacito patto tra noi e il nostro potente mezzo della parola a dimostrazione di quanto coraggio possa albergare nella forza di aprire il petto e tirare fuori tutto, anche l’impensabile.

Dobbiamo tornare davvero a saper sostare in noi per ritrovare quel coraggio e quella spinta alla vita che possiamo scegliere di coltivare ogni giorno, per sempre.

Cessiamo di considerarci gli eletti, isuperiori, delle entità realizzate distanti da chiunque altro. Ritorniamo al contatto primordiale con noi stessi, quello con la nostra terra, all’humus della nostra anima per ammettere con umiltà che il nostro destino è comune e solo così sapremo e potremo condurci verso un’autentica e preziosa rinascita e realizzazione e inizieremo a lottare davvero per “noi” e non più per l’”Io”, “Mio”, “Me”.
Solo in questo modo una vera rivoluzione può esistere, a partire dall’ascolto e dalla riscoperta delle enormi possibilità che ci abitano.
Etty, con la sua famiglia è stata uccisa poco tempo dopo la deportazione nel campo.
Seppur stretta nel filo spinato d’odio del grado massimo di malvagità umana…ha potuto far fiorire in sé quel piccolo fiore di speranza che non si è mai piegato.
Un po’ come il fiore di loto emerge dal fango.

Saper scrivere di noi, saper ammettere di noi e tirar fuori le nostre più grandi paure e le nostre più recondite difficoltà, è davvero il primo grande passo di ritorno cui siamo chiamati ora per cercare liberazione e una nuova umanità.
Solo così, tornando a legittimarci noi per primi di quel che ci abita, che un nuovo senso di pace albeggia lontano la dove finisce il mare. Ma almeno c’è.

 

 “ Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Prometto di vivere questa vita sino in fondo, di andare avanti. Studierò e cercherò di capire, ma credo che dovrò pur lasciarmi confondere da quel che mi capita e che apparentemente mi svia: mi lascerò sempre confondere, per arrivare forse un giorno a una maggiore sicurezza.

Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare al freddo, purché tu mi tenga per mano.”

Etty Hillesum, Amsterdam 1941.

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Il Fiore Azzurro 2 maggio 2018

Accadere a se stessi, erodere la morte (Alfonso Gatto, Origine)

di Giuseppe Spinnato
Felicità che è differita ansietà soltanto. Azzurra felicità, d’insubordinazione stupenda, che balza via dal piacere, polverizza il presente e tutte le sue istanze. (René Char, Fogli d’Ipnos)

 

Quando l’amore è inesorabile, ovvero, quando l’amore non si lascia vincere da tutte le parole che come preghiere recitiamo mentalmente senza tregua?
Basta uno sforzo davvero minimo di sincerità e se possibile ancor più piccolo di attenzione per ammettere, per accorgersi che siamo continuamente impegnati nella recitazione silenziosa e ossessiva di parole cattive, di rosari involontari, non voluti, il più delle volte spietati.
Dalla nostra mente sembra fiorire continuamente una bestemmia contro la vita in pienezza. Chi non conosce il veleno che non fa godere di una conversazione, di una presenza, di un piatto di lenticchie, di una birra in compagnia? In questo testo involontario, cioè in questo tessuto di parole che commentano la nostra vita, non attecchisce alcun amore, se non per fortuita e rara grazia.

Avete mai visto il sottobosco rigoglioso di una pineta? Certo che no, perché non esiste. Gli aghi di pino formano una trama intricata di aculei che impedisce alla maggior parte delle piante di attecchire in un terreno quasi impenetrabile e reso acido.
Così è spesso la nostra mente: una trama, un testo impenetrabile, senza punteggiatura a dare aria a pensieri più verdi, reso acido da sentenze cui diamo il nostro assenso senza la minima resistenza. Come può fiorire l’amore in questo campo inesorabilmente sterile? A nulla servono le preghiere storte dell’infanzia, che presto abbandoniamo come apriti-sesamo difettosi, inutili. Quale parola può renderci sovrani di un terreno fertile, immune dalle maledizioni che ci fanno spettatori di un pensiero impostore, che nessuno di noi ha scelto?

Cosa sarà poi questo amore? Mai parola è stata ed è più abusata. Pur non sapendo cosa sia realmente, per carità, non rassegniamoci alla solita solfa delle radio, del cinema e dell’industria letteraria. Lo sappiamo, lo abbiamo imparato a nostre spese che non ci basta. La verità, vi prego, sull’amore (Auden): mai titolo più adatto è stato trovato per descrivere l’uomo.
In che modo una poesia può aiutarci a trovare un bandolo da seguire? Credo, in ottima compagnia, che alcuni poeti abbiano scavato un po’ più a fondo, spesso loro malgrado, al di sotto della coltre spinosa della questione. Cosa ci salva? Dove attecchisce un amore che sia davvero inesorabile, questa volta nel senso comune: cioè irresistibile, inevitabile?
Proviamo ad ascoltare le parole di Alfonso Gatto leggendo Origine, poesia tratta dalla raccolta Isola, del 1932 (successivamente espunta): 

Origine

Oscuro istinto, armonia
Di risalire in stupore. 
Sommessa di favole inerti
La casa pallida:
ai vetri turchini
in volto
accado al mio sogno. 
Nella calma eternità
Vivere m’è fantasia,
inesorabile amore.
L’antica memoria continua
A perdere morte.

La prima parola e l’ultima, quelle che incorniciano il componimento, lo inaugurano e lo sugellano, oscuro e morte, sembrerebbero darci un lugubre presagio. A ben guardare, a ben leggere, credo invece che forniscano un icastico ritratto della condizione umana, sospesa tra due oscurità, ma aperta – a partire da suo interno – a una prospettiva più chiara, più luminosa, di risalita.
Il poeta definisce il moto vitale, il moto di risalita, con termini che pertengono all’inesplicabile: istinto, armonia. Non una formula quindi, non una definizione o un calcolo esatto ma una spinta sotterranea, interna, relegata nell’ombra. È un oscuro istinto, un istinto intimissimo quello che dà il la – è il caso di dirlo – all’armonia della risalita che ha come effetto altrettanto incalcolato lo stupore.
In questo territorio interno, dove si genera quella che Weil definirebbe forse grazia, il poeta ci descrive un incontro straniante e assieme di riconoscimento:

Sommessa di favole inerti
La casa pallida:
ai vetri turchini
in volto
accado al mio sogno.

Il paesaggio è sospeso, non rassicurante, quello di una casa pallida, definita come sommessa: ancora un riferimento al campo del suono quindi, che a sua volta non può non richiamare nella mente di chi legge – per associazione anche sonora – l’aggettivo sommersa. Favole, come storie fantastiche solo accennate, incompiute, sussurrate, la caratterizzano. Sembra una situazione bloccata, ma oltre il secondo verso della seconda strofa avviene, ai vetri turchini della casa, il riconoscimento del poeta, che accade al suo stesso sogno. In questa zona interna, dove le favole sono bloccate e inerti, dense come una cappa di nebbia a circondare la casa pallida, il poeta si incontra, accade a se stesso, riconosce il suo volto, forse proprio nelle finestre della casa (un azzardo en passant: sembrano proprio i vetri della pallida donna turchina che salverà il Pinocchio suicida impiccato che doveva concludere bruscamente il romanzo).
L’ultima strofa risolve la poesia, proprio dopo l’incontro inaspettato:

Nella calma eternità
Vivere m’è fantasia,
inesorabile amore.
L’antica memoria continua
A perdere morte.

Il riconoscimento di un volto familiare eppure straniante apre una prospettiva positiva, ed è qui, in questa apertura improvvisa di calma, di calma eternità, che sboccia l’amore inesorabile. È in questo luogo e in questo tempo interni che le favole da inerti si animano e sbocciano, tanto che il vivere, in questo nuovo stato ritrovato, diventa esso stesso fantasia. Ed è un tempo fuori dal tempo: Ecco l’epoca in cui il poeta sente in se stesso levarsi questa forza meridiana d’ascesa (René Char, Fogli d’Ipnos).

La conclusione sorprende eppure è coerente: il riconoscimento da parte del poeta del suo volto interno che accade e schiude vita, fantasia e inesorabile amore è una forma di memoria, di antica memoria. È un “ricordo” quasi campaniano, un ritorno a una forma di se stessi inedita e antica assieme, l’unica viva, al di là di ogni possibile accezione di morte, perché immersa in una calma eternità trans-temporale, e il titolo del componimento, Origine, sembra confermarcelo. Questa memoria ritrovata erode la morte, come per un processo interno di distillazione la lascia andare via, la annienta goccia per goccia (L’antica memoria continua / A perdere morte). Sembrano versi perfettamente consonanti con le parole di Char, che descrive questa esperienza come la porta di tutte le allegrie, e l’esperienza poetica come quella che ruberà davvero la morte, vocabolo che punteggia la storia dell’uomo, vocabolo che il poeta francese sprona a contraddire.

Sembra che quella di Gatto sia una poesia davvero iniziatica, ovvero una poesia che riporta e rivive un’esperienza di morte e rinascita in una forma diversa da quella dell’ego. Non sembra di azzardare in questa ipotesi, le immagini sembrano confermare le fasi di un processo che le mistiche hanno sperimentato e le teologie descritto. La poesia può quindi essere altro, oltre-letteratura, e il poeta può non essere soltanto un letterato, un descrittore del verosimile, un fantasticatore, un masticatore di tristezze, un decoratore delle “verità” dei filosofi.

Cosa può essere il poeta? Può forse essere anche profeta, può cioè parlare per conto di voci altre, realizzando – è il caso di dirlo – inesorabilmente bellezza, anche letteraria. Quanto più scende a fondo tanto più la voce che restituirà sarà vicina al centro, all’accadimento nascente che produce la risalita.
L’amore che ci descrive Gatto non ha niente a che vedere con pappette melense da soap opera: è qualcosa di misterioso e forte, di travolgente, di inquietante, di vivo, di altro.
Di niente di meno abbiamo bisogno oggi che di un’esperienza reale e trasformante di un’inesorabilità creativa, di un’insubordinazione armoniosa, di un campo da sottrarre alla morte che il mondo ci rinfaccia e i media corteggiano come avvoltoi.
A volte, quando la chiacchiera mentale si placa, o quando riusciamo a placarla, davvero il desiderio grande e bello di accadere a noi stessi si avvera, non solo nel sogno.

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Il Cuore a nudo 18 aprile 2018

Riscoprire la forza del desiderio

di Filippo Tocci

La crisi che viviamo ci invita a lasciar emergere la nostra umanità

L’umano è per natura inquieto. L’inquietudine, potremmo dire, nasce dal nostro essere al mondo senza saperne il motivo, che pure continuiamo a ricercare, in modo più o meno consapevole. Leopardi, nel celebre Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, ammette di invidiare la vita placida e beata di quella greggia che non sembra turbata dalle fatiche dell’esistenza, né dal tedio che invece assale il poeta quando cerca un po’ di quiete:

(…)
sì che, sedendo, più che mai son lunge
da trovar pace e loco.
(…) 

L’esperienza umana è dunque caratterizzata da una problematicità di fondo, che può essere magari colta con maggior sensibilità dall’anima del poeta, ma che certamente ognuno di noi conosce bene.
L’inquietudine non ci consente di restare appagati di ciò che il mondo ci propone, come invece succede all’animale che, saziati i propri bisogni, può riposare fino a che di nuovo gli istinti non manifestino la necessità di una loro soddisfazione, trovata la quale sarà possibile tornare a una condizione di pienezza, e così via. La nostra inquietudine ci segnala invece una mancanza di fondo che ci costituisce.

Essere umani significa quindi, in qualche modo, essere mancanti, carenti. Heidegger, in termini filosofici, affermava ad esempio che il modo d’essere dell’uomo ha come tratto essenziale il suo “aver-da-essere”. In altre parole, ciò che noi siamo non è mai definito, non è mai dato una volta per tutte, ma anzi è sempre al di là di ogni nostro tentativo di volerlo controllare, dominare.
Quella che sembra essere l’impossibilità di poter definire cosa sia questa mancanza che ci abita, ha reso piuttosto affascinante, per gli uomini di tutti i tempi, la prospettiva di colmarla. Questa apertura, questo buco lacerante, questo richiamo continuo a ricercare altro – senza sapere cosa – a desiderare qualcosa che non riusciamo nemmeno a nominare, ma che avvertiamo come una ferita bruciante, spesso ci sembra una condizione insopportabile.

Vorremmo essere padroni della nostra vita, poterla gestire come meglio vogliamo, e così per riguadagnare una posizione dominante, per riprendere possesso della nostra vita, come ha scritto il filosofo Silvano Petrosino, tentiamo un atto decisivo, ovvero di “riconvertire la logica del desiderio in quella del bisogno”; convertire questo oscuro richiamo del cuore, questa sete infinita e inquietante, in qualcosa di tangibile, manipolabile, disponibile alla nostra presa.
Petrosino fa anche notare come questa dinamica quindi, in cui l’essenza umana, che è desiderio, viene ridotta a qualcosa di definibile e tangibile, prima di diventare una logica imposta dalla società, trova il suo corrispettivo in una nostra tendenza individuale, psicologica ed emotiva.
Ricapitolando: siamo inquieti perché siamo al mondo, “gettati” nel mondo (ancora Heidegger), senza coglierne, almeno questo è ciò che sembra, il senso. E ciò che ci circonda non ci dà quella sensazione di pieno appagamento di cui invece godono gli animali, poiché a differenza loro, siamo animati da bisogni concreti, fisiologici, ma anche da un desiderio indefinito.

Proprio a questo punto si situa la risposta della nostra società, dell’ambiente in cui siamo nati e cresciuti. Qui ci limiteremo ad evidenziare i tratti della società in cui siamo immersi, quella occidentale contemporanea. Questa si propone infatti di gestire la condizione dell’individuo, che poniamo si stia interrogando, in modo più o meno esplicito, sulla direzione da assegnare alla propria vita, per sfuggire alla terribile sensazione che tutto sia, come scrive Eliot nel Frammento di un agone:

(…)
nascita, e copula e morte,
tutto qui, tutto qui, tutto qui,
nascita, e copula e morte.
(…)

La società assegna infatti all’individuo una definizione di sé: l’umano non è più soggetto desiderante, ma è ridotto a produttore di profitto (“risorsa umana”) e consumatore, dotato quindi di bisogni ben definiti. In secondo luogo, si propone di colmare tali bisogni, surrogati del desiderio.
Lo scopo della complessa esperienza umana viene quindi oggi a coincidere con il successo formativo/lavorativo e con la capacità di entrare in possesso di beni superflui. Per questo si parla correntemente di società della performance e consumistica. Assecondando questa visione, siamo costretti a negare in noi stessi tutte quelle dimensioni, vitali e preziose, che risulterebbero d’intralcio alla nostra realizzazione sociale.

Ognuno di noi potrebbe trovare numerosi esempi a questa affermazione. Una ricerca del 2005 pubblicata dal Wall Street Journal (https://www.wsj.com/articles/SB112190164023291519) mostrava il nesso tra il successo negli investimenti e l’incapacità di provare emozioni. Oppure pensiamo alla condizione di una donna che voglia coniugare il proprio desiderio di maternità, di cura e accudimento – di sviluppare cioè il proprio principio femminile – con le legittime aspirazioni professionali. Per realizzare le seconde, dovrà probabilmente rinunciare alla prospettiva dei figli (il tasso di natalità nei contesti urbanizzati e in costante calo). Più in generale, l’uomo si trova a piegare il proprio desiderio di realizzazione entro le logiche di un bisogno di riconoscimento sociale che passa esclusivamente dalla carriera.
In conclusione l’individuo, se vuole ottenere gratificazione dalla società in cui vive, spesso deve rinunciare a quel desiderio infinito che sarà pure vago e confuso, ma autentico e vitale. La domanda stessa sul senso della nostra esperienza umana diventa un tabù, perché rallenta l’azione, la ferma. Riflettere, soffermarsi sul senso delle cose, non è considerato funzionale in quanto inceppa la catena di montaggio, come già denunciò Pirandello nella Quaderni di Serafino Gubbio operatore, il cui protagonista “fallisce” in quanto non riesce a dissociare il lavoro che svolge in una casa cinematografica dal proprio vissuto emotivo: è troppo umano. Anche il che fai tu, Luna in ciel? leopardiano sarebbe oggi liquidato affermandone l’inutilità – dopo aver magari sperato invano di poterne estrarre risorse preziose.

La questione tuttavia non è di così facile risoluzione. Perché saremmo così propensi a questa sottrazione di libertà se non avessimo nulla da ricavarci? Se è vero che qualcosa ci viene tolto, e siamo noi stessi a consegnarlo, qualcosa pure otteniamo, ed è – ricollegandoci a quanto detto in principio – proprio la fuga dall’incertezza (di cogliere la nostra essenza) e l’approdo ad una apparente certezza (di un’identità piena, riconoscibile, tangibile).
Rispetto alla “greggia” da cui siamo partiti, i nostri bisogni sono moltiplicati e incessanti, perché devono pur sempre colmare una mancanza profonda, tuttavia nel terzo millennio ormai abbiamo tutto a disposizione di un click, che sia un nuovo viaggio o un acquisto, e la frustrazione è ridotta ai minimi termini. Per mascherare l’inquietudine che ci atterrisce, saltelliamo da un posto all’altro, alla ricerca frenetica del nuovo prodotto, del nuovo viaggio con cui riempire il weekend, della nuova esperienza imperdibile, della promozione esclusiva, di qualcosa che ci darà proprio quello che ci manca.

Ma otteniamo davvero ciò che cerchiamo? Sotto questa euforia non si nasconde forse un malessere profondo, derivante dall’aver castrato il nostro desiderio, dalla rinuncia ad una realizzazione più autentica? Credo che nell’epoca in cui ci troviamo a vivere, sempre più persone abbiano iniziato a mettere in discussione la validità delle proposte di questa società, e di una definizione mercantile e utilitaristica dell’essere umano. Il desiderio umano non può essere messo a tacere troppo a lungo, come non si può impedire a un fiore di sbocciare o a un albero di fare frutti. Ciò che molti di noi sperimentano è una crisi, più o meno profonda, che deriva proprio dalla nostra lontananza dal centro vitale che vorrebbe sgorgare ed espandersi in noi.

Forse, se Leopardi, sedendo e disperandosi per non trovar pace, fosse stato avvicinato da un anziano maestro indiano, avrebbe imparato a lasciar andare il tumulto dei pensieri, e si sarebbe accorto, praticando, che l’agitazione mentale e lo smarrimento non sono che le prime fasi di un lungo percorso alla riscoperta di sé.

Oggi più che mai, in una società che ci vorrebbe privare della capacità di desiderare altro, di aspirare a qualcosa che sentiamo, a tratti, dentro di noi come possibilità concreta e gioiosa, possiamo scegliere di lasciar cadere la finzione dei bisogni illusori che ci vengono proposti, di promesse che non vengono mai mantenute. Possiamo tornare a sentire, ogni giorno, anche solo per dieci minuti, la forza che nasce in fondo al nostro respiro, se accogliamo la vita nell’inspiro e ci abbandoniamo fiduciosamente nell’espiro. Forse il senso che cerchiamo disperatamente nel mondo risiede altrove: siamo nati per desiderare e creare qualcosa che nel mondo ancora non esiste.

Infine, una nota in margine sull’immagine scelta per accompagnare l’articolo che avete letto: nel dipinto surrealista di Magritte intitolato La battaglia delle Argonne (1959), una nuvola sta per scontrarsi con un macigno. L’artista belga ha sempre lasciato aperto il campo delle interpretazioni, per cui ci prendiamo anche noi la libertà di farlo. Immaginiamo che lo scontro imminente indichi la dimensione oppressiva, di una minaccia che incombe, nella quale vive l’uomo contemporaneo. Assiste alla scena la luna. Si può ipotizzare un seguito possibile: il macigno attraversa la nuvola, rivelandone l’inconsistenza, ed entrambi gli elementi escono di “scena”. Resta la luna, silenziosa e quieta. Ciò che ci inquietava svanisce, e uno spazio libero si apre all’orizzonte.

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Il Fiore Azzurro 12 aprile 2018

Il canto dell’umanità

di Maila Arelli

Conoscere l’abisso per illuminare il mondo

Abgrund des Ichs                                                       
Abgrund des Ichs! Ins Ich tauch’ ich hinab
Und finde keine Schranken, keine Grenzen.
Dort in der Dämmerung reiht sich Grab an Grab,
Hier wogt das Licht und frische Saaten glänzen.
In jenen Gräbern ruht mein frühes Leid,
Mein erstes Lieben und mein erstes Hassen.
Tot! Alles tot und bleibt es auch alle Zeit
In mir, und wird von meinem Ich nicht lassen.
(Heinrich Hart 1855-1906)
Abisso dell‘io
Abisso dell‘io! Mi immergo nel profondo di me
E non trovo limiti, né confini.
Lì nel crepuscolo segue sepolcro su sepolcro,
Qui fluttua la luce e brillano sementi fresche.
In ogni sepolcro riposa il mio antico dolore,
Il mio primo amore e il mio primo odio.
Morto! Tutto morto e rimane così anche tutto il tempo
In me e dal mio io non viene lasciato.

Heinrich Hart, scrittore tedesco vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, fondò in gioventù un gruppo chiamato “die Neue Gemeinschaft” (“La nuova comunità”). Intitolò inoltre la sua opera più importante Das Lied der Menschheit (Il canto dell’umanità). Oggi come ieri infatti lo spirito poetico autentico si fa annuncio, profezia, voce della trasformazione dell’uomo. La voce del poeta è quindi la voce di un Io profondo, la voce del nostro Io, che continuamente ci richiama a sé.

Il poeta, che è lo spirito creativo in noi, immergendosi nei propri abissi interiori, dimora in spazi infinitamente dilatati, spazi aperti alla coscienza dell’universo che proprio attraverso il pensiero e la parola dell’uomo si manifesta come autocoscienza. L’universo diventa così cosciente di sé attraverso il pensiero e la parola dell’uomo che ne parla. L’uomo è quindi il mistero dell’universo che si manifesta attraverso la parola poetica come canto dell’umanità.
Per questo l’uomo è una porta spalancata sull’abisso e per questo lo spirito poetico è chiamato ad incarnare questa grande responsabilità.

Immergersi dentro sé, nell’infinito che respira in noi, significa infatti comprendere il senso di una missione profonda: compiere cioè un cammino evolutivo, e con esso un ulteriore passo verso lo sgretolamento delle pareti mentali ed emotive che imprigionano il nostro pensiero entro confini angusti, impedendoci così di comprendere la grandezza di ciò che siamo, e di ciò che siamo chiamati a fare. Condurre l’umanità a compiere un salto verso la configurazione di un’umanità altra, che già a tratti sentiamo emergere in noi quando prendiamo finalmente contatto con i nostri abissi interiori, significa avere il coraggio di dire un sì alla vita affrontando anche le sfide che questo richiede.

Questo sì alla vita infatti non è ovvio, né scontato. Questo sì alla vita è la nostra sfida quotidiana, è la fatica delle nostre vite, con i nostri problemi, i nostri dolori, le nostre impotenze e fragilità. Qualcosa che spesso ci atterrisce, che molto spesso ci prostra, ci piega le gambe, a volte le spezza, o spezza il fiato. Fatiche e dolori che lasciano cicatrici profonde: Lì nel crepuscolo segue sepolcro su sepolcro […]. In ogni sepolcro riposa il mio antico dolore, / Il mio primo amore e il mio primo odio.

E tuttavia in questo componimento poetico ad immagini di morte si susseguono immagini di vita: Lì nel crepuscolo segue sepolcro su sepolcro, / Qui fluttua la luce e brillano sementi fresche. Tutto ciò che giace morto dentro di noi, tutto ciò che ci blocca, che impedisce il libero fluire può essere conosciuto e trasformato. Qualcosa muore ma già brillano alla luce le sementi fresche. Riflettiamo bene: quanto ci ostiniamo a trattenere? Quanto non vogliamo lasciar andare? Il tempo non può essere trattenuto eppure l’Io ne conserva traccia. Le sue memorie sono nel nostro corpo, che le sigilla. Morto! Tutto morto e rimane così anche tutto il tempo / In me e dal mio io non viene lasciato.

Ma lasciar andare non vuol dire dimenticare. Il tempo in qualche modo rimane in noi e si fa memoria, che è sostrato imprescindibile, custode della nostra identità e che parimenti ci richiama all’adesso. Come nel respiro, che scandisce il ritmo esatto del nascere e del morire, dove la fine di uno è sempre l’inizio dell’altro. Il nuovo per nascere richiede una continuità in vista del suo scaturire, così come una fine come con-fine che delimita ma non costringe. E quindi immergersi, scavare, portare alla luce ciò che è rimasto sepolto significa lasciar germogliare le sementi fresche, che già brillano annunciando le loro promesse.

 Nel destino l’uomo riconosce invece la sua propria vita, e la supplica che egli rivolge non è la supplica rivolta a un padrone ma un ritorno ed un avvicinamento a sé stesso (Hegel).

Il destino è quindi la potenza della vita nella quale il soggetto è da sempre immerso. E per comprenderne il senso occorre un ritorno e un avvicinamento a sé. Immergersi negli abissi è quindi rimanere in ascolto silenzioso della vita e intuire la direzione di crescita.
Rimanere in ascolto di ciò che siamo, avvicinarsi a sé seguendo le tracce di questo percorso dovrebbe quindi, come Hegel ci suggerisce, rivelarci il senso di un destino.  L’uomo che si lascia interrogare dalla vita e ne domanda il senso è inquieto e tormentato dalla necessità di intuire cosa è chiamato a portare, e perché. L’interrogarsi sul proprio senso e destino non rimane però slegato dall’orizzonte storico collettivo al quale si appartiene. Lo spirito poetico è per questo tanto universale quanto profondamente legato al suo tempo. Universale nei valori assoluti di cui si fa espressione, e storico nella peculiarità specifica in cui questi valori si manifestano nel loro tempo. Come si allaccia quindi la potenza della vita nella quale sono immerso e nella quale afferro il senso del mio destino – nella misura stessa del mio comprenderla –, come si intesse quindi la mia storicità con tutti i valori che essa nel suo svelarsi mi manifesta con l’incedere del tempo storico-collettivo che sto vivendo?

Lasciandoci ispirare dalla poesia di Hart, che scorge non a caso proprio nel sepolcro il luogo di un nuovo fiorire, per lasciare emergere lo spirito poetico-creativo che dimora in noi, dovremmo prenderci la responsabilità di far nascere un nuovo Io, che sia davvero capace di un’azione dirimente. Un Io che finalmente liberato da antichi dolori e paure, sia finalmente in grado di lasciar fluire tutta l’energia sbloccata incanalandola in un’azione creatrice inedita e risanatrice, illuminante quanto costruttiva.
Nell’epoca storica in cui viviamo l’uomo è chiamato necessariamente a ri-nascere, a ri-sorgere non solo quindi per una ricerca interiore fine a se stessa ma per dare origine a una nuova comunità, come lo stesso Hart aveva intuito. Una comunità di uomini e donne che hanno compreso l’urgenza fortissima di una rinascita individuale e collettiva insieme. Ma forse la prima domanda da porci è: quanto è importante e soprattutto perché è importante non lasciarmi agire dalla vita ma viverla in pienezza scorgendo nelle pieghe del suo incedere un significato profondo? Perché questa ricerca di profondità e assoluto mi sospinge a non cedere alla tentazione dell’inerzia? Questo anelito struggente (Sehnsucht) è l’anelito a un infinito che già custodiamo ed è questo forse che continuamente ci richiama, seppur ostacolato e offuscato dai confini della nostra condizione terrena. E l’uomo come intermediario tra finito e infinito non può esimersi quindi dal creare, e ripensare continuamente il mondo che abita, creando con il suo pensiero cultura e civiltà, continuamente, incessantemente, in ogni momento in cui il pensiero afferra se stesso e pensa al suo stesso pensare.

Rispondere a questo appello è quindi una responsabilità che ci richiama più direttamente al significato profondo di ciò che sentiamo premere in noi e che corrisponde allo stesso tempo all’azione concreta che di riflesso saremo capaci di realizzare:

Qui fluttua la luce e brillano sementi fresche.

 

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Il Cuore a nudo 21 marzo 2018

Riscoprire se stessi

di Francesco Marabotti

Esiste come un’illusione feroce nel nostro cuore: il pensiero che una volta che avremo trovato la soluzione a tutti i nostri problemi allora saremo felici.

È come una sorta di tensione implacabile, di fame insaziabile, che non può essere esaurita, poiché il problema della vita, in un certo senso, non ha una soluzione predefinita.

Cerchiamo perciò magari il sistema filosofico che possa rispondere di tutta la complessità del mondo, oppure finalmente la spiegazione psicologica in grado di risolvere la nevrosi, o la formula fisica in grado di sciogliere l’enigma dell’universo.

In fondo in fondo vorremmo proprio una formula in grado di risolvere il problema della nostra esistenza. Ma non siamo mossi da meraviglia, o dall’amore della ricerca, quanto piuttosto dalla paura di quello scarto incolmabile fra il nostro sguardo e l’orizzonte.

Vorremmo annullare questa continua novità che ci mette alla prova, poiché implica mancanza di controllo, vulnerabilità, imprevedibilità, sospensione.

Sappiamo infatti che la peculiarità dell’umano consiste proprio nella facoltà razionale, la cui forza risiede nella capacità di controllo, di previsione, di sicurezza e quindi di operatività pratica.

La ragione, come comprese Aristotele e prima di lui Platone, si fonda sul principio di causa ed effetto. La scienza, la “sophia”, è quella capacità dell’umano di rintracciare le cause dei fenomeni.

“E tuttavia, noi riteniamo che il sapere e l’intendere siano propri più all’arte (techné) che all’esperienza, e giudichiamo coloro che posseggono l’arte più sapienti di coloro che posseggono la sola esperienza in quanto siamo convinti che la sapienza, in ciascuno degli uomini, corrisponda al loro grado di conoscenza. E, questo, perché i primi sanno la causa, mentre gli altri non la sanno. Gli empirici sanno il puro dato di fatto, ma non il perché di esso; invece gli altri conoscono il perché e la causa.” (Aristotele, Metafisica, p.5.)

Fra un architetto e un operaio che sta costruendo la casa, il primo è più sapiente perché conosce la causa, ovvero i “motivi” grazie ai quali la casa può essere eretta. Il secondo si limita ad eseguire quelle cause.

Questo per dire che l’esigenza di carpire delle regole attraverso le quali stabilire il funzionamento della realtà è profondamente radicata ed essenziale nell’animo umano, e probabilmente costituisce una delle sue più grandi e miracolose virtù.

Ciò nonostante, quando questa facoltà pretende di essere onnipotente, e di potere determinare in modo assoluto un sistema razionale all’interno del quale fare rientrare ogni singolo fenomeno, ecco che abbiamo un problema.

Questa illusione è una delle principali cause dell’attuale stato di crisi della civiltà umana.

Da un lato una superba pretesa di onnipotenza, e dall’altro una incapacità ormai patologica di essere in contatto con gli elementi fondamentali della vita. Una umanità sempre meno umana, sempre più scissa dalle emozioni e dal corpo, sempre meno empatica e relazionale, sempre meno creativa; al contempo sempre più 4.0, industriale, tecnologica e disperata.

Ecco che allora è importante comprendere che la ragione è uno strumento meraviglioso ma, come ci ricorda Kant, è semplicemente un’isola nell’oceano sconfinato. Non possiamo controllare la realtà a nostro piacimento, non possiamo determinare a priori le regole della nostra esistenza, e quindi conoscere come attraverso una formula che cosa ci renderà felici o cosa guarirà la nostra anima.

Esiste ed esisterà sempre uno scarto, che è la stessa possibilità della libertà. Quel millimetro di differenza che Michelangelo dipinge fra l’indice dell’uomo e quello di Dio è la scaturigine del nostro mantenerci in cammino. Il senso della nostra vita, le conquiste sulla via della nostra guarigione psichica e fisica non ce le possono dare altri, ma dobbiamo scovarle da noi stessi attraversando il periglioso mare della nostra stessa biografia.

Certo i maestri sono importanti, e spesso indispensabili, perché non esistiamo mai senza una tradizione. Ma la tradizione non esiste senza una nostra traduzione, senza la nostra riformulazione attiva e creativa che la procrea nuovamente.

Il viaggio dell’eroe avviene sempre in prima persona, è sempre nuovo, e in esso siamo chiamati a scoprire noi stessi da capo, per la prima volta.

Questo forse è anche il segreto di un tempo storico che ha giustamente criticato la tradizione e l’autorità, già dalla modernità, come imposizione rigida e definitiva di un dogma assoluto in base al quale conformare la propria vita; per consentire ad ogni individuo, in libertà, di scegliere e plasmare autonomamente e autenticamente la propria storia e quindi il proprio senso vitale.

Oggi però forse siamo chiamati a coniugare questo processo di individuazione, grazie al quale appunto ciascuno di noi può essere un “io” in pienezza, con la fonte di questa donazione, che non siamo noi stessi.

Noi non ci procreiamo, non creiamo la realtà nella quale abitiamo e le relazioni che incontriamo in modo meccanico, ma sempre in comunione con il mistero dell’Avvento continuo della vita.

Potremmo dire che il senso del nostro tempo consiste anche in una riconciliazione fra umano e divino, fra celeste e terreno, fra razionale e mistico, fra scientifico e poetico, fra economico e artistico e così via.

Leggiamo queste parole del Vangelo, che credo ci parlino scuotendoci proprio relativamente a questa esigenza di imbarcarci seguendo i dettami dell’intuito e delle stelle polari che sempre ci accompagnano:

“Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?” (Luca 9, 23-26)

Ritrovare noi stessi, ciò che noi siamo, e scoprirci in comunione con la fonte della vita che ci salva esattamente nel momento in cui smettiamo di pretendere di controllare il gioco. Quando rinunciamo a volere risolvere il problema della vita in tutta la sua complessità, perché non abbiamo fede e siamo terrorizzati dall’idea concreta dell’annullamento in tutte le sue sfaccettature, ecco che allora, forse, la trama palpabile del giorno e della notte possono parlarci, e rivelarci i loro doni ricolmi di bellezza e di speranza.

Concludo con un mio testo poetico che mi ha fatto capire e mi ha dato la possibilità di andare nella direzione di questo superamento.

 

Il Luogo

È nella profondità

dell’oscuro

che avviene

autenticamente

l’inizio.

Sono Io

la risposta

all’Appello.

La riscossa

alla morte.

Traggo linfa

dal nulla

del mondo

per reinventare

tutto.

Resto in ascolto

della tua parola.

“Poche parole

bastano

per capire

l’essenziale.

 

È tutto

qui.”

 

 Le ultime due righe condensano il significato della poesia: non dobbiamo andare da nessuna parte, ma solo riscoprire che tutto ciò di cui abbiamo bisogno è già qui, e proprio ora risplende per noi.

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Il Cuore a nudo 21 febbraio 2018

Quando l’uomo punta al cielo e l’angelo alla terra

di Daria Falconi

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Ha uno sguardo perplesso Damiel e un po’ perso nel vuoto quando due bambini gli si avvicinano:

 

“Stai male?”

“Sì”

“Che cos’hai?”

“Mancanza”

“Ah ecco”

 

Lui è un angelo e Wim Wenders (noto anche per aver diretto “Paris, Texas” e il documentario “Il sale della terra”) ci racconta la sua storia ne “Il cielo sopra Berlino”, film indimenticabile del 1985.
Damiel passa le giornate volando sopra i tetti della città con il suo fedele compagno Cassiel ma quando si innamora perdutamente di Marion, una giovane trapezista dai capelli ricci e lo sguardo profondo, decide di passare alla vita terrena. Ora i suoi piedi carezzano il brecciolino della capitale tedesca negli anni ’80 e il suo scopo è trovarla. Era un essere primordiale e ultraterreno ma quella forza disperata e incontrollabile della mancanza lo ha spinto a valicare ogni limite del possibile.

 

La mancanza è una terribile sensazione.

Potremmo dire che ne esistono di due tipi: quella materiale e quella immateriale. La prima è tanto la più pericolosa quanto la più fragile. Ogni televisore, radio, schermo o sito ci martella quotidianamente instillando in noi dubbi atroci come: “come posso non avere quel profumo? Se lo comprassi realizzerei ogni mio desiderio, ne sono sicura”. O ancora: “quanto desidero poter aver proprio quel nuovo modello di smartphone che… insomma, non posso non avere”.
Se qualche ora prima riuscivamo a cavarcela senza, in poco tempo veniamo catapultati in una realtà coercitiva che ci convince di avere finalmente uno scopo: guadagnare per comprare. Questo è davvero pericoloso; basta pensare alla possibilità di indebitarsi a rate per poter pagare elettrodomestici di incerto utilizzo o ancora all’impulsivo acquisto di capi d’abbigliamento di poco valore e qualità.
Questa tendenza è comune a ogni uomo. Un po’ di fascino queste pubblicità riescono sempre e comunque a suscitarlo, ma poi, una volta raggiunto l’oggetto dello sforzo o il lastrico, a un certo punto il circolo dovrebbe interrompersi o se non altro si fermerà per poi ricaricarsi alla ricerca del prossimo obiettivo.
L’uomo però sa anche di poter scegliere e selezionare, e la fragilità di queste illusioni è latente quando iniziamo a domandarci se ce ne sia davvero bisogno e così, speriamo, prima o poi collasseranno una ad una.

Arriviamo al secondo tipo di mancanza: quella immateriale, la più invisibile e dannosa. È la sensazione del vuoto che accompagna le nostre giornate. Spesso mi è capitato di chiedermi quando ho iniziato a percepire per la prima volta questa sensazione. Probabilmente è arrivata di pari passo con l’emersione del dolore e con l’inizio della crescita spirituale.
Imparare a conoscere noi stessi e a fare questo prezioso lavoro di analisi porta a galla innumerevoli realtà da tempo sepolte; una di queste credo sia proprio il concetto di “impermanenza” (o anitya in lingua pāli).

Con questo termine il Buddhismo intende affermare che tutte le cose condizionate sono impermanenti. La loro natura è di sorgere e svanire. Allorché questo stesso processo di sorgere e di svanire viene meno, allora c’è la vera felicità.
Mi sembra quindi di poter capire che l’uomo non vuole accettare questo insegnamento e tende per questo all’eterna incompletezza che sfocia in una sola e unica direzione: l’infelicità.

Questo è frustrante ma è ciò che ci distingue come umani, convinti di essere entità solide da costruire e riempire.

Come dice sempre il Buddha: “Il tramonto è bello ma non posso portarlo via con me”.
Noi vorremmo disperatamente poterci sentire completi dimenticando quanto siamo assoluti e unilaterali per natura.
La grandezza e il vero scopo della nostra ricerca su questa terra deve poter essere iniziare un cammino in grado di sensibilizzarci.
Possiamo muoverci per capire quanto è vero che siamo noi per primi ad avere il potere di rendere un momento infinito e incarnarlo. Sta tutto lì il gioco. Sentirsi parte di una unica grande realtà che prescinde dal caso e da quel che comunque saremo costretti a subire. La nostra speranza, quella che ci porta avanti e ci fa credere nella possibilità di una rinascita, trova forza e vigore nel sentirci davvero l’assoluto. A quel punto, per esempio durante il momento della preghiera, tutto sarà molto più rincuorante e rasserenante.
Saranno pochi, pochissimi i momenti in cui riusciremo a sentire di aver compreso tutto questo e di poterci liberare dalla gabbia del possesso. E credo sia opportuno considerare che per la maggior parte del tempo, vivremo questo dolore incarnato che riempie le ossa. Il desiderio di qualcosa che ci offusca la mente e ci rende così deboli, fragili e poco decisi.

 

Credo però, per concludere, che sia già un primo passo rasserenante scoprire che una piccola possibilità di ribellione e di distruzione delle gabbie per giungere alla pace ci sia. Anzi esiste. E se proprio dovessimo ricercare qualcosa nella vita, porre questo insegnamento come meta da raggiungere sarà la più soddisfacente ricerca cui possiamo tendere per il bene di noi stessi.

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L'Ordine del Giorno 19 gennaio 2018

Dove vogliamo vivere e realizzarci?

di Filippo Tocci

Nel 2020 in Australia, a Melbourne, la famosa azienda statunitense Apple aprirà un concept store nella piazza principale della città, Federation Square. Melbourne è considerata oggi, secondo la classifica stilata dall’Economist, la città più vivibile al mondo.

La notizia dell’apertura dello store di un’azienda privata proprio nel luogo pubblico per eccellenza, ha suscitato polemiche in Australia ma anche in area anglosassone. Di fronte a questo evento può essere utile tornare a chiedersi: quale funzione ha la piazza all’interno della città? E che relazione esiste tra la città e il modello di umanità che proprio in quei luoghi vorrebbe realizzarsi? Noi riteniamo infatti che esista un rapporto tra l’anima e la città, la dimensione interiore e quella esteriore. La condizione della città, e del suo fulcro, rivela indizi decisivi sulla definizione di umanità oggi dominante.

Senza avere la pretesa di ripercorrere le numerose tipologie di piazze che contraddistinguono i centri urbani di tutto il mondo, si può dire che, dall’agorà greca alla piazza italiana del Rinascimento, essa costituisca il centro vitale della città.

L’agorà greca era il luogo di incontro dell’assemblea cittadina e dei commerci che avvenivano nel mercato. Nell’Antica Roma il forum è circondato da edifici pubblici e templi. Nel Medioevo alle attività commerciali e alle sedi dell’autorità civile si affianca la Chiesa con un sagrato. Nel Rinascimento resta essenziale dare visibilità agli edifici pubblici, assumono inoltre un’evidenza spaziale i concetti di armonia, simmetria e razionalità.

Quindi la piazza si propone, dalla sua nascita, di trasmettere i valori pubblici della città: politici, sociali, religiosi, artistici, simbolici. E la città riflette, a sua volta, la condizione umana, il modo con cui concepiamo il nostro stare al mondo.

Dopo queste premesse, caliamoci ora nello stato d’animo che avvertiamo passeggiando per il “centro” di una città moderna. Possiamo notare innanzitutto che il centro in realtà è andato perduto. Il nostro movimento non confluisce certamente in un unico punto, che costituirebbe magari il centro di un cerchio perfetto, razionalmente delimitato da una cinta muraria di protezione contro la dimensione irrazionale e selvaggia, come la città medievale; piuttosto, siamo coinvolti in una dispersione caotica, affluiamo forzatamente in masse urbane che transitano spesso senza meta, o comunque passivamente. Inoltre, come ci segnalano drammaticamente i recenti episodi di terrorismo, ma anche le storie di crimine e di investigazione degli ultimi due secoli, è venuta meno la fiducia nella funzione protettiva della città, ormai pervasa e talvolta insanguinata dal torbido che emerge al di sotto di una facciata non più rassicurante.

Anche fermandoci al solo aspetto degli spazi urbani quindi, questo ci può comunicare, almeno in parte, l’idea di mondo della nostra civiltà. Una visione molto differente, ad esempio, da quella dell’uomo rinascimentale, che concepiva sé stesso come creato a immagine e somiglianza di un Creatore, principio centrale del Cosmo e in grado di garantire un ordine alla realtà, anche attraverso la razionalità umana. Passeggiando per Firenze, specie in alcune piazze, si può percepire ancora quel senso di armonia e di rappresentazione ordinata del mondo, e di apertura fiduciosa verso l’esterno.

Oggi invece la città sembra comunicarci ben altro. Probabilmente questo: perduto ogni legame con un Principio, vaghiamo senza meta e senza scopo in un universo insensato e disordinato. Non è forse questa la concezione cosmologica post-moderna? E non è una sensazione di spaesamento che, come nelle figure scolpite verso la fine degli anni ’40 dallo svizzero Alberto Giacometti, ci attanaglia se passeggiamo per una città moderna, se ci concediamo di ascoltarci davvero?

Torniamo ora a Melbourne, la “città più vivibile al mondo”. Il centro della città, come quello di molte altre metropoli, invita alla dispersione, a un’agitazione perpetua e irrisolta. Lo stesso disorientamento che l’io post-moderno avverte in relazione a un cosmo non più geocentrico e dunque antropocentrico. Quindi si pone una questione: è possibile colmare questa angoscia? In fin dei conti, nonostante l’assenza di un centro, di una visione sensata dell’esistenza, sentiamo comunque di dover agire nel mondo. Come riempiamo quindi il vuoto, dovendo comunque affaccendarci?

Ecco la funzione “salvifica” dell’Apple store, assunto qui come simbolo del consumismo imperante. La natura umana, per sua natura socievole, non può fare a meno di percepirsi in relazione. Non abbiamo però alcun Cielo verso cui rivolgerci, come l’uomo medievale, né abbiamo la convinzione di essere al centro della Creazione, come l’uomo rinascimentale. Così, come preannunciava Nietzsche, all’ultimo uomo non resta che rivolgersi ad altri idoli, e colmare il trono lasciato vacante erigendo nuovi templi, adorando nuovi idoli.

Ecco che a Melbourne proprio un edificio dall’aspetto di un tempio orientale, l’Apple concept store, permetterà di colmare il vuoto, la mancanza di direzione, di senso, che come individui avvertiamo a vari livelli in questa epoca storica. Alienati da un principio creativo che, non essendo più in Cielo, non sappiamo dove sia, veniamo indotti a rinunciare alla ricerca di un senso, di un centro vitale autentico, e siamo persuasi ad alleviare lo smarrimento riducendoci a consumatori, fruitori passivi di beni superflui. Se il Cielo è ormai vuoto, allora abbiamo bisogno di moltiplicare sulla Terra gli oggetti di consumo, in un horror vacui ormai dilagante a livello sociale.

Giunti a questo punto, viene da chiedersi se esista una speranza, una via d’uscita. Il processo di alienazione è davvero arrivato ora al suo trionfo estremo, e avrebbe quindi ragione uno degli architetti di Federation Square a Melbourne a sostenere che, ormai, solo una commercial activation può dare vita alla piazza, e quindi ai centri, alle città, all’esistenza umana?

Oppure esistono in noi altre dimensioni vitali, essenziali, che si ribellano a questa prospettiva, che rischiano certo di soffocare ma che sono anche pronte, forse come mai prima d’ora, a ribellarsi, ad insorgere all’alienazione estrema?

Infatti vediamo ovunque che il malessere, individuale e sociale, cresce. In una qualunque città moderna, e magari soprattutto in quelle decantate come i luoghi migliori in cui realizzarsi, milioni di persone soffrono per l’ansia, lo stress, la depressione, l’insonnia, l’inquinamento, la solitudine, il rumore. Non sono forse questi i sintomi di una trascuratezza ormai endemica dei bisogni e dei desideri di realizzazione che ci caratterizzano come esseri umani?

Siamo giunti alle soglie di un’alternativa radicale, che ci induce a ripensare la nostra essenza, la nostra esistenza sul pianeta Terra, e quindi anche gli spazi in cui vivere.

È tempo quindi di tornare ad avvertire la nostra natura più autentica. Chi siamo? Qual è lo scopo della nostra vita, e come possiamo realizzarci nel mondo, oggi? Il campo è aperto a soluzioni imprevedibili, inedite. Nessuna nostalgia per epoche in cui l’identità, umana e delle città, era solo apparentemente solida, ordinata, razionale, luminosa, spirituale, come hanno dimostrato i secoli successivi, oppure di comunità che necessitavano di una chiusura totale e di nemici esterni per sussistere. E, tuttavia, nemmeno un’adesione passiva a un modello di città, di umanità, di mondo, sempre più disgregata, polverizzata in atomi impazziti costretti a vagare in un caos insensato, freneticamente, come trottole impazzite.

Oggi, come mai prima d’ora, è necessario tornare a rivolgerci domande semplici ma essenziali: che cosa desidero? Cosa mi rende davvero felice? Proviamo a sondare realmente il nostro stato interiore: come mi sento se la mia vita sociale è ridotta a relazioni in cui vengo ricevuto solo come potenziale consumatore? In fondo, non desideriamo forse essere accolti come esseri umani, e approfondire l’unità, la conoscenza reciproca e la condivisione di una vita intensa e gioiosa? Non vorremmo assecondare e sviluppare le nostre qualità relazionali e creative, e sfuggire all’appiattimento su logiche di produzione e consumo?

Solo un’umanità rinnovata, quindi, che sappia tornare innanzitutto in sé la propria natura, il proprio centro vitale, potrà trovare la spinta creativa di ripensare radicalmente la propria vita, e con essa la forma delle città, attorno a un nuovo centro, o molti altri, in cui favorire le dimensioni dell’ascolto e dell’incontro fecondo e creativo.

La sfida, oggi come nelle epoche passate, si gioca al livello del pensiero, di visione del mondo e della nostra umanità.

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Il Cuore a nudo 6 dicembre 2017

Rinascere dalla pioggia

di Daria Falconi

Quando la fine diviene un inizio

Appena passato l’autunno, anche detto periodo delle piogge, siamo giunti alle fredde e soleggiate giornate d’inverno.

L’anno volge al termine e si tirano le somme delle esperienze vissute che entrano a far parte della nostra vita come esperienza diretta dell’esistenza.
Le foglie tra le tonalità del giallo e del rosso lasciano spazio ai rami, scoperti e pronti ad affrontare il freddo.
Questo periodo, così vicino al giorno della nascita del Cristo, porta con sé una piccola luce di speranza, alimentata da un debole fuoco protetto da una capanna.

Vorrei così portare nella giornata di oggi, probabilmente una giornata lavorativa, un momento di pensiero e riflessione che possa iniziare a condurci con il giusto animo ad accogliere queste feste che verranno.

Non voglio parlare dei regali, delle luci, dell’atmosfera, del consumismo, della nevrosi o di qualsiasi altro discorso sia già stato proposto e riproposto altre milioni di volte circa questo momento dell’anno.

Il 25 dicembre si annuncia la nascita dell’Uomo, dell’uomo salvatore.
L’uomo che crescerà, soffrirà, patirà e poi risorgerà.

Non oso arrivare a narrarvi una storia analoga, eppure oggi, vorrei raccontarvi, sussurrarvi, una vita di passione, ma di una donna questa volta; e approfittandone, vi proporrò l’osservazione/contemplazione di uno dei suoi primi quadri.

Il fine di questo articolo sarà dunque dare a me e a voi la possibilità di credere in una speranza di rinascita. Quel famoso mito orfico di cui spesso ci siamo trovati a parlare, o ancora il terribile viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso sono solo gesta parallele a quelle che ogni uomo, ascoltando il proprio coraggio, sarebbe chiamato a compiere.
Oggi ci dedichiamo alla storia di ognuno di noi passando per quella di una delle più grandi artiste del XX secolo.

Frida Kahlo è stata una stravagante e appassionata artista degli inizi del ‘900; una delle voci femminili più risonanti nel campo della pittura.
Nel 1925 però rimase vittima dello scontro tra l’autobus e un tram, alla sola età di diciotto anni. Questo evento, che la lasciò in fin di vita, cambiò profondamente la sua esistenza.
In gravissime condizioni e contro ogni previsione Frida fu in grado con il tempo di riprendere pieno possesso del suo corpo e tornare anche a camminare.
Il tutto non avvenne con facilità: fu costretta a un lunghissimo periodo di convalescenza, confinata nel suo letto e destinata a dolori lancinanti e a una profonda solitudine.

Da sempre amante della pittura e dell’arte, iniziò così una lunga produzione di autoritratti: l’introspezione e lo specchio montato sul letto a baldacchino dai suoi genitori le consentirono una via di fuga alla tristezza mortifera della realtà che aveva attorno.
La voce dei parenti che la vedevano ormai in fin di vita e le diagnosi mediche per cui non si prospettavano possibilità di sopravvivenza, sprigionarono in lei una straordinaria forza reattiva e di perseveranza: un contatto con la forza primordiale che giace in ognuno di noi, la forza selvaggia della natura dell’uomo.

Il dipinto che potete osservare è stato proprio il primo di una lunga serie di auto-ritratti ed è del 1926 (Autoritratto con abito di velluto).

Frida

Studiando e analizzando la storia della sua vita una delle caratteristiche più peculiari della sua produzione è stata, senza ombra di dubbio, la sua capacità di raccontarsi.
Attraverso i meravigliosi quadri che ha dipinto emerge una grande capacità e coraggio di fare una cosa in particolare: guardarsi dentro.
Ho scelto questa artista non solo per il valore che ha la sua figura nel femminismo moderno, o il suo contributo per la storia dell’arte o ancora per il vezzo d’icona di cui si è sempre fatto ampio uso. Ho scelto questa donna perché rappresenta come tale una esperienza di morte e rinascita.
Quando nel silenzio delle ombre riusciamo a percepire la flebile voce del nostro cuore costretto in gabbia, questo ci sussurra tenere e dolci parole, di disperazione e accoglienza allo stesso tempo. Urla sofferente “guardami, vivi portandomi con te ogni giorno, smettila di massacrarmi”.
La ricerca di un contatto con la parte più profonda di se stessi è stato ciò che ha reso grande questa artista.
Le sue tele raccontano la sua vita spezzata, la sofferenza per l’amore travagliato di un uomo poco fedele ma estremamente talentuoso, la disillusione totale per il tradimento della sorella, e ancora il dolore più grande, quello degli aborti costanti che la terranno per sempre lontana dal poter partorire un figlio.
Ecco, ho voluto raccontarvi oggi la storia di rinascita di una donna che nonostante non potesse generare una nuova vita da sé, ha combattuto tutta la vita contro la morte, dei sensi, dei sentimenti, del corpo, e ha lottato ogni giorno per rinascere solo e unicamente per il più grande degli amori, quello per se stessi.
I colori della sua patria, il Messico tumultuoso degli anni ’30, dei suoi abiti, delle sue tele, vivono e vibrano ancora oggi della tenacia e della forza di chi non si è arreso alla vita, ma ha fatto delle più grandi sofferenze motivo per risvegliarsi e lottare ogni giorno.

Non saremo forse in grado noi di cambiare il mondo nella nostra breve vita, ma se aiutare noi stessi, cambiare noi già da ora, da questo momento di fronte allo schermo di un computer, o in un bar affollato, o in biblioteca o in macchina, fosse il vero momento di rinascita? Morire alla forma triste, egoica, vorace e omicida del nostro sé per permettere alla nostra anima di vivere già da domani con la consapevolezza di riscoprire la forza che giace silente in ognuno di noi.
Non possiamo aspettare o pretendere che il tutto venga dall’altro, o dall’esterno. Non rimaniamo fermi e inermi ad attendere che questo momento ci trascini nell’oscurità vorace di una realtà sempre più orrifica e violenta.

Forse ora più che mai, possiamo cominciare a ripartire dalla fede, a ripartire dall’acqua che bagna le strade e cancella l’afosa cappa estiva per permettere al mondo di morire, per rinascere nel nuovo anno.

Possiamo anche noi affidarci alla vita e scoprire che forse, dopo il freddo, le tempeste di lacrime e gli uragani di sofferenza, possiamo sperare di rinascere in una nuova forma del nostro sé, quella consapevole e che respira i colori dell’anima.

 

Scrive così Frida su una pagina di diario nel 1954:

Piedi, perché li voglio se ho ali per volare?
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L'Ordine del Giorno 29 novembre 2017

Voci di corridoio dicono “Eureka!”

di Davide Sabatino
È chiusa la riforma:
il trittico vince la coppia.
La coppia vince sull’uno.
L’uno riunifica il tutto.
(questa è una riforma per chi ama leggere fra le righe.)

Partendo da una prospettiva sociale a-politica.
Sento dire in questi giorni che le potenze economiche mondiali, le grandi multinazionali, l’intero gruppo politico-finanziario dirigenziale europeo, il sistema d’informazione e persino gli assetti autocratici della curia romana stanno facendo di tutto per conservare, e in certi casi ripristinare, i propri valori assoluti.
Servizi giornalistici, libri, inchieste, dibatti pubblici, canzoni commerciali sfogano il loro “dissenso” ai quattro venti, nonostante la stragrande maggioranza del pubblico si faccia ancora pilotare da un palpabile finto anticonformismo che tenta in tutti i modi di ribattezzarsi: libertà d’espressione (siamo fermi alla teoria della violazione dei tabù!). Tutto questo accade sotto lo sguardo ingenuo della cultura dominante che sembra inseguire il carro del vincitore: l’astensionismo di massa. Si nascondono, o non ci sono proprio, quelle voci pneumatiche fuori dal coro che hanno in ogni epoca infervorato gli animi di chi non voleva far parte di una società pensata e organizzata come imponevano i “poteri forti”. In sostanza: manca una filantropia sociale!

A un primo colpo d’occhio quest’articolo sembrerebbe aprirsi con un dire da politicante, o peggio, da nostalgico sessantottino. Può darsi. Resta il fatto che oggi il sapere, la cultura, la politica, e tutte le forme identitarie che hanno il compito di organizzare ed educare l’uomo in generale, si trovano abbacinate dall’idea di rinnovamento assoluto, di rinascita per la sopravvivenza. Urge in altro senso una concezione globalizzante dell’educazione sociale e governativa; una sorta di paideia aggiornata al XXI secolo. È necessario però, prima di tutto, buttare via ogni cianfrusaglia ingombrante che s’impone al cospetto del presente, mentale e fisico; ogni ofidico passato pronto a strisciare fra i piedi di una realtà in creazione. Via soprattutto l’avidità pungente che circola nelle coscienze collettive, manipolate e formate da una visione fredda e capitalistica che guida l’essere vivente alla sola apatia solipsistica. Infine, basta con la falsa protesta! Basta con questa piagnucolosa tendenza di aggredire i “potenti”, senza scalfirli minimamente perché nella vita di tutti i giorni poi, alla fine, non si guarda oltre il proprio naso. Non si vota! Non si sceglie!
Sto cercando di contenere l’euforia militante (cosa che non m’appartiene, per altro) in favore di una osservazione lucida, come accennavo prima, non politicante, bensì, poetica. Perché di questo è giusto parlare, al momento che c’è in ballo una riformulazione, una creazione di nuovi paradigmi umani.

In questo momento storico la voce della ribellione (poetica) spontanea è assai flebile, si sente appena, e di sicuro non coinvolge quanto il cachinno delle maestranze promotrici del brutto pensiero. Quello sì, capace di raggiungere gli spazi vuoti e di concimare. È un continuo gioco al ribasso quello che si è instaurato: da una parte la politica e la cultura smerciano insignificanza e mediocrità come se non riuscissero – davvero – a produrre altro; dall’altra, la società tarda a concentrarsi, a rifiutare l’immondizia di un pensiero saturo e senza nessun fine, direbbe Kant, che veda in un regno dei fini una possibilità di realizzazione. Si oscura la primavera, oserei dire. Ciò è evidente da anni nel campo dell’arte, dove il brutto è la lente con cui si guarda l’opera. Perciò, nessuna novità se ancora ciò che dovrebbe considerarsi una protesta, un’insurrezione, lascia parecchio a desiderare. Se non altro per una mancanza profonda d’idee.

Mi è impossibile procedere oltre senza fare prima un esplicito richiamo agli articoli precedenti (Riformulare l’ovvio e Il ghetto del sapere) che mi hanno condotto fin qui. Di fatto questa è una riflessione che si articola in articoli che hanno un unico comune denominatore: l’analisi antropologico-culturale contemporanea. Niente di più trascurato oggigiorno.
Nel primo quadro, Riformulare l’ovvio, ho voluto puntare i riflettori sull’urgenza di una comprensione nuova e inedita, in parte ereditata, di cosa può voler dire oggi avere idee comuni. L’ovvietà di certe terminologie, o la formulazione d’interi paradigmi concettuali (che in passato il linguaggio non faticava a ricondurre a sé – penso alla concezione di cittadino, a quella di religione, di famiglia, ad esempio) perdono oggi ogni ragione d’essere. Non si è più capaci di discorrere e di chiarificarsi perché, persi ognuno a riformulare il proprio dire (quando va bene), non si giunge mai al termine. All’accordo.
Nel secondo quadro, Il ghetto del sapere, l’accento fu posto sulla necessità di riequilibrare i rapporti fra ragione e intuizione; fra sapere (Sapienza) e coscienza; fra lo slancio meccanicistico del pensiero, troppo spesso squilibrato in favore di una mentalità euristica, e l’abissalità spiazzante – ma nello stesso tempo nobilitante – della simbolica poetica.
Queste sono le tracce da tenere a mente.

Il terzo quadro, invece, è quello abbozzato sopra. Esso si disegna attorno al desiderio di una natività insorgente, devastante, sempre inedita. Una natività che spalanchi le porte della percezione del mondo, fuori dalle illusioni, e che inglobi in sé lo smascheramento del falso dittatore, rinnovando il desiderio di armonia che pazienta negli animi umani. Questo desiderio è stato nei secoli portato avanti prima dai profeti, che non sapevano d’essere poeti, e in seguito dai poeti che – consapevoli senza inganno – tuonavano e rivendicavano il loro essere profeti (Rimbaud, Campana, Majakovskij).

Sarebbe ora il caso, una volta ricordata questa importante configurazione unitaria (poeta-veggente-profeta) spendere due parole sulla condizione dei giovani (di me stesso) una volta definito il carattere che deve avere il sedicente poeta. Eppure, proprio perché il parlare de “i giovani” è estremamente un proferire politicante, nel senso più dispregiativo e urticante possibile, desisterò. Prima di concludere questo articolo ricorderò tuttavia al lettore le parole di Giacomo Leopardi sui rischi che corre il poeta nascente, o il semplice cittadino che aspira alla rivolta, di cadere nell’“inesperienza” e nell’“eccessivo impeto” dell’animo frescolino. Egli, da uomo di grande sensibilità storica, sentì sulla sua pelle le conseguenze di tali pericoli, e tentò da subito di esorcizzarli nei suoi scritti. Le epoche successive, purtroppo, non fecero altrettanto. Scongiuriamo ora, così, l’avvenire:

“[…] fa maestri credere che vi sia nella vita alcun che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia tutto favola. Le quali cose il giovane crede sempre, quando anche sappia il contrario, finché l’esperienza sua propria non sopravviene al sapere; ma elle sono credute difficilmente dopo la trista disciplina dell’uso pratico… […] Ma d’altro canto si vede che i giovani non accostumati alla lettura, cercano in quella un diletto più che umano, infinito, e di qualità impossibili. […] Quei giovani poi […] antepongono facilmente […] l’eccessivo al moderato, il superbo… al semplice e al naturale, e le bellezze fallaci alle vere”.
(Il Parini, ovvero della gloria in Operette Morali)

Di questi vizi è bene tenerne da conto, pur lasciandosi poi guidare dalla spinta al cambiamento, dal furore dei cuori, stemperando il pessimismo leopardiano e mantenendo allo stesso tempo un sano criterio autocritico.

In conclusione.
Lo spettacolo che ci offre il mondo oggi ha bisogno di una contestazione, e di questo se ne sente un’estrema mancanza. Ogni giorno va in scena il cupo show dei mercati e delle masse succube di un analfabetismo imposto, purtroppo accettato senza reazioni. Questo è il livello della contesa: da una parte c’è chi vuole la crescita del PIL; dall’altra, c’è chi vuole la crescita della Coscienza.
Nessuno spettacolo però va avanti all’infinito. C’è sempre una pausa fra un tempo e l’altro. E in questa pausa, seduti al fondo della platea, ecco spuntare qualche testolina lucida dallo sguardo povero di sacrifici, che nell’istante in cui la polvere confonde la vista di quelli sotto il proscenio dei regnanti, chinano il capo sulla terra umida e trovano il modo di ricavare pura argilla per la nuova creazione.

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L'Ordine del Giorno 22 novembre 2017

La Voce dell’Insurrezione

Video dell’incontro organizzato all’interno della settimana “l’Insurrezione della Nuova Umanità”

Pubblichiamo il video dell’incontro “la Voce dell’Insurrezione”, organizzato da noi all’interno della settimana “l’Insurrezione della Nuova Umanità”, che si è tenuta a Trevi lo scorso luglio grazie alla collaborazione delle associazioni Darsi Pace e Aleph. Queste giornate di conferenze, approfondimenti e laboratori, avevano come scopo quello di “coniugare i processi di liberazione interiore con le ineluttabili trasformazioni politiche e culturali del XXI secolo, mirando ad approfondire il senso e la portata di un passaggio storico che definiamo antropologico, in quanto sta ridefinendo i lineamenti, le forme conoscitive, e le strutture sociali e politiche dell’intera umanità” (Marco Guzzi).

In questo quadro, il nostro incontro, è stato uno dei luoghi di discussione in cui tutti i partecipanti si sono divisi per approfondire questo aspetto nei vari campi della cultura: dalla medicina all’economia, dalla spiritualità all’economia, e così via.

Scegliendo l’ambito poetico, il nostro gruppo si proponeva di andare al cuore della questione, mostrando la necessità di una insurrezione poetica, in quanto solo una trasformazione profonda e radicale dell’uomo può accendere, e riaccendere nella storia il fuoco di una rinascita culturale e umana.

Buona visione!

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Il Fiore Azzurro 8 novembre 2017

Riflettere il "Cielo", costruire la "Terra".

di Giuseppe Spinnato

In quell’immaginifico atlante dell’Altrove che sono Le città invisibili di Italo Calvino, sul filo del racconto che Marco Polo offre a Kublai Khan, il lettore si imbatte in due città che sembrano a prima vista somigliarsi: Perinzia e Andria.
Entrambe hanno deciso di edificarsi in strettissima relazione con il “Cielo” e i suoi fenomeni, entrambe sembrano riflettere un medesimo “ordine”, un progetto che le fonda e le tiene in vita. E tuttavia: una lentamente muore, una cresce e si rinnova. Leggiamo i due incipit, che ne descrivono i caratteri fondamentali:

“Chiamati a dettare le norme per la fondazione di Perinzia gli astronomi stabilirono il luogo e il giorno secondo la posizione delle stelle, tracciarono le linee incrociate del decumano e del cardo orientate l’una come il corso del sole e l’altra come l’asse attorno a cui ruotano i cieli, divisero la mappa secondo le dodici case dello zodiaco in modo che ogni tempio e ogni quartiere ricevesse il giusto influsso dalle costellazioni opportune, fissarono il punto delle mura in cui aprire le porte, prevedendo che ognuna inquadrasse un’eclisse di luna nei prossimi mille anni. Perinzia – assicurarono – avrebbe rispecchiato l’armonia del firmamento; la ragione della natura e la grazia degli dei avrebbero dato la fortuna ai destini degli abitanti”.
(…)
“Con tale arte fu costruita Andria, che ogni sua via corre seguendo l’orbita d’un pianeta e gli edifici e i luoghi della vita in comune ripetono l’ordine delle costellazioni e la posizione degli astri più luminosi: Antares, Alpheratz, Capella, le Cefeidi. Il calendario della città è regolato in modo che lavori e uffici e cerimonie si dispongono in una mappa che corrisponde al firmamento in quella data: così i giorni in terra e le notti in cielo si rispecchiano”.

Sia Perinzia che Andria – così appare chiaramente da quanto letto – cercano di riflettere l’ordine degli astri e di organizzare la loro fisiologia urbana secondo punti di riferimento esterni con cui stabilire un rispecchiamento che ne fondi l’identità e ne assicuri allo stesso tempo l’armonia.
Ma a differenza di Andria, Perinzia è popolata – e sempre più sembra essere destinata a popolarsi – di mostri:

 “Nelle vie e piazze di Perinzia oggi incontri storpi, nani, gobbi, obesi, donne con la barba. Ma il peggio non si vede; urla gutturali si levano dalle cantine e dai granai, dove le famiglie nascondono i figli con tre teste o sei gambe.
Gli astronomi di Perinzia si trovano di fronte a una difficile scelta: o ammettere che tutti i loro calcoli sono sbagliati e le loro cifre non riescono a descrivere il cielo, o rivelare che l’ordine degli dei è proprio quello che si rispecchia nella città dei mostri”.

Un triste destino di aberrazione segna la città, come il frutto di una colpa, di un errore progettuale o, peggio, come l’imprevedibile e inquietante risultato di una perfetta somiglianza. Calvino lascia infatti intendere che l’aberrazione di Perinzia potrebbe non essere altro che il frutto della sua pedissequa fedeltà al Cielo, alla sua mostruosità distante. Questa ipotesi si pareggia in fin dei conti con quella dell’errore di calcolo, che affligge i suoi astronomi: al netto del silenzio indecifrabile delle divinità, Perinzia deve comunque constatare, nel suo rapporto con questo piano ulteriore, la sovrapposizione tra il miracolo e il mostro, il sacro e l’orrendo, l’immutabile ordine celeste e la segregazione sulla Terra.

È forse una latente consanguineità tra il divino e l’umano a rendere infausta una relazione così stretta? O è il modello di relazione instaurato ad essere alienante?
Perché Andria invece prospera? Cosa le permette, pur relazionandosi al Cielo, di scongiurare le terribili mutazioni che si moltiplicano a Perinzia?
Marco Polo pensa di avere la risposta ma si trova ad essere contraddetto quando, complimentandosi con i suoi cittadini, ne elogia la presunta immobilità considerandola il segreto del suo aspetto e del suo funzionamento armoniosi. Sbaglia infatti il veneziano a considerare Andria come un semplice specchio terrestre passivamente fedele ad ordini celesti, come una mera ricalcatrice di partiture immutabili:

“Ai cittadini d’Andria, lodandone le produzioni industriose e l’agio dello spirito, m’indussi a dichiarare: – Bene comprendo come voi, sentendovi parte d’un cielo immutabile, ingranaggi d’una meticolosa orologeria, vi guardiate dall’apportare alla vostra città e ai vostri costumi il più lieve cambiamento. Andria è la sola città che io conosca cui convenga restare immobile nel tempo.
Si guardarono interdetti. – Ma perché mai? E chi l’ha detto? – E mi condussero a visitare una via pensile aperta di recente sopra un bosco di bambù, un teatro delle ombre in costruzione al posto del canile municipale, ora traslocato nei padiglioni dell’antico lazzaretto, abolito per la guarigione degli ultimi appestati, e – appena inaugurati – un porto fluviale, una statua di Talete, una toboga.
– E queste innovazioni non turbano il ritmo astrale della vostra città? – domandai”.

Andria infatti non è immobile, ed è ancor meno il riflesso di un Cielo statico e prevedibile. Essa, al contrario, sembra aver rinunciato all’ossessione dello scrupolo mimetico nei confronti di un ordine divino temuto, distante e irrelato, semplicemente da trascrivere.
L’affermazione di Marco Polo rivela d’altronde la matrice ossessiva del dubbio ricorrente – il dubbio del giusto ordine, del rituale scrupoloso e appunto “religioso” – che opera in Perinzia e che ha forse da sempre caratterizzato tutte le forme delle religioni storiche fondate sulla separazione tra l’umanità e il Sacro. Non così funziona Andria, la città degli uomini, che si interfaccia al Cielo, sì, ma non è schiava della sua immagine statica, o presunta tale.
Andria è infatti riuscita ad instaurare una relazione attiva con questo piano ulteriore, non pretende di poterlo rispecchiare, ma sperimenta questo nesso – riconosciuto e operante – con un lavoro su se stessa, in un continuo cantiere sia materiale che ermeneutico. Forse i suoi astronomi hanno intuito che è proprio nell’illusione “iperrealista” di Perinzia che si cela l’errore: pur con le migliori intenzioni di fedeltà l’oggetto imitato sconta sempre un’interpretazione da parte di chi lo imita, e l’ingenuità nella sua ignoranza porta inevitabilmente con sé il rischio dell’accanimento nella deformità, dello zelo fanatico nella bruttura, paradossalmente esasperata proprio nel tentativo del suo scongiuramento.
L’epoca della pretesa rappresentativa ha concluso la sua stagione generando mostri, come il sonno di una ragione infiacchita, di una metafisica degenerante, di una miopia esacerbata dalla distanza. Solo la sperimentazione, in accordo dialogante col Cielo, ha permesso ad Andria la sopravvivenza, l’evoluzione, la prosperità. Non solo, ma quello che viene costruito in questa città modifica a sua volta il Cielo stesso, che ne elabora secondo il proprio codice i mutamenti, li restituisce come fenomeni astrali.

Perinzia è diventata la città dei mostri, proprio lei che ha fatto e fa di tutto per somigliare agli dei: il suo corpo imbalsamato è quello di una mummia, cioè di un cadavere in corruzione; Andria è invece una città viva, ha scoperto un nesso, una reciproca relazione tra il proprio linguaggio urbano e quello del firmamento, e dialoga con un Cielo non più solo temuto ma rispettato, e che finalmente le corrisponde:

“ – Così perfetta è la corrispondenza tra la nostra città e il cielo, – risposero, – che ogni cambiamento d’Andria comporta qualche novità tra le stelle –. Gli astronomi scrutano coi telescopi dopo ogni mutamento che ha luogo in Andria, e segnalano l’esplosione d’una nova, o il passare dall’arancione al giallo d’un remoto punto del firmamento, l’espandersi di una nebula, il curvarsi d’una spira della via lattea. Ogni cambiamento implica una catena d’altri cambiamenti, in Andria come tra le stelle: la città e il cielo non restano mai uguali.
Del carattere degli abitanti d’Andria meritano di essere ricordate due virtù: la sicurezza in se stessi e la prudenza. Convinti che ogni innovazione nella città influisca sul disegno del cielo, prima d’ogni decisione calcolano i rischi e i vantaggi per loro e per l’insieme della città e dei mondi”.

Coraggio, prudenza, responsabilità: qualità che potrebbero ben contribuire a descrivere il cuore di un’umanità finalmente all’opera per riconciliarsi con se stessa e con il cielo.

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Il Cuore a nudo 1 novembre 2017

Il cosmo nel cuore

di Filippo Tocci

Dal disorientamento cosmico alla ricerca di un nuovo centro

Perché un articolo sulle scoperte scientifiche dell’età moderna in un blog poetico?
Forse non siamo abituati a mettere in relazione tra loro campi del sapere apparentemente distanti, come quelli “scientifico” e “letterario”, e nemmeno a considerare l’enorme impatto che alcune acquisizioni astronomiche hanno avuto sulla nostra psiche. Noi però non siamo separati dal cosmo e dalla natura in cui viviamo. Le nostre cellule lo sanno, e ci richiamano ad una nuova consapevolezza.
Quella che segue vuole essere una chiave di lettura – iniziatica e cosmica – dello stato di incertezza e disorientamento che spesso avvertiamo nella nostra vita, a partire da un brano contenuto nel poema di John Donne intitolato An Anatomy of the World:

Fin dalla sua prima ora il mondo decadde, la sera
fu l’inizio del giorno, le primavere, le estati che
vediamo, sono come parti di donne cinquantenni.
Una nuova Filosofia pone tutto in dubbio,
l’elemento fuoco è del tutto estinto, il sole è
perduto, è perduta la terra, nessun ingegno umano
sa additare una direzione alla ricerca. Gli uomini
apertamente ammettono che questo mondo è
finito, se nei pianeti, se nel firmamento, ne
cercano di nuovi e di diversi; essi vedono che il
nostro di nuovo nei suoi atomi si è dissolto.
Tutto è in frantumi, ogni coesione è svanita, ogni
equità e ogni relazione; principe suddito, padre
figlio, di cose simili non si ha memoria. Ognuno
di sé pensa di essere diventato una Fenice, e che
non possa dunque esistere nessuno della sua
specie, ma solo lui.

Con queste parole il poeta inglese descrisse gli scenari che le nuove scoperte scientifiche della sua epoca avrebbero aperto. Siamo nel 1611. Un anno prima Galileo Galilei, con la pubblicazione del Sidereus Nuncius, aveva divulgato i risultati delle proprie osservazioni della volta celeste, fondamentali per l’affermarsi della teoria copernicana. Con il suo cannocchiale Galileo riconobbe l’irregolarità della superficie della Luna, costellata da montagne e crateri.
La cosmologia aristotelico-tolemaica entrò in crisi. I corpi celesti non erano più da considerarsi perfetti, eterni ed immutabili, come sosteneva Aristotele, ma soggetti al cambiamento e alla corruzione.
La teoria eliocentrica di Copernico, dopo un rifiuto iniziale, sarà destinata a scardinare quella tolemaica, geocentrica. Nei secoli successivi il nostro pianeta, che credevamo collocato al centro dell’Universo, e quindi della creazione, verrà progressivamente ad occupare una posizione sempre più marginale all’interno dell’universo – non solo del Sistema Solare o della Via Lattea – e inserito tra miliardi di altri universi.

Rileggiamo adesso le parole di John Donne: “Una nuova Filosofia pone tutto in dubbio, l’elemento fuoco è del tutto estinto, il sole è perduto, è perduta la terra, nessun ingegno umano sa additare una direzione alla ricerca”. E ancora: “Tutto è in frantumi, ogni coesione è svanita, ogni equità e ogni relazione; principe suddito, padre figlio, di cose simili non si ha memoria”.
Riusciamo a percepire anche dentro di noi, nel nostro essere, in questo istante, lo stesso disorientamento avvertito da John Donne circa quattro secoli fa? Non abbiamo forse come l’impressione che manchi il fondamento, il centro, e che un Abisso infinito inizi a spalancarsi dentro di noi, se ci poniamo in ascolto? I progetti di realizzazione del nostro ego, sono ancora solidi, luminosi, centrati, oppure il nostro corpo e il nostro cuore reclamano spazio e voce e ci chiamano verso altri luoghi ignoti e sconosciuti?
Se sentiamo questo, almeno in parte, significa che il nostro ego è entrato in una fase critica, e forse la nuova alba arriverà solo dopo aver attraversato una notte oscura.

La crisi dell’ego, secondo Sigmund Freud, era stata innescata proprio dalla rivoluzione copernicana, di cui abbiamo parlato fin qui, con la decentralizzazione della Terra nel cosmo, e da altre due ferite inferte alla megalomania dell’ego razionale: la teoria darwiniana, con la quale l’essere umano aveva perso la propria posizione privilegiata all’interno della creazione divina, relegato al rango di specie animale evoluta; e la psicoanalisi, di cui Freud stesso è considerato il fondatore, con la scoperta di una dimensione inconscia ben più influente del presunto dominio dell’ego. Per richiamare alla mente una metafora di Schopenhauer, l’ego, l’io cosciente, sarebbe come una barchetta in mezzo all’oceano, l’inconscio.
Nel momento in cui l’ego entra in crisi, inizia un processo di discesa, di catabasi. Discesa nell’ignoto e nel buio del cosmo in cui il nostro pianeta appare sempre più sperduto e marginale, e discesa nell’inconscio, nell’Ombra che non possiamo più evitare di guardare e avvertire dentro di noi.

Non è forse ovvio quindi oggi percepire disorientamento, inquietudine e un senso di vuoto spesso indefinibile? Non è proprio segno, il segno, di un’esistenza autentica questa angoscia, questo senso di mancanza, come sosteneva Heidegger?
Ciò di cui noi possiamo talvolta fare esperienza è proprio questo.
Oggi, come in nessuna altra epoca, le proposte del mondo non potranno che lasciarci insoddisfatti, delusi. Il nostro cuore avverte radicalmente, anche se noi non ne siamo sempre consapevoli, il vuoto del cosmo e di spazi infiniti. Potremo mai illuderci di colmarlo?

Davanti all’esperienza di questo vuoto che ci disorienta, la nostra reazione immediata potrebbe essere quella di distogliere l’attenzione, e di tornare nell’illusione di un ego che, continuando a collocarsi al centro dell’universo contro ogni evidenza, continuerà a guidare la nostra vita. Anche il corpo spende energie per contrastare il vuoto e l’angoscia che si affacciano alla coscienza: il respiro si blocca, i muscoli si contraggono. Come se non bastasse, la società iperattiva in cui siamo immersi, sbilanciata verso un attivismo spesso fine a sé stesso, ci offre distrazioni di vario genere per intrattenerci.
Assecondare questa reazione spontanea significa però concedere all’ego, terrorizzato dalla prospettiva di scomparire e di non poter più controllare il gioco, la possibilità di continuare ad attuare i suoi progetti ormai fallimentari. Ma non è più al centro dell’universo, e nel vuoto, senza orientamento, ci sentiamo perduti: quale sarà quindi il nuovo centro?
Se proviamo a lasciar andare questa tendenza a contrarci immediata-mente, e ci rilassiamo, potremo fare esperienza di qualcosa di nuovo. Cosa succede infatti se abbandoniamo la pretesa di controllo, se cioè scivoliamo anche noi, come la Terra, in questa culla cosmica così ampia, spaziosa, che tutto sommato non sembra così ostile? Siamo richiamati altrove. A questo punto le risposte razionali lasciano spazio all’esperienza individuale di ognuno di noi.

Forse ci siamo smarriti per ritrovarci, per tornare in noi stessi? La Via del Ritorno ci chiama a un nuovo centro? Come scriveva Giordano Bruno, se è vero che l’Universo infinito non ha centro allora questo significa che potrebbe averne di infiniti?
La radice indoeuropea KRD, che dà origine alla parola “centro”, è la stessa di “cuore”. Proprio in questa epoca di massimo disorientamento siamo chiamati e incoraggiati dall’universo stesso a trovare proprio lì un nuovo centro. E solo imparando ad ascoltare la fonte autentica del nostro essere possiamo ri-centrare la nostra vita.

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Il Cuore a nudo 25 ottobre 2017

Attraversando le ombre della ricerca del sé

di Maila Arelli
Perché gli spettri ti possiedano
non c’è bisogno di essere una stanza
Non c’è bisogno di essere una casa
La mente ha corridoi che vanno oltre
Lo spazio materiale  
Assai più sicuro, un incontro a Mezzanotte,
con un fantasma esterno
piuttosto che con il suo riscontro interiore
quell’ospite più freddo. 
Assai più sicuro, attraversare al galoppo un’abbazia
Rincorsi dalle pietre
Piuttosto che incontrare, disarmati,
in solitudine il proprio io. 
L’io che si nasconde dietro l’io
Una scossa ben più terrorizzante
di un assassino in agguato
nella propria casa.
Il corpo prende a prestito una rivoltella
spranga la porta
senza accorgersi di uno spettro
più altero o peggio.
Emily Dickinson

 

Il dolore e la fuga. Una condizione senza tempo, parole affilate come una lama di una spada che senza esitazioni trova il cuore pulsante e vitale, e centra il suo bersaglio. La meticolosità e la precisione di chi ricerca l’essenziale perché è l’essenziale il senso del tutto.
Chi è in ricerca non ama le cortine dorate dell’illusione ma è disposto a correre il rischio di perdersi nei propri labirinti interiori, per assaporare il gusto inconfondibile della verità del proprio essere.

Percorrere seriamente questa discesa negli abissi significa essere pervasi dalla passione cocente, bruciante e indomita per la domanda su ciò che Io sono. Chi è veramente quell’essere che abita nel profondo di me? Qual è la mia vera identità?
Questa ricerca così appassionate, profonda e viscerale instilla una dedizione alla quale è quasi impossibile sottrarsi: il nodo nevralgico dell’esistenza si gioca precisamente su quel punto in bilico tra il cedere e il fuggire. Andare avanti o retrocedere. Proprio perché la posta in gioco è alta, il prezzo da scontare lo è altrettanto. Scommettere su questo il senso di una vita, credendoci, richiede una radicalità interiore con tinte molto forti, paesaggi fatti di ombre fittissime ma anche di aperture di luce immense.

Pericoloso addentrarsi in questi solchi oscuri dell’anima senza sviluppare nel contempo una capacità di affidamento. Come le parole della Dickinson evocano, esiste la tentazione di sprangare l’ospite più freddo, proiettandolo così all’esterno, e fuggendo in corsa al galoppo. Oppure al contrario di affrontarlo, rischiando tuttavia di perdersi tra le maglie di una rete troppo spessa e troppo fitta. Esiste un’altra via per dissotterrare il tesoro nascosto – il cuore dell’uomo? – sospesa tra il rimanere imprigionati nei corridoi della mente e la fuga terrorizzante? Le parole di Martin Buber sono in questo senso illuminanti:

Il ritorno decisivo a se stessi è nella vita dell’uomo l’inizio del cammino, il sempre nuovo inizio del cammino umano. Ma è decisivo, appunto, solo se conduce al cammino: esiste infatti anche un ritorno a se stessi sterile, che porta solo al tormento, alla disperazione e a ulteriori trappole
(Buber, M., Il cammino dell’uomo, Edizioni Qiqajon, p. 23).

L’io che si nasconde dietro l’io, usando ancora le parole della poetessa, condensa in sé l’indesiderato, il taciuto, il rimosso, la vergogna e il non riconosciuto. È freddo e ghiacciato, talvolta ha un sapore metallico, ha una forma, un odore e una consistenza ma rappresenta solo una tappa intermedia, presso la quale non si può né a lungo sostare, né passare semplicemente oltre. Procurarsi l’olio della lampada, come vergini sagge in attesa, aiuta nella discesa a sfiorare con le dita i contorni di questa sagoma, mentre lentamente si staglia dal fondo oscuro, in attesa che lo sguardo si abitui alla luce.  Così l’indesiderato, il taciuto, il rimosso e la vergogna sono solo dei tratti ma non l’intera figura. Anzi, ancor di più, essi le appartengono ma nell’insieme, come in un dipinto, restituiscono un’immagine complessiva che ha bisogno di tutti i colori per essere definita.

Così la domanda sul senso di sé e della propria identità non può trovare risposta esaustiva se ogni parte di sé rimane scissa dalle altre, frammentata e in ombra.
Ma in fondo, qual è la tela? Ovvero qual è il sostrato sul quale ogni parte trova la sua armonia con le altre? Questo Io sconosciuto, che si rivela procedendo, guidato da una luce che di volta in volta illumina il passo successivo, può essere definito? C’è qualcosa di definito che aspetta di essere scoperto? O è la scoperta stessa che plasma questa figura come un vaso d’argilla?
Sono questioni alle quali è difficile rispondere e forse anche la risposta stessa, così come la sua ricerca, non si lascia incastonare. Tuttavia lasciarsi guidare, sfidando il proprio raggio di azione e previsione, spalancando i corridoi angusti della mente, assottigliando via via le ombre più dense, significa tendere e avvicinarsi a qualcosa che di per sé sfugge ma nel suo sfuggire si lascia pur intravedere, alimentando così, come un tizzone col fuoco, quel desiderio struggente di infinito e di assoluto. Anelito ma anche nostalgia di una profondità che è ben oltre tutte le cose e che niente al mondo ha l’ardire di eguagliare. Una sete che mai trova soddisfazione, finché le labbra non si accostano a quella fonte. Qualcosa che l’uomo da sempre osa definire come mistero e che non ha mai spesso di ricercare, malgrado tutto.
Occorre tuttavia saper esser pronti e sciogliere gli ormeggi. L’ospite più freddo non è l’unico che ci attende, affidiamoci al mistero che ci richiama e procediamo oltre, accompagnati dal fremito dell’ignoto ma senza troppo indugiare. Lasciamo ciò che è giunto il tempo di lasciare. Non conosciamo ciò che stiamo cercando ma nemmeno ciò che credevamo di essere. Come Shakespeare lascia dire ad Amleto:

Noi sfidiamo i presagi. C’è una speciale provvidenza nella caduta di un passero. Se è ora, non è a venire. Se non è a venire, sarà ora. Se non è ora, pure è a venire. Essere pronti è tutto. Poiché nessun uomo sa nulla di ciò che lascia, che è lasciare prima del tempo? Sia come sia.
 

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L'Ordine del Giorno 18 ottobre 2017

Un cammino nel deserto dell’anima

di Luca Cimichella

«Il deserto cresce; guai a colui che porta il deserto», cantava il viandante che soleva chiamarsi l’ombra di Zarathustra.

A ben vedere, la cultura, il pensiero e l’arte degli ultimi 200 anni in un certo senso non fanno altro che dirci che ci troviamo a vivere una svolta radicale, di portata ancora incompresa, all’interno dell’intera storia dell’uomo sul pianeta. Da alcuni decenni a questa parte inoltre anche la scienza ci ha svelato un inquietante nesso diretto, prima di oggi totalmente impensabile, tra le modalità primarie di vita dell’uomo (mangiare, produrre, consumare, ecc.) e l’equilibrio climatico dell’ecosistema terrestre. Se con l’ultima guerra mondiale l’uomo ha infatti compreso di avere in potere la vita degli altri uomini in misura fino a un secolo fa inconcepibile, ora avviene la medesima cosa per il potere dell’uomo sulla natura e sul clima: quindi di nuovo nei confronti del destino umano su vastissima scala.

Il fin troppo noto fenomeno dello scioglimento delle calotte polari (che, secondo alcune previsioni, potrebbe essere totale d’estate entro il 2050), oltre a tutti gli sconvolgimenti conseguenti, corrisponderebbe ad un fenomeno che non si verifica sulla terra da circa 10.000 anni, ossia più o meno dall’inizio di quell’arco di tempo che costituisce la nostra era interglaciale.
Se noi ora, passando oltre per una volta a tutte le considerazioni catastrofiche che si potrebbero fare in proposito, ci interrogassimo su un potenziale significato più alto, più vasto e a lungo termine di un fenomeno epocale come questo, cosa potremmo comprendere in più rispetto a ciò che già sentiamo detto ovunque?
Innanzitutto è interessante osservare come anche la nascita delle prime civiltà umane, riconosciute tali in quanto dedite all’agricoltura e a un sistema più centralizzato di governo, risalgano ugualmente a 10-12.000 anni fa, ossia a quello stesso periodo che si fa coincidere con la grande svolta del Neolitico. Ciò significa che la prima grande svolta cosmico-antropologica, alla quale facciamo risalire l’origine di ciò che chiamiamo “civiltà”, è accaduta in coincidenza di una altrettanto imponente svolta climatica e ambientale: appunto l’ultimo grande disgelo planetario.
Forse dovremmo tenere a mente proprio questo misterioso sincronismo quando riflettiamo sul fatto che l’inesorabile decadimento di tutti i valori e di tutti i fondamenti spirituali della civiltà occidentale (il grande Nichilismo annunciato a fine Ottocento), almeno a partire dalla metà del secolo scorso, non solo sta coincidendo con il più rapido e grande disgelo mai avvenuto negli ultimi 10.000 anni, ma sta anche avvenendo per la prima volta in conseguenza diretta dell’agire e del pensare dell’uomo.

Scriveva già Nietzsche in un frammento postumo del 1884: «La disgregazione, e quindi l’incertezza, è propria di quest’epoca: nulla poggia su una solida base e su una fede dura: si vive per domani, perché il dopodomani è dubbio. Tutto è sdrucciolevole e pericoloso sul nostro cammino, e il ghiaccio che ancora ci sostiene è diventato ben sottile: noi tutti sentiamo il caldo sinistro soffio del vento del disgelo: qui dove ancora camminiamo, fra poco più nessuno potrà camminare».
Ci chiediamo quindi: che relazione c’è tra il deserto annunciato da Zarathustra e la desertificazione reale delle aree temperate del pianeta cui stiamo assistendo in questi anni?
Sappiamo inoltre che la grande crisi dell’Occidente coincide con una sostanziale liquidazione o dissoluzione di tutte quelle verità metafisico-sacrali che per secoli e secoli si sono credute immobili ed eterne: dai sistemi teologico-filosofici a quelli politico-sociali, dalle relazioni umane a quelle internazionali, e così via. In fondo se tutto ciò è vero si potrebbe anche parlare di uno scongelamento epocale della verità per come fino ad ora l’abbiamo essenzialmente conosciuta.

Crediamo allora che sia un caso che proprio al culmine dell’età dello scioglimento dei ghiacciai spirituali dell’Occidente stiamo assistendo contemporaneamente anche al reale, inesorabile scioglimento degli (altrettanto millenari) ghiacciai polari?
Non può essere un caso, se è vero che tutto ciò che accade all’uomo, cosmicamente e personalmente, segue un ordine misterioso che si svela progressivamente nel suo stesso darsi.
Ma allora sorge un’altra domanda ancor più impellente: come è possibile che un evento ad ultimo liberatorio e salvifico, come quello della confutazione di ogni modalità tirannica e ghiacciata del vivere, possa corrispondere, anche solo lontanamente, ad una prospettiva climatico-planetaria così oscura e catastrofica? Come è possibile che, quindi, un evento di nascita, di trasformazione epocale – nel senso di una grande crescita della coscienza – si accompagni anche ai più grandi sconvolgimenti potenziali che l’ecosistema umano possa prospettarsi?

Qui entriamo in un mistero ancora più profondo, che si connette al paradosso intrinseco delle doglie del parto, all’enigma della vita che si perpetua attraverso la morte. Proprio il paradossale infatti, dopo il XX secolo, si mostra per noi il luogo primario della verità, giacché quella verità così perfetta, piatta, limpida era al contrario quell’enorme blocco di ghiaccio che, immobile e compiuto in se stesso, al di fuori di sé non lasciava trasparire alcuna ambiguità, nessuna contraddizione.
Invece il secolo scorso, nella sua drammaticità, ci ha dimostrato che la verità è molto più complessa, fluida, inafferrabile di quanto avessimo mai pensato.
E questo vuol dire tanti e duri paradossi da attraversare.
Il più grande potremmo proprio sintetizzarlo in questo modo: il fuggire dalla morte, dal vuoto, dal deserto dell’anima comporta per l’uomo il ritorno catastrofico del rimosso nella forma della desertificazione complessiva del pianeta.
È l’uomo medesimo, oggi lo sappiamo bene, che sceglie la via da percorrere, anche se non ne comprende mai bene la portata. L’uomo non riesce ancora ad accettare di avere in sé una componente auto-distruttiva, che non vuole minimamente salvarsi dalle catastrofi, ma che anzi quasi gode nell’invocarle contro di sé. Se non capiamo cioè che nemmeno la nostra mente è unilaterale e univocamente indirizzata al bene, non faremo altro che inseguirne senza accorgercene la parte più disperata, più suicida e più distruttiva: in altre parole, quella vecchia conformazione ghiacciata di noi che ancora non vuole sciogliersi, perché ha troppo paura non tanto di morire, quanto proprio di vivere.

L’uomo in un certo senso si uccide da solo perché ha troppa paura di vivere.

Ecco di nuovo l’entità del paradosso che dicevamo.
Alexander Langer, grande attivista ed ecologista italiano, così disse in un discorso a Dobbiaco nel 1994: «Soprattutto pare tutt’altro che assicurata la volontà di guarigione: se ci fosse, produrrebbe azioni e segnali ben più determinanti. Visto però che le cause dell’emergenza ecologica non risalgono a una cricca dittatoriale di congiurati assetati di profitto e di distruzione, bensì ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo, la svolta appare assai più difficile. Malfattori e vittime coincidono in larga misura».

Oggi noi potremmo aggiungere che se questa cricca esiste, ciò è stato reso possibile sicuramente anche sulla base del nostro consenso di massa. Appunto un grande paradosso, ma che dobbiamo accettare come tale e attraversare, se vorremo avere un futuro di guarigione e non riprecipitare in forme ancora inedite di auto-distruzione.
L’anno che più di ogni altro nella storia ha forse incarnato questo culmine del caos distruttivo è il 1945. La fine della seconda guerra mondiale, se davvero vogliamo indagarla nel suo significato ultimo e liberatorio, è servita a dirci più o meno che per l’uomo è giunto il momento di una conversione radicale di sé. L’io umano e cosmico necessita di un salto, di un grandissimo passaggio di coscienza, proprio perché il permanere nella sua vecchia condizione glaciale ha causato un trauma di siffatta portata. La ferita del 1945 ci impone ancora oggi, a distanza di oltre 70 anni, una radicale conversione dell’anima, e quindi dell’ecosistema. La conversione però richiede raccoglimento, revisione interiore, vuoto purificatorio: in una parola, richiede deserto.

Ma quale via ha intrapreso l’uomo dopo quella catastrofe? Siamo sicuri di esserci davvero cimentati col significato più profondo di questo evento?
Per quanto grandi possano essere stati gli atti di revisione interiore, sul piano anche politico e non solo morale, comunque non hanno impedito all’umanità di tuffarsi sull’onda della più grande crescita economica e consumistica che si sia mai vista. E di fatti, se osserviamo i grafici climatici più rigorosi, notiamo che la grande fase del riscaldamento globale, quella che sta comportando tutti i più grandi rischi che si prospettano oggi per il nostro secolo, sono tutti o in massima parte scaturiti dalla grande stagione del petrolio americano, dal boom economico degli anni ’50 e ’60 e quindi dall’immensa fase di globalizzazione dell’industria e del mercato consumista ancora vigente.
In altre parole, la mancata discensione dell’uomo nel deserto interiore, che i tempi ci richiedono insistentemente, si sta oggi ripercuotendo su di noi nei termini di una reale desertificazione, di una siccità e cambiamento catastrofico del clima in tutto il pianeta.
Non prendere sul serio il viandante dello Zarathustra che ci dice «Il deserto cresce», vuol dire, in virtù del paradosso di prima, che il deserto lo facciamo crescere davvero sul nostro pianeta, e che esso ci travolgerà inesorabilmente, perché abbiamo tentato in ogni modo di fuggirlo, di nasconderlo sotto le luci colorate di Las Vegas, sotto le tonnellate di dolciumi e di merci dei supermercati di tutto il mondo. Il deserto, oggi, a quasi 20 anni di distanza dall’inizio del nuovo millennio, sembra paurosamente minacciarci durante le sempre più terribili estati italiane e indirettamente nei giganteschi uragani che colpiscono aree ricche e povere del mondo.

Ma se è vero che nessun evento ha un solo volto, che nessuna verità è un cubo quadrato di ghiaccio, dunque nemmeno il deserto è solo morte, solo vuoto, solo distruzione: anzi, lo è nella misura in cui noi non ci decidiamo ad accoglierne la misteriosissima fecondità, la potenzialità purificante, vivificante, espiante che paradossalmente nasconde in sé.
Il vuoto non è solo il nulla della privazione, ma è anche il presupposto di una nuova e più potente pienezza. Questo è il messaggio che ci ha lasciato Carlo Carretto, che per dieci anni a partire dal 1954 trascorse la sua vita nel deserto del Sahara, ricordandolo così vent’anni dopo in una lettera: «E mi trovai nel deserto, come in un secondo periodo della mia vita, a svuotarmi delle mie sicurezze e a liberarmi dagli idoli. E’ stata la più splendida avventura della mia vita, anche se la più rude e dolorosa. Dal deserto le cose si vedono meglio, con proporzioni più eterne. Il cosmo prende il posto del tuo paese natio e Dio diventa davvero un Assoluto».

Il valore rigenerante della vacuità, della povertà, del silenzio è a ben vedere l’unica reale modalità di conversione che si prospetta per il nostro tempo, giacché il caos pubblicitario e commerciale della nostra società esiste solo in contrapposizione a questo moto inesorabile della storia antropologica. Se l’uomo sceglie di fuggire e ostacolare il deserto purificatorio che incombe nella sua anima, si tirerà da solo addosso il deserto (in senso stretto), e inoltre vivrà lo scioglimento dei propri ghiacciai interiori in modo catastrofico e apocalittico, così come stiamo vedendo avverarsi in questi anni.
Decidiamoci dunque, politicamente e personalmente, ad accogliere in noi il significato iniziatico, critico-evolutivo dell’attuale disgelo universale della vita. Ascoltiamo il richiamo epocale che chiama alla conversione, alla liquefazione delle nostre strutture bloccate, dei mondi sterili e più freddi del nostro spirito e della nostra politica.
Il ghiaccio che dobbiamo sciogliere è tutto interiore: sono le istituzioni stesse della nostra anima e della nostra politica a doversi scaldare, a doversi curare nel deserto risanante dei nostri tempi apocalittici, appunto rivelanti una nuova modalità cosmica di stare al mondo come umani.

Così Thomas Eliot ci esortava già a questa nuova e grande verità in uno dei suoi cori da La Rocca:

Dimentichi, voi trascurate gli altari e le chiese;
voi siete gli uomini che in questi tempi deridono
tutto ciò che è stato fatto di buono, trovate spiegazioni
per soddisfare la mente razionale e illuminata.
E poi, trascurate e disprezzate il deserto.
Il deserto non è quello del remoto tropico australe,
il deserto non è solo voltato l’angolo,
il deserto è pressato nel treno della metropolitana,
presso di voi, il deserto è nel cuore del vostro fratello.
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Il Cuore a nudo 12 ottobre 2017

Lottare

di Francesco Marabotti

Parole nuove per l'umanità nascente

 

I

La verità è che abbiamo smesso di lottare.
Certo, ognuno lotta instancabilmente nella propria vita per restare a galla. Oppure per qualche ideale, per un mondo migliore, o semplicemente per raggiungere una buona sistemazione in qualche azienda di fama internazionale.
Lottiamo per le cose più disparate, ma abbiamo smesso di lottare per cambiare il mondo in quanto tale.

Cambiare il mondo: l’espressione in sé potrebbe non significare nulla. Il mondo cambia in continuazione, accadono avvenimenti interessanti, altri tremendi, e talvolta in realtà sembra proprio non cambiare nulla. “Si stava meglio quando si stava peggio”, mormorano i più anziani, dentro e fuori di noi.

Nell’ingorgo planetario in cui siamo giunti, nella difficoltà di creare relazioni e comunità durature, sembra che la pretesa di cambiare il mondo non trovi spazio nella mentalità dell’essere umano contemporaneo.

Eppure l’essere umano in quanto tale è un mistero di trasformazione costante.
L’essere umano, in verità, cambia continuamente. Dall’homo habilis all’homo erectus, fino all’homo sapiens, la nostra specie ha conosciuto modificazioni strutturali che ne hanno mutato la natura e quindi l’impatto sull’ambiente.

Questa capacità di cambiare, e dunque di portare una novità costitutiva nel mondo appartiene solo all’essere umano, perlomeno come consapevolezza della propria libera iniziativa. Gli animali non possono decidere di mutare, così le piante, i fiori, i frutti, le montagne, il cielo stellato, i pianeti.

Nonostante essi cambino continuamente, sorgendo e tramontando, tuttavia non possono autonomamente assumersi la responsabilità della propria trasformazione.

Di fronte alle sfide immense del presente, sembra richiesta una nuova capacità di adattamento all’ambiente e alla vita nel suo complesso: se non sapremo concepire e inaugurare un altro modo di essere umani sul pianeta, rischieremo di minare la possibilità stessa di sopravvivenza per l’intera specie.

II

Di fronte alla crisi dell’economia, di fronte alla crisi della politica, della società, del sistema scolastico, della cultura, dell’arte, della famiglia, delle varie forme di spiritualità, siamo chiamati a cambiare radicalmente il nostro stesso sguardo sulla vita, avviando nuove possibilità di esistenza.

In realtà potremmo sostenere che cambiare il mondo, in questo presente così complesso e dinamico, sia l’unica via di uscita dalla palude tecno-finanziaria in cui ci troviamo: l’unico modo per sopravvivere oggi da esseri umani è contribuire ad una rivoluzione inedita dentro e fuori di noi.

Che cosa significa perciò cambiare il mondo? Come possiamo assecondare questo anelito, questa rabbia creativa ed insurrezionale, questa energia profetica che ci chiama ad una riscossa e ad una novità senza precedenti?

Come si cambia il mondo?
Creando a partire da una visione folle di nuova umanità. Creando a partire da una scelta di lottare nonostante tutto e contro tutto questo mondo insipido e corrotto, avido e spietato, orrendo e criminale, ipocrita e paranoide, ormai giunto alla cacofonia e alla coprofagia strutturale, al mortorio istituzionale, dalle beghe condominiali a quelle di Montecitorio: un’unica melensa e obbrobriosa melma che ci fa rattrappire, spesso nell’impotenza e nella disperazione dilaganti.

Cambiare il mondo significa creare, concepire il nuovo. E qui la poesia può tornare a parlarci, nella sua essenza di contatto con la fonte della vita e della follia strutturale degli infiniti mondi che ci abitano, e dai quali, solamente, possiamo sperare di trovare serbatoi ricolmi di luce.

“La parola poetica, come l’opera d’arte autentica, è un cominciamento assoluto. La parola poetica è il cominciamento dell’opera e dell’autore insieme, perché è la messa in opera della verità, cioè l’aprirsi di un mondo in cui opera e autore divengono visibili, vengono all’essere” (G. Vattimo, Essere, Storia e Linguaggio in Heidegger).

Questo non vale solamente per una poesia o per una creazione artistica, ma per l’opera stessa della vita. In questo senso ciascuno di noi è chiamato a riscoprire la fonte stessa della sua umanità (e della sua divinità), che parla e canta di un rinnovamento assoluto. Da qui possiamo tornare a lottare e a sperare, finalmente, in un mondo nuovo.

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L'Ordine del Giorno 27 luglio 2017

Sosta critica nell’epoca materialista

di Davide Sabatino

Chi può dire la parola “poeta”?
Ecco ergersi l’erede dell’etichetta: il giornalista?

Chi può cercare di formulare idee?
Caricature a spruzzi e vaghezza. Filosofi?

Chi può dare una solidità alle parole?
Panta rei: seguile tu, filantropo dei bassifondi.

Chi può avere la capacità di persuadere?
Tutti in fila indiana, dietro al santone di turno.

Qual è il senso che mi chiede “chi può” su questo foglio?
A parte altrove: nessuno, oggi, dice più nessuno.

 

Piccola richiesta: questo incipit è da leggere in orizzontale; da suonare come un pianoforte dai tasti retroilluminati; da danzare al ritmo di un suono plurimo, benché, pacato

 

C’è forse qualcuno che non vuole sentirsi libero di pensare, di esprimersi, di fuggire dalla monotonia dei giorni uguali? C’è ancora qualcuno che ama non fare, non pensare, non dire ciò che prova, sente, percepisce? Dico: c’è ancora qualcuno che non desideri liberarsi dalla condizione di schiavitù psicosociale in cui, quasi per obbligo, si crede di appartenere? Chiunque esso sia, bisogna dirlo chiaramente, va svegliato! A costo dell’insulto.

Quello di emanciparsi dalla condizione di prigionia, dalla visione di massa, dalla moda e dal sistema conformista è, da sempre, l’unico modo per riuscire a pensare, a fare poesia, a comporre musica. Emanciparsi, tutto sommato, non vuol dire altro che tagliare i ponti col passato; vincere la tentazione di restare inerti e privi di spirito propositivo verso l’ignoto. Sì, verso l’ignoto, poiché ciò che viene a imporsi a noi, in questi ultimi tempi, è proprio il già noto. Il consolidato. La materia, direbbe l’alchimista.
Rompere la catena dell’omologazione di massa, presente anche all’interno del proprio nucleo affettivo, come nella strutturazione della propria condizione sociale – fino a quando ve ne sarà ancora una – è il primo passo per convincersi che il mondo non è mai fermo. Esso è in continua rotazione; anzi, diciamo meglio, è in continua rivoluzione. A noi dovrebbe toccare solo di immaginare, d’inventare, una nuova forma di comprensione del cambiamento costante e, se lo sentiamo come “compito” nostro, scardinare e polverizzare ciò che è solido. Depotenziare finalmente la materia!
Il poeta parla, da secoli, come ci ricorda Carl Gustav Jung, d’immaginazione e d’intuizione non in posizione antitetica alla ragione, bensì come “pratica” d’“importanza vitale per la nostra comprensione”, per la comprensione (razionale-sensibile) dell’esistenza umana. Egli aggiunge in L’uomo e i sui simboli che spesso l’opinione comune, avallata e sostenuta da buona parte di coloro che sono considerati “intellettuali”, sposa l’idea di fondo per cui gli elementi che smarginano da una visuale “scientifica” del mondo, l’immaginazione e l’intuizione appunto, non vanno presi molto sul serio. Anzi, si dice prepotentemente che a loro bisogna “prestare scarso affidamento”; che coloro che a queste ricorrono sono degli illusi bisognosi di crescere e di maturare (senza spiegare bene cosa s’intenda per “maturare”). Così il significato dell’esistenza umana sembra ridursi a una misera dialettica fra il materiale (cellulare, vestito, estetica del corpo, portafogli) e il razionale (logica, epistemologia, mente, lavoro); eppure la fiumana di gente sempre più depressa e insoddisfatta dovrebbe ricordarci che “il significato della vita non si esaurisce nel mondo degli affari, né alle profonde aspirazioni del cuore umano si risponde con un conto in banca”.
In sostanza lo scisma fra ragione e intuizione (quella cosa che – di nuovo con Jung – ci fa comprendere meglio “la provenienza e il fine” dell’esperienza umana) è ancora una ferita aperta, che solo una minoranza di uomini tenta, vivacemente, di risanare. Questo scisma, quest’operazione manichea, in atto da molti secoli, ha radici storiche e simboliche profonde che purtroppo non è possibile approfondire in questa sede.

A noi sembra del tutto evidente quanto in questo frangente storico chiamato post-moderno o, più correttamente, periodo nichilista-neoliberista, la figura del poeta, del filosofo, dell’uomo saggio o, per usare un’espressione cara ad Aristotele, dell’“uomo nobile” (“Chi è degno di grandi cose, è uomo nobile”, cit. in Nobiltà di Marco Vannini), sia quasi del tutto svanita. Almeno dal punto di vista del valore simbolico-comune. Difatti: se ancora alla fine degli anni Settanta del secolo scorso potevamo accendere la tv, aprire un quotidiano o entrare in un’Università e imbatterci in figure come, ad esempio, quella provocatrice e dinamitarda del regista scrittore Pier Paolo Pasolini; o, per guardare al mondo della cultura più in generale, vedere richiamata l’attenzione su maestri della musica contemporanea come Luciano Berio, Bruno Maderna, Luigi Nono; ecco, dicevo, oggi tutto questo è pressoché introvabile. È impossibile vedere da parte della stampa, dei politici, delle persone comuni un certo riconoscimento, un’importante considerazione di figure che possono essere fari per illuminare l’orizzonte antropologico odierno. In nessun ramo dell’albero sociale, culturale, e men che meno politico, è possibile trovare citati, o in carne e ossa, dei veri uomini di cultura. “Uomini: questi sconosciuti” verrebbe da dire. È molto difficile poter vedere anche solo un poeta che abbia di questi tempi una grande notorietà, un’autorevolezza, una forte presenza attiva e decisiva sulla politica e sulla scena culturale vista nel suo insieme. Mancano, da decenni ormai, persone che posseggano una mente visionaria. Menti temerarie, da seguire, per realizzare “grandi cose”. Solo attraverso il pensiero è possibile arrestare il decadimento, in tutte le sue direzioni (vedi la Grecia, patria della filosofia, negli ultimi secoli).

C’è confusione fra i lettori post-moderni, universitari e non, sul concetto di poesia. Smarrimento e incomprensione sono gli stati più vicini al vero senso comune nei confronti di ciò che può identificarsi col termine: poetico. La crisi delle ideologie e la deflagrazione della realtà in “interpretazione” e nonsense, il fascismo dei media e della comunicazione pubblicitaria, insieme alla perdita dell’autorità culturale, possono essere chiavi di lettura adeguate, logiche, per affrontare il discorso in termini di causa-effetto. Se osserviamo la pubblicità e le edicole troviamo impudicamente una poesia preconfezionata, s-venduta a prezzi insignificanti, insieme alle riviste oscene di qualche furbo opinionista di gossip; o se si guarda qualche volta la réclame televisiva, ci si potrebbe sentir male, invasi come siamo dalla “lirica” da bacio Perugina. Allora osserviamo come sia l’edicola (il tangibile), sia la pubblicità web-tv (il virtuale), siano in realtà due lati della stessa medaglia. Questi due mondi, per nulla separati, lavorano insieme promuovendo instancabilmente quel grande progetto che potremmo definire “culto dell’inganno”. Da tempo – e più si va avanti peggio è – sopravvivere in questa condizione di insulsa demolizione del sensibile, a favore di una politica individualistica e materialistica che privilegia l’estetismo alla virtù dell’animo umano, è faticoso. È vivere in un “mondo artificiale” come scrisse già nel 1998 il filosofo torinese Gianni Vattimo in Credere di credere, un mondo “(…) in cui anche i bisogni, essenziali, non si distinguono più da quelli indotti e manovrati dalla pubblicità (…)”. In poche parole: è un’allucinazione infernale. I media e l’azione pubblicitaria hanno spinto, soprattutto in questi ultimi anni, sull’acceleratore del consumo, riportando tutto – poesia compresa – alla dimensione del business. La poesia, possiamo dirlo tranquillamente, ha perso di valore. Si è svalutata proprio come la moneta: di conseguenza è ovvia l’inflazione. Basti pensare alle citazioni a oltranza, prive di una linea di pensiero coerente, sui vari social; oppure, alle molteplici proliferazioni di blog, siti, riviste sempre pronti a decifrare il “poeta” di turno o a riesumare trattazioni poetiche, di gran lunga al di sotto del livello di una critica in stile crociano, o poundiano, se si preferisce.

La parola poetica al pari della religione, della cultura, dell’intelligenza e del rapporto personale, si è inesorabilmente logorata, trasformandosi, il più delle volte in un modo carino, romantico, di dire le cose. Ha perso il suo statuto di élite, di guida del mondo (pensiamo, anche fuori dal contesto italiano, cosa sono stati i poeti russi per il popolo russo): ma questo non è del tutto un male, se osserviamo la questione da una prospettiva di fine dell’ideologie.

Ciò che è sicuramente inaccettabile però, è osservare la poesia, il pensiero, diventare merce scadente, feticizzarsi (Marx), per essere adoperata, per mostrarsi come superficiale aforisma in una liquidità di fondo (Bauman) che descrive al meglio il rapporto inter-comunicativo, sociale e personale, di oggi. Un rapporto, in ultima analisi, senza più né peso né vigore, dis-emozionato e completamente dis-armonico.

In verità, per essere onesti, devo ammettere di aver lasciato intendere una conclusione imprecisa nelle righe sopra. Sì, scrivere che “la poesia ha perso di valore” non è del tutto corretto. Più esatto è invece affermare che il poeta è colui che rinunciando, cambiando rotta, smarrendo la sua identità, si trova in una posizione di s-valorizzazione costante. Infatti, secondo noi, non è la poesia in sé ad aver perso il suo centro, la sua forza pulsante: essa è infinitamente inesauribile e salda nella sua valenza profonda; bensì è il poeta-uomo contemporaneo ad avere perso il suo orizzonte di senso ed è a lui che spetta il compito di ritrovare in sé il giusto valore, il giusto spirito, che è – fortunatamente per lui – onnipresente e immenso.

Allora si capisce che: alla deriva non andrà mai e poi mai la poesia, nella sua essenza. “C’è molto nel mondo” sospirava Dylan Thomas, perciò, semmai, sarà il poeta che se ancora si mostrerà restio a “rinunciare a ciò che resta”, a proteggere invece di abbandonare lo sguardo di Medusa, diverrà il primo responsabile del proprio naufragio. Sarà lui a soffrire l’aridità del “vento sul capo che non rinfresca”, che non soffia aria fresca per la creazione di un pensiero audace, ribelle, vivo.

 

Conclusione provvisoria

Alternative a questo disastro se ne intravedono ben poche ma è opportuno ricordare che ciò di cui si sta parlando, alla fine, è riassumibile in tre punti: 1) l’importanza di non limitare lo sguardo alla realtà tangibile (intesa come realtà-materia che ostruisce il fluire del pensiero); 2) lo sforzo di spingere l’intero pensiero in una direzione profondamente poetica, cioè libera, nonostante si debba, nell’immediato, fare i conti con una filosofia darwiniana e materialista, assai spaventata dal linguaggio radicale e incontrollabile del poeta. Un pensiero autoritario che, se osservato bene, si manifesta come ottusa certezza del visibile, aggredendo la proposta di un’invisibilità salvifica facendola passare per mera suggestione, per infantilismo, e quindi guardandosi bene dal renderla presente nella mente di tutti; 3) il ruolo del poeta, oggi, è lo stesso di quello di ieri, e cioè rimanere inserito in quel non-spazio invisibile dove è possibile raccogliere il seminato dei pensatori lungimiranti nei secoli. Ovvero: dei pensatori veri!

Infatti è nella zona buia, dimenticata da tutti, che il sapere attende di essere recuperato. Lo sguardo poetico si dirige verso la speranza di una messa in discussione di tutto. Non è utopico: è solamente abissale. Non si perde a origliare dietro la porta di quel sapere serrato nei grattaceli delle città, bensì scruta nell’abisso, nel dimenticatoio, nella fondatezza delle cose; in quel posto che, se fossi in un romanzo, non mi lascerei sfuggire l’occasione di soprannominare: il ghetto del sapere.

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Il Fiore Azzurro 12 luglio 2017

Leggendo “Marina”, di Mario Luzi

di Giuseppe Spinnato

Il pensiero poetante come luogo del ricordo

C’è qualcosa che torna, che rimpatria. Qualcuno che ricorda su una proda, separato dall’acqua da una linea che disegna e ridisegna un confine labile. Tra l’uomo e le isole lontane che affiorano e scompaiono all’orizzonte si estende un luogo non commensurabile, non riducibile alle coordinate di un qualsivoglia spazio: un regno d’acqua, un regno del possibile, un tempo altro.
Dove ci troviamo? Chi è che ricorda? E cosa ritorna alla proda, con un frullo d’ali che stride sui pini?

Queste sono solo alcune delle domande e delle prime impressioni che scaturiscono dalla lettura di Marina di Mario Luzi, testo inserito in Primizie del deserto, raccolta del 1952. Prendiamole come punti di riferimento provvisori e mobili per introdurci a una lettura che non potrà che essere parziale e sintetica, oltre che pochissimo letteraria, per toni e intenti. Non faremo riferimenti soprattutto, almeno in questa sede, al precedente eliotiano (l’omonima Marina, appunto, del 1927-30) cui Luzi si richiama esplicitamente. Considereremo qui il testo luziano nella sua intrinseca dignità di senso, indipendentemente dai modelli e dalle diverse eco letterarie pur presenti, e in una certa misura pur operanti.

Si tratta di un testo non semplice, breve eppure molto denso, per cui chi legge è invitato a farlo con una sorta di leggera pazienza e una disposizione direi simpatetica, aperta alle sue eventuali suggestioni. L’ideale sarebbe rinunciare ad un preliminare arrovellamento sul senso globale. Iniziamo quindi leggendo lentamente le quattro quartine che compongono il testo lasciandoci catturare dalla loro aria enigmatica e dalla loro fascinazione sonora, senza cercare di dipanarne i fili in questa primissima fase:

Che acque affaticate contro la fioca riva,
che flutti grigi contro i pali. Ed isole
più oltre e banchi ove un affanno incerto
si separa dal giorno che va via. 
Che sparse piogge navighi, che luci.
Quali? il pensiero se non finge ignora,
se non ricorda nega: là fui vivo,
qui avvisato del tempo in altra guisa. 
Che memorie, che immagini abbiamo ereditate,
che età non mai vissute, che esistenze
fuori della letizia e del dolore
lottano alla marea presso gli approdi 
o al largo che fiorisce e dice addio.
Rientri tu, ripari a questa proda
e nel cielo che salpa un pino stride
d’uccelli che rimpatriano, mio cuore.

Giunti al punto finale, pur consapevoli della presenza di un significato latente – e che proprio nella chiusa trova il suo sigillo – ci troveremo tuttavia ancora davanti a un testo che ci sfugge, resta indefinito, non messo a fuoco. Abbiamo soltanto una promessa di senso. Ed è proprio da qui, da quest’ultimo verso, che bisogna ripartire per ricucirne daccapo il percorso, dopo che è stato intercettato l’interlocutore cui la voce del poeta si è rivolto lungo tutto il testo: il mio cuore. Il cuore del poeta, il nostro vorremmo dire. E vorremmo identificarlo, al di là di ogni stucchevole sdolcinatezza, con la nostra parte vitale più intima ed autentica, qualunque cosa questo significhi.
È ora possibile tornare a una lettura più centrata sul suo oggetto, o meglio sul destinatario di quello che si configura come un dialogo del quale abbiamo appena chiare soltanto le domande poste. Quello della rilettura è quindi un percorso obbligato, visto che la chiave di volta del senso globale è rivelata solo alla fine, come ultima parola: al mio cuore si finisce e da questo mio cuore bisogna ricominciare.
È importante soprattutto, specie davanti ad un testo del genere, cercare di identificarsi col soggetto lirico, con la voce del poeta che si rivolge – adesso lo sappiamo – al suo cuore se vogliamo avere una speranza minima di poter andare qualche centimetro oltre la cute spessa della lettera (peraltro ambigua), e quindi cercare di leggere più addentro, leggere tra le righe, con un cuore appunto intelligente (che sa intellegere, ovvero interlegere: leggere dentro, fra le righe).
Rileggiamo quindi la prima quartina e i primi versi della seconda:

 Che acque affaticate contro la fioca riva,
che flutti grigi contro i pali. Ed isole
più oltre e banchi ove un affanno incerto
si separa dal giorno che va via. 
Che sparse piogge navighi, che luci.
Quali? (…)

Il poeta si sta rivolgendo al suo cuore, chiedendogli quali viaggi stia compiendo (il verbo compare solo al quinto verso: navighi): quali acque sta navigando, quali flutti, quali isole sta attraversando mentre il giorno muore liberandosi dalla sua fatica (un affanno incerto si separa dal giorno che va via)? Quali piogge lo stanno bagnando, quali luci straniere illuminano la sua traversata? È ignota al momento sia l’origine del viaggio, sia la destinazione. Abbiamo una voce che chiama, quella del poeta, e un cuore lontano, che non risponde, ma che è immaginato ed evocato attraverso la parola.

Notiamo con Elio Gioanola (Poesia italiana del Novecento) che gli aggettivi della prima quartina, pur riferendosi a delle cose, delineano un profilo umano, triste, che su di esse proietta i suoi sentimenti (affaticate, fioca, grigi, incerto): un indizio da tenere a mente durante la lettura dei versi successivi, che meritano una particolare attenzione per via della loro densa enigmaticità. Ecco quindi il resto della seconda quartina:

Il pensiero se non finge ignora,
se non ricorda nega: là fui vivo,
qui avvisato del tempo in altra guisa.

Dopo aver richiamato e interpellato con il pensiero il cuore, è in quello stesso spazio mentale/cardiaco interno che il poeta ragiona sul suo stesso processo mentale, si fa cioè autocoscienza: pensa, e pensando pensa il pensiero stesso, rendendolo parola, anzi di più, verso, canto. È in questa modalità che viene affermata una verità che ascoltata con altri occhi e pronunciata da un punto di emissione diverso non imprimerebbe a queste parole la fortissima saturazione di senso che le caratterizza. Cosa dice insomma Luzi? Proporrei due interpretazioni, propendendo per la seconda.
La prima è questa: se il pensiero non finge (nell’accezione comune italiana), cioè se non inventa, allora ignora; e se non ricorda (cioè semplicemente non ha memoria) allora nega: e soltanto questo al poeta sarebbe rimasto possibile, ignorare e negare, uniche forme di conoscenza in negativo, per sottrazione. Tuttavia questa interpretazione (forse più montaliana che luziana) non ci appare intonata con il resto, e sembra portare a un vicolo cieco.

È tuttavia possibile leggere diversamente questi stessi versi, secondo altri significati che ritengo possano essere più fedeli e maggiormente rivelativi del senso globale del testo. Rileggiamo quindi questi due versi: il poeta sta forse affermando in primo luogo che il pensiero se non finge (cfr. l’accezione latina di fingo), cioè se non crea, foggia, modella, intreccia – ovvero se non è poetante –, semplicemente ignora, non sa e non può sapere alcunché. E in secondo luogo potrebbe voler dire che se il pensiero non ricorda, ovvero se non ritorna al cuore (cfr. il latino recordor, composto da re + cor: “richiamare al cuore”) andandovi incontro, semplicemente nega, non può quindi affermare alcunché: ben povero pensiero sarebbe quindi, quello che ignora e nega, un pensiero privato della sua capacità creativa e attiva sulla realtà.
Capiremmo quindi seguendo questa seconda lettura cosa ha fatto il pensiero poetante del poeta sin dall’inizio: ha ricordato, cioè è tornato al cuore, e lo ha fatto creando (“fingendo”, cioè etimologicamente “plasmando, componendo, foggiando”) un ponte di parole poetiche, parole che sono d’altronde il tessuto muscolare del pensiero.

Ed è là che fui vivo afferma Luzi subito dopo. È cioè nello spazio interiore di questo particolare tipo di pensiero (di certo non quello ordinariamente inteso), poetante e creativo, che il poeta può richiamare il suo cuore ed essere vivo, proprio , in questo luogo reale, intimo e non cartografabile dell’interiorità, luogo misterioso che il cuore sta navigando: sono quindi dentro al poeta tutte le prode, gli approdi, le marine, le isole; non altrove, ed è con il pensiero “ricordante” che può averne l’accesso.
Se poi è che il poeta fu veramente vivo (là fui vivo, / qui avvisato del tempo in altra guisa), nel regno del qui il tempo è conosciuto come inevitabile caducità. Questo dissidio tra i due piani contribuisce a conferire all’intera poesia la sua aria dolente, e insieme pur flebilmente protesa verso un richiamo che ha forse qualche tratto in comune con la speranza.
Proseguiamo quindi con la lettura della terza strofa e l’inizio dell’ultima:

Che memorie, che immagini abbiamo ereditate,
che età non mai vissute, che esistenze
fuori della letizia e del dolore
lottano alla marea presso gli approdi
o al largo che fiorisce e dice addio.

È in questo regno altro, in questo luogo acquoreo e indefinito (quasi un liquido amniotico, in cui galleggiano età non mai vissute ed esistenze fuori dalla letizia e dal dolore) che il cuore sta viaggiando, nelle stesse acque che abbiamo visto lottare alla marea presso gli approdi o al largo, là dove c’è fioritura e assieme addio.
Non possiamo ben definire e circoscrivere la natura di quelle che si configurano piuttosto ermeticamente (è il caso di dirlo) come immagini, età, esistenze possibili solo in un regno altro da quello del qui in cui il poeta si trova e che lottano forse alle rive per incarnarsi.
Quello che sappiamo è che il cuore del poeta nel suo viaggio sta attraversando queste regioni brumose e sospese, e che l’uomo è in una qualche relazione di vicinanza con queste vaste regioni, pur inattingibili appieno. Ed è solo una volontaria “dimenticanza” che ha reso possibile questo dialogo: è stato forse il frutto assieme di una ricerca e di un abbandono, di una “vacanza” dal pensiero ordinario; dimenticanza che è poi tutto il contrario dello “scordare”, perché al cuore anzi si “accorda”.

Cosa rimane di possibile infine, cosa si incarna realmente in questo dialogo mormorato e “pensato” in versi poetici? Non i flutti, che continuano a lottare (…) presso gli approdi, costituendo un continuo richiamo nostalgico (letteralmente: ci trasmettono tutto il desiderio doloroso di una sorta di ritorno, che ancora non è riuscito ad incarnarsi, a farsi terra), né le età non mai vissute e le esistenze / fuori della letizia e del dolore.
A fare ritorno sarà il cuore smarrito del poeta, che chiude il cerchio del componimento e completa il senso di tutte le allocuzioni lasciate sospese in precedenza e che abbiamo tentato man mano di riannodare:

Rientri tu, ripari a questa proda
e nel cielo che salpa un pino stride
d’uccelli che rimpatriano, mio cuore.

Dopo un lungo viaggio nel territorio altro, forse il mare di un inconscio personale e assieme collettivo (per questo ereditato), un luogo che attrae e che allo stesso tempo inquieta, e dopo quello che sembra a tutti gli effetti uno smarrimento (il poeta non sa all’inizio quali acque il cuore navighi, quali piogge attraversi) il cuore torna – e torna annunciato dal rimpatrio rumoroso di uccelli tra i pini – dopo esser stato richiamato da una parola poetica che è pensiero capace di creare un ponte verbale e assieme dare avvio alla dinamica ricordante, letteralmente di “ritorno al cuore”: non è un caso che l’ultimo verso contenga un verbo che richiama da vicino il ricordo nel senso che abbiamo visto,  ovvero quello di “rimpatriare” (tornare nella propria terra d’origine). Il pensiero ha “ricordato”: non nega quindi ma al contrario afferma, cioè si mette in relazione dialogante: ed è per questo si realizza un ritorno, ovvero, fuor di metafora, una “conversione”, innanzitutto a se stessi, alla propria sostanza più intima.
Uno strumento, quello della parola poetica, che ha il potere di richiamare alle prode i cuori dispersi, farli rimpatriare e incarnare nella terra del qui, stanchi sì del viaggio, inevitabile e ricorrente, ma con la festa in alto di un frullo d’ali ad accogliere.

 

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Il Cuore a nudo 5 luglio 2017

Al di là della separazione dall'altro e dalla natura

di Filippo Tocci

In questo articolo vorrei concentrarmi su un pensiero che si trova alla radice di molte concezioni errate sulla realtà. È il pensiero della separazione dagli altri e dal mondo.

Molti pensieri, infatti, ci condizionano in modo inconsapevole. Pensieri – fatti di parole – che si sono radicati nel nostro essere magari durante l’infanzia, oppure iscritti nel nostro modo stesso di concepirci come esseri umani, e che condizionano la nostra esistenza. Per questo è importante rimettere in discussione i pensieri e le parole che guidano la nostra esistenza quando avvertiamo la necessità di un cambiamento.

Le parole hanno un enorme potere: producono un effetto immediato sulla realtà, si imprimono sul nostro corpo. Possono dare un sollievo terapeutico o produrre uno stato di malessere. Di solito, non ne avvertiamo l’azione. Produciamo e ascoltiamo migliaia di parole ogni giorno, in modo spesso distratto, come se non avessero alcun effetto sulla salute del nostro organismo. In questo stato di distrazione, è impossibile avvertire gli effetti, benefici o distruttivi, delle parole, del linguaggio e del pensiero, che però ci sono, esistono e ci influenzano. Esiste quindi un pensiero magari inconscio che ci condiziona così tanto da uniformare molti dei nostri comportamenti?

A me pare che a un livello profondo viviamo ancora dando per scontato che il mondo sia essenzialmente ostile, e dunque sia necessario proteggersi per sopravvivere. Questa sorta di paura ancestrale e millenaria, la potremmo esprimere così: “Io sono separato dal mondo circostante. Il mondo circostante mi è ostile, devo difendermi”. Questo è un pensiero che, in modo più o meno consapevole, caratterizza tutti noi. Parole che magari non esprimiamo mai esplicitamente durante la nostra vita, ma che risiedono nel nostro inconscio e che ci influenzano a vari livelli. Se le cose stanno così, se cioè l’universo è nel migliore dei casi indifferente, o addirittura ostile, come arrivò a credere Leopardi identificando la natura con una matrigna crudele, l’assetto esistenziale con cui vivere sarà essenzialmente difensivo e risentito, quindi potenzialmente violento.

Questo pensiero tuttavia non corrisponde alla realtà, ma è una interpretazione della realtà, non l’unica, nata in un’epoca storica precisa, e poi elaborata dal pensiero filosofico, politico ed economico nei secoli successivi.

Ad esempio gli antropologi, studiando la cultura delle tribù primitive e raccogliendo le loro testimonianze, hanno concluso che i nostri antenati non credevano affatto di essere separati dalla natura circostante. Al contrario, avvertivano l’unità di tutti gli esseri con la terra e con la realtà. È solo con il Neolitico che iniziò a farsi strada un altro pensiero, che si potrebbe sintetizzare così: “La natura è separata da me, la posso sfruttare a mio vantaggio. Gli altri sono miei nemici”. L’essere umano perde la connessione con l’ambiente circostante, che diviene sconosciuto e pericoloso. Per questo erige mura a protezione delle città, e tenta di controllare una realtà ormai distante attraverso il dominio su popoli e risorse. Questa divisione tra interno ed esterno si riflette anche sul piano individuale: l’io umano rafforza la propria identità contrapponendosi all’altro da sé, ovvero, nel corso dei secoli, al barbaro, all’eretico, all’austriaco, e così via.

Il pensiero della separazione dagli altri e dalla natura resta radicato per millenni, fino ad oggi. Una convinzione ambigua. Da un lato infatti ci ha permesso di evolverci come specie, dalla nascita delle prime civiltà ai progressi scientifici e tecnologici degli ultimi secoli. Dall’altro ha prodotto distruzione e sfruttamento, tra colonialismo, guerre mondiali e distruzione di risorse e habitat naturali. A livello individuale, abbiamo assistito a uno sviluppo della razionalità e dell’intelletto, che però si sono costituiti a partire da una rimozione di dimensioni altrettanto importanti dell’essere umano, emotive e spirituali, relegate in una dimensione inconscia.

Oggi ci troviamo su una soglia. Nonostante il fallimento a cui ci sta inevitabilmente conducendo, viviamo e siamo educati ancora a un pensiero che ha iniziato a farsi strada durante il periodo neolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Il pensiero neoliberista che oggi domina in modo assoluto, si inserisce infatti nel solco del pensiero millenario della separazione, e della visione utilitaristica del filosofo britannico Thomas Hobbes. Secondo la sua visione, l’uomo era essenzialmente egoista, e nemico (“lupo”) per i suoi simili.

Ora credo sia giunto il momento di mettere in discussione questa convinzione. Non avvertiamo infatti come sempre più insostenibile questa condizione di chiusura e isolamento nella quale siamo costretti a vivere? La sofferenza è dilagante e per l’OMS, nel 2020, la depressione sarà la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari. Inoltre sono all’ordine del giorno notizie che ci avvertono del cambiamento climatico e dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, che comprometteranno le possibilità di esistenza della stessa specie umana sul pianeta Terra.

Insomma è giunto il tempo di mettere in discussione gli assunti di un pensiero politico, economico e radicalmente egoico, che oggi si rivela inefficiente e distruttivo. È necessario elaborare una nuova visione, autentica, e cioè adeguata ai nostri bisogni reali di condivisione, scambio, empatia, dialogo, apertura all’altro, rispetto per una natura dalla quale non siamo separati.

Ecco alcune considerazioni del fisico Albert Einstein, che ci aiutano ad aprirci verso orizzonti nuovi e inediti:

“Un essere umano è parte di un tutto, chiamato da noi ‘universo’, una parte limitata nello spazio e nel tempo.
Lui fa esperienza di sé stesso, dei suoi pensieri e sentimenti come qualcosa di separato dal resto. Una forma di illusione ottica della sua consapevolezza.
Questa illusione è una sorta di prigione per noi, ci rinchiude nei privati desideri personali e nell’affetto verso poche persone e alle persone vicine a noi.
Il nostro scopo sarebbe di liberarci da questa prigione con l’ampliamento della nostra cerchia di compassione per farvi entrare tutte le creature viventi e a tutta la natura nella sua intera bellezza.”

Einstein definisce quindi come illusoria l’esperienza della nostra separazione dal resto dell’universo. Iniziare a credere a questo significa poter iniziare a cambiare la nostra vita da ora.

Quali scenari si aprono se proviamo ora, in questo preciso momento, a dare credito a questa visione? Cosa accade ad esempio se impariamo ora, con pazienza, a rilassarci nel respiro, sorridendo durante l’ispirazione ad un mondo benevolo, e abbandonando paura e tensioni durante l’espirazione? Cosa succede cioè se iniziamo a insorgere rispetto all’ideologia totalitaria della nostra epoca, quella neoliberista, e a un pensiero ormai disfunzionale che ci vorrebbe separati, isolati, impauriti e disperati?

Un mondo nuovo, e realmente rinnovato nei suoi ambiti (politici, economici, sociali, educativi) può nascere solo da questo preciso punto, dal punto in cui scegliamo di cambiare radicalmente il nostro atteggiamento e il nostro sguardo nei confronti della vita. Questa è la rivoluzione sempre attuale a cui siamo chiamati come uomini e donne della nostra epoca.

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Il Fiore Azzurro 28 giugno 2017

Fiorire dal Niente

di Maila Arelli

Cantare oltre la spina

PSALM
Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.
Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.
Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.
Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.
SALMO
Nessuno ci impasta ancora di terra e argilla
Nessuno guarisce la nostra polvere con una parola incantata.
Nessuno.
Lodato tu sia, Nessuno.
Per piacer tuo noi vogliamo
fiorire.
A  te
incontro.
Un Niente
eravamo noi, siamo noi,
resteremo qui, fiorendo:
di niente,
di nessuno rosa.
Con lo stilo anime chiare
con il filamento cielo deserto,
la corona rossa
della parola di porpora,
che noi cantammo
oltre, o oltre
la spina.

 

Nessuno ci impasta ancora di terra e argilla / Nessuno guarisce la nostra polvere con una parola incantata: Celan inaugura il primo verso della sua poesia con una constatazione apparentemente rassegnata o forse con un appello doloroso, desideroso di ascolto: chi ci rivolge oggi quella parola che ci salva e ci restituisce alla vita?
La metafora dell’uomo come impasto di terra e argilla, terreno fecondo e grembo accogliente, sembra infatti ricordarci il libro della Genesi: Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Proviamo a leggere queste parole non in maniera astratta, distaccata o avulsa dalla nostra condizione esistenziale attuale. Proviamo a scendere in queste parole e a farle nostre. Metaforicamente: se io sono ridotto in polvere, se quindi sono “a terra” come frequentemente si dice nel linguaggio ordinario, chi mi guarisce, chi mi consola? A chi posso rivolgermi?

Nel testo originale Celan utilizza la parola besprechen. Parola molto comune in lingua tedesca, che significa “parlare di, parlare riguardo a”. Tuttavia tra i significati più profondi e meno usuali di questa parola c’è anche “guarire, lenire una ferita attraverso una formula magica”. Non a caso la poesia si intitola Salmo. Il salmo è un componimento poetico ma è soprattutto una preghiera, che nasce spesso da una condizione di disperazione, paura, tristezza. Nasce quindi dal mettersi in ascolto del proprio stato interiore. Spesso nei salmi la condizione di dolore inizialmente vissuta dal poeta sembra poi pian piano lasciar emergere una parola di consolazione, che per l’appunto guarisce e lenisce le ferite: besprechen. Analogamente Celan nella prima strofa sembra abbandonarsi in questa intima afflizione:

Nessuno ci impasta ancora di terra e argilla / Nessuno guarisce la nostra polvere con una parola incantata

Come prima, proviamo a riportare questi versi alla nostra vita, proviamo a farli nostri, a farli risuonare in noi. La poesia, come del resto anche i salmi, non è qualcosa di estraneo al nostro esistere, ma parla direttamente al cuore della nostra ferita. Quante volte ci siamo detti, magari serbando queste parole nel nostro cuore, non confessate: “Nessuno, niente dà senso alla mia vita, nessuno si prende cura di me, nessuno sembra vedermi”? Ma se nella prima parte della poesia quel Nessuno risuona come una chiusura in se stessi, un ripiegamento nel proprio stato d’animo, ecco che nella seconda parte quel Nessuno sembra trasformarsi quantomeno in una speranza, una speranza che si fa dialogo e la poesia si apre a un Tu, pur tuttavia definito ancora Nessuno.
Anche qui, non limitiamoci a una lettura sbrigativa di questa parola. Riflettendo attentamente infatti, anche nel linguaggio più comune “niente” viene sempre inteso come l’opposto del “tutto”.

E se il Nessuno inteso come Ni-ente venisse inteso come ciò che è al di là dell’Ente? E quindi come l’Essere che permette all’Ente di esistere? Come ci suggerisce Heidegger in Introduzione alla Metafisica: “Il niente non esprime solo il concetto opposto a quello di ente, ma appartiene originariamente all’essenza dell’essere stesso”. E ancora ci suggerisce Heidegger: “Il niente è la condizione che rende possibile la rivelazione dell’ente come tale per l’esserci dell’uomo”.
Possiamo quindi forse dire che il Niente come il Nessuno sia l’orizzonte entro il quale l’uomo esiste perché proprio da questo Essere inteso come Non Ente (Niente) è fondato? Ed è quindi l’orizzonte entro il quale l’Uomo esiste e fiorisce?

Lodato tu sia, Nessuno / Per piacer tuo noi vogliamo / fiorire.

Celan ci porta quindi sulla strada del rapporto, della relazione tra un soggetto e la fonte del proprio esistere e lo chiarisce proprio nella strofa seguente:

A te / incontro.

In tedesco il termine entgegen viene inteso proprio come stare di fronte a qualcosa (gegen: “contro”). Tuttavia perché la relazione dello star-di-contro si possa costituire è necessario che la presenza non sia ridotta ad una semplice proprietà di un termine ma sia intesa come quell’orizzonte che comprendendo soggetto e oggetto ne consenta il naturale rapportarsi. L’oggetto infatti può star-di-contro (ob-iacere, gegen-stehen) a un soggetto solo se entrambi i termini non cadono fuori dalla sua presenza, ma vi compaiono come suoi termini (cfr. U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente).
Vale a dire quindi che oggetto e soggetto non sono termini opposti ma sono ricompresi nei termini di un’unità, e l’uno non può darsi senza l’altro.
In questo Niente che è oltre l’Ente e quindi pienamente nell’Essere, noi fioriamo e rifioriamo in ogni momento come un flusso eterno e continuo, come rose di ni-ente, rose di nessuno e quindi frutti dell’Essere che eternamente si dà:

Un Niente, / eravamo noi, siamo noi, / resteremo qui, fiorendo: / di niente, di nessuno rosa.

Noi siamo canali di un dialogo eterno dove il mio canto di lode è corrisposto da una parola incantata che mi rimpasta. Ma come posso farmene tramite, come posso riceverla per poter, nutrita dall’Essere che è il terreno fecondo nel quale sono immerso, far fiorire la rosa che sono?

Con lo stilo anime chiare /con il filamento deserto cielo, / la corona rossa / della parola di porpora, / che noi cantammo / oltre, o oltre / la spina.

Lo stilo (Griffel) è nel fiore quel canale di trasmissione che unisce l’ovario allo stigma, è parte del pistillo che costituisce la parte femminile del fiore. Attraverso lo stilo il tubo pollinico raggiunge l’ovario ed è qui che avviene la fecondazione. Non è un caso quindi che Celan utilizzi proprio questo termine, che sembra ispirarci questa domanda: “posso farmi canale di ascolto di una parola che attraverso di me possa divenire feconda e a sua volta dare vita? E l’anima non è forse luogo di ricezione per eccellenza?”.

Qual è dunque la funzione dell’anima? Di un’anima che si faccia grembo di ricezione profonda? La funzione simbolica dell’anima come luogo di accoglienza della parola è stata indagata fin dall’antichità. Facciamoci aiutare in questo viaggio di ascolto poetico da un grande mistico, ancora tedesco, Meister Eckhart:  “Perché Dio si è fatto uomo? Io rispondo: Perché Dio nasca nell’anima e l’anima a sua volta in Dio. Per questo è stata scritta tutta la Scrittura, per questo Dio ha creato l’intero mondo: affinché Dio nasca nell’anima e l’anima a sua volta in Dio” (Trattati e prediche).
Ma se Dio nasce davvero nella mia anima, non ne sarò dunque io madre quindi responsabile di far crescere il divino che c’è in me? E se l’anima nasce a sua volta in Dio non ne sarò allo stesso tempo anche figlio?

Il filamento (Staubfaden) è invece quella parte dello stame che porta e sostiene le antere con il polline. Lo stame costituisce la parte maschile del fiore ed ha quindi, come detto, una funzione di sostegno.
Esso tuttavia viene definito himmelswüst, dove wüst ha il significato di deserto, desolato ma anche caotico, disordinato. Celan sembra alludere a un tormento profondo. Il fiorire è qualcosa di ardentemente desiderato quanto sofferto. Il filamento anela e si slancia verso il cielo, ma è un cielo deserto, caotico. Quando ci mettiamo in cammino per una trasformazione che sia davvero autentica assaporiamo talvolta anche molto sconforto e disillusione. È come scolpire una figura: l’immagine prende via via sempre più forma ma la pietra che lavoriamo spesso è molto dura.
In questi passaggi così difficili è importante accogliere questa amarezza e consolarla. Continuare a procedere tenendo per mano quella parte di noi che vorrebbe lasciarsi andare e scivolare via. L’anima fiorisce o avvizzisce a seconda del nutrimento che le diamo. E se il terreno nel quale fiorisce è l’Essere che mai si sottrae e eternamente si dà, rimane a noi la responsabilità di custodirne il campo, di liberalo e pulirlo da ciò che lo infesta.

Di che cosa nutriamo quindi la nostra anima? Questa è una domanda che dovremmo porci continuamente. Questa consapevolezza torna ad essere presente in Celan e l’ultima parte della poesia è un protendersi, è uno slancio verso questo anelito, questo desiderio di appagare una sete struggente di infinito. L’Io umano proprio nell’anima infatti recepisce la parola che lo feconda e che lo disseta. Ed infatti dopo aver ricevuto questa parola l’anima si fa corona rossa della parola di porpora.

Anche il color porpora ha un significato simbolico molto forte. Il color porpora è infatti un color rosso sfumato di blu, dove nel linguaggio simbolico dei colori il rosso rappresenta l’amore divino e il blu la verità celeste. Il colore porpora incorporando il rosso e il blu esprimerebbe quindi l’amore per la verità.  In questa luce risuona ancora più potente il verso di Celan: la parola di porpora è quindi una parola che è amore per la verità.

Ponendoci in ascolto quindi, proprio a partire spesso da una condizione di amarezza, dolore e rassegnazione, riceviamo una parola che dalla polvere, dal basso della nostra condizione esistenziale – spesso imprigionata nei muri algidi di un’anima impaurita – ci innalza a una condizione di regalità. Possiamo quindi in ogni momento decidere di procedere oltre la spina, cioè oltre il doloroso ripiegamento su se stessi, e di schiudere finalmente la nostra “corolla-anima”, facendoci a nostra volta catena di trasmissione e cantando la nostra parola di porpora:

Con lo stilo anime chiare / con il filamento deserto cielo, / la corona rossa / della parola di porpora, / che noi cantammo / oltre, o oltre / la spina.

 

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L'Ordine del Giorno 15 giugno 2017

Il mistero dell'uomo e dell'opera d'arte nel nuovo millennio

di Luca Cimichella

Da alcuni decenni sia la legislazione italiana che quella internazionale si stanno preoccupando di definire (per poi difendere) tutto ciò che oggi è conosciuto come “patrimonio dei beni culturali e artistici”. Ma mentre questi signori si danno tanto da fare coi loro appelli alla bellezza delle nostre città e della nostra arte, accade invece che masse sempre più titaniche e incontrollate di turisti affollino come greggi senza pastore quel poco spazio che, nei centri urbani, non era ancora consegnato al caos. Dai vertici politici responsabili della “cultura” (parola sempre più vaga) si parla a gran voce della necessità di sostenerci economicamente proprio su questi “beni culturali” e su questo strano fenomeno, il turismo di massa. Tutto questo viene proclamato persino con la sicurezza della più evidente legittimità morale: il dovere civico di tutelare il nostro patrimonio.
Ma si tratta veramente di questo oggi? Il turismo senza anima, questa moda di disperazione contemporanea che pervade il mondo, ha qualcosa a che vedere con l’arte e la cultura cui le nostre “autorità” si richiamano?
Io credo che le diagnosi possibili siano due: o queste “autorità” sono vittima di una sempre più evidente anestesia del buon senso, oppure stanno consapevolmente facendo un lavaggio del cervello a ognuno di noi. La peggiore delle ipotesi è anche la più probabile: entrambe le cose insieme.

La seconda Considerazione Inattuale di Nietzsche, proprio in virtù del suo titolo, ci grida oggi in modo ancor più attuale: «Mentre non si è mai parlato così sonoramente di “libera personalità”, non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati. L’individuo si è ritirato nell’interno: da fuori non se ne vede più nulla».
Ecco la verità della nostra condizione, che oggi qualsiasi persona potrebbe facilmente constatare se riuscisse a distogliersi dagli stonati grammofoni ridondanti di questa “opinione pubblica” malata e menzognera. Proprio in questi anni, mentre la depressione dilaga tra i giovani di tutto il mondo globalizzato, non si è in grado di dare alcuna risposta di senso al malessere endemico del nostro tempo, e anzi si preferisce continuare a strombazzare formule amare, calmanti solo nella misura in cui ci sanno rammollire.
Questo enorme calderone, che porta al suo interno il peso fisico delle montagne di libri scolastici, e quello di tutti i colossei del mondo messi assieme; questo pesantissimo “patrimonio” dei beni artistici e culturali – in verità – è sempre più spesso usato come un’arma impropria contro l’unico bene che oggi sta molto male, e che nessuno è capace di tutelare: l’umano.

Desidero ricordare che il sapiente non è il buon cammello masochista, che sa percorrere tutto il deserto come un docile cagnolino, avendo in groppa questa montagna vertiginosa di insensatezza, magari con scritto sopra “cultura”.
A dispetto dei secoli di alfabetizzazione che abbiamo alle spalle, al giorno d’oggi pare di trovarsi, anche stando tra i più eruditi, in un grande asilo nido pieno di neonati disperati in assenza della mamma, che invece di scarabocchiare i muri dovrebbero essere accompagnati con pazienza ad apprendere ogni lettera dell’alfabeto e a contare fino a dieci. Scriveva ancora Nietzsche (Crepuscolo degli idoli, cap. 8): «Dobbiamo imparare a vedere, dobbiamo imparare a pensare, dobbiamo imparare a parlare e a scrivere».
E chi oggi sa un po’ pensare, sa anche prendersi seriamente la responsabilità dell’esito novecentesco di tutta la cultura occidentale in senso forte. Il “responsabile” in questo senso è chi ci sa spiegare anche solo un minimo credibilmente il perché tutta questa grande letteratura e cultura sia finita nel Dadaismo, nel Futurismo, nelle guerre mondiali, nelle forme incomprensibili e spaventose che osserviamo in ogni museo d’arte contemporanea.

Innanzitutto c’è da prendere atto di un gigantesco suicidio: l’arte occidentale, che si fonda sulla pretesa di oggettivare in qualche misura una forma della verità entro i confini della cosiddetta “opera d’arte”, è morta, ed è morta ammazzata dagli artisti stessi. L’arte in quanto rappresentazione della verità ha cioè finito col rappresentare il puro e semplice collasso dello spirito umano, autore e fruitore dell’opera. L’arte del Novecento è uno specchio delle condizioni psico-antropologiche dei suoi autori.
Ma che vuol dire questo? Qual è il punto di morte, il luogo di suicidio di un’intera forma del mondo nei termini dell’opera d’arte? La risposta è l’Io umano.

Il soggettivismo isterico e irrefrenabile cui soggiace da ormai alcuni decenni l’arte in senso stretto è indice per noi d’un punto di rovesciamento da cui poter ricominciare con una forma (esperibile) delle cose assolutamente nuova. Questo oggi si dà da sapere: i beni culturali, in senso stretto, a partire dall’avanguardismo del XX secolo, urlano all’uomo che il malato, il bisognoso e lo sfigurato da ricomporre è il bene umano medesimo. Noi, in carne ed ossa, siamo oggi i beni culturali, e questo su rigorosissima legittimità della cultura stessa.
Chi riconosce la verità della nostra cultura ed è in grado di capirla, riconosce che le opere d’arte, i monumenti e i libri da custodire e accrescere sono oggi letteralmente le persone viventi! Il resto delle forme forti della cultura tradizionale si è suicidato proprio per dirci questo! Ancora non comprendiamo che l’Occidente sarebbe morto invano se noi oggi non ci muovessimo a comprendere questo evento? Ancora non comprendiamo che rattoppare i muri di Pompei per poi spremere ancora di più le anime consumate e disperate dei “turisti” è una chiara violazione dei beni umani, per la cui guarigione si è uccisa un’intera forma epocale dei beni culturali?

È tempo di dire basta ai cadaveri nei musei: è tempo di finirla con questi musei cadaverici!
Da oggi il museo sarà quel luogo vivente in cui le persone si riuniscono per curare la propria anima: i luoghi di meditazione, di accrescimento spirituale, di liberazione interiore e del mondo sono il primo e immediato patrimonio cui spetta il diritto di vita e di cura.
Una civiltà intera, oggi oltremodo esaurita, si è costruita a partire da una scissione terribile con l’anima vivente dell’uomo: il grido di dolore di quest’anima violata e nei secoli schiacciata ora l’ha liberata da molti dei suoi macigni, pur giacendo essa ancora frammentata e desolata, atomizzata e priva di una forma nuovamente sensata di sé.
È avvenuta una sfigurazione epocale: il genio del nostro tempo, il vero e proprio artista, è colui che sa comporre una nuova forma della verità a partire non già da un cambiamento fisico della materia, ma chimico. È la sostanza stessa della terra a trasmutarsi in qualcos’altro: una nuova sostanza, un nuovo tipo di argilla, una nuova tavola periodica degli elementi. Chi comprenderà questi nuovi elementi, ancora non conosciuti in natura?
Chi sarà degno della trasformazione in atto?
Senza rispondere, offro pochi miei versi che così dicono:

Poeta è
il minatore delle stelle,
in fede in-finita
al mistero dell’uomo.

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Il Fiore Azzurro 31 maggio 2017

La morte che attende prima di giungere a Cordova

di Francesco Marabotti

Ho letto per la prima volta la Canzone del cavaliere di García Lorca nell’antologia del classico di Hugo Friedrich, La struttura della lirica moderna, testo che pone domande cruciali sulla natura, ardua da comprendere, dell’elemento poetico per come si esplica a partire dalla metà del XIX secolo. Dalla seconda rilettura, fatta a voce alta, è scaturito un senso che proverò a descrivere in questo scritto.
L’ascolto pensante che accompagnerà questa poesia di Lorca nasce da una serie di considerazioni preliminari. Il primo elemento da cui mi sono fatto guidare proviene da una constatazione di Marco Guzzi, poeta e pensatore contemporaneo, che nella conferenza dal titolo Quale bellezza salverà il mondo consiglia, riguardo alla comprensione del senso di una poesia che rientri nella nuova fase che stiamo vivendo, di riferirla sempre a noi stessi, alla nostra interiorità.
Cordova
Il secondo elemento riguarda la natura del tipo di poesia con la quale stiamo cercando di entrare in ascolto. Non è più pensabile operare una lettura, una interpretazione, che non tenga conto di alcuni punti qualificanti della poesia moderna e contemporanea, fra i quali:
a) l’ambiguità come principio estetico universale – come ricorda Friedrich –, con ciò che ne consegue: la possibilità di intuire una bellezza, una luce attraverso l’oscurità;
b) lo scavalcamento sistematico della logica e della razionalità come visioni esclusive del mondo, per raggiungere regioni ignote o più profonde, più reali, dell’essere, laddove cioè sia presente una dimensione più complessa e più aderente alla natura dell’essere umano e della realtà;
c) il conseguente effetto che si riflette nel linguaggio, che smette di essere mero strumento di comunicazione di un pensiero, divenendo esso stesso comunicante, parlante, esperimento di evocazione dell’ignoto verso cui siamo in ricerca. Il suono e la forma divengono perciò essi stessi il significato e il contenuto, in una formulazione inedita che avviene nella sinfonia canora di cui l’autore si fa intermediario.

“L’oscurità che si rimprovera al poeta nasce appunto dalla notte ch’essa esplora: l’oscurità dell’anima e del mistero in cui è immerso l’essere umano”: queste parole di Saint-John Perse ci dicono che il poetico ritorna nella sua vocazione più autentica, spirituale, laddove è il mistero stesso dell’essere umano che viene cantato e ricordato.
Ecco il testo di Lorca:

Canzone del cavaliere
Cordova.
Lontana e sola.
Puledra nera, luna grande,
e olive nella mia bisaccia.
Benché sappia le vie
non giungerò mai a Cordova. 
Per la pianura, per il vento,
puledra nera, luna rossa.
La morte mi fissa
dalle torri di Cordova.
 Ahi, come lungo è il cammino!
Ahi, mia brava puledra!
Ahi, che la morte mi attende
prima di giungere a Cordova!
Cordova.
Lontana e sola.

Un primo sguardo è da rivolgere al titolo: Canzone del cavaliere. Questo titolo rimanda a tutta una serie di collegamenti con il mondo cavalleresco, senz’altro presenti nell’anima più intima della storia letteraria spagnola. Ma cercando di inoltrarci in un ascolto pensante, cioè attento in questo momento ai possibili echi del testo, e quindi riferendo questo titolo a noi stessi, bisogna chiedersi: chi potrebbe essere il cavaliere a cui questa canzone è rivolta?
Egli è sicuramente un essere umano che è chiamato ad un’avventura, nella quale e per la quale verranno alla luce le sue doti e le sue qualità. Potremmo dunque dire che il cavaliere potrebbe corrispondere a quell’elemento dell’umano, della realtà, chiamato all’avventura dell’esistenza, di questa esistenza di cui sappiamo ben poco.

La poesia comincia così: Cordova, lontana e sola.
Questo cavaliere, chiamato verso un’avventura ignota, per prima cosa, incontra Cordova.
Cordova, provando ancora una volta a riportare il contenuto dentro noi stessi, cosa potrebbe essere?
Cordova potrebbe essere il centro verso cui siamo in cammino, la meta verso la quale è in cammino il cavaliere. Il cavaliere potrebbe dunque essere esemplificato come il nostro io, il nostro ego, nel quale ci identifichiamo e che pensiamo, quotidianamente, di essere. Questo io ha delle relazioni, una storia, delle emozioni e delle aspirazioni. Questo io – cioè io –, è in cammino, è in viaggio, ma verso dove?
Verso Cordova, verso quella regione misteriosa e abissale della nostra anima, verso il senso delle cose.

Lorca aggiunge: Cordova, lontana e sola. Non appena il cavaliere intraprende il suo viaggio ha una prima visione di Cordova, che viene qualificata innanzitutto come lontana e sola.
Lontana: questa lontananza non è solamente una distanza geometrica. Questa distanza è la lontananza di ciò che è più vicino, di ciò che è più vicino di quanto non siamo noi stessi a noi stessi: per questo è sola. Il nostro io, il nostro essere un io, esemplificato nel cavaliere, non è ancora mai stato a Cordova. Quante miglia distiamo dal nostro vero essere, dal senso più profondo della nostra vita? La solitudine è mancanza lacerante di contatto, ma ciò che viene avvertito in essa è il bisogno di un avvicinamento, di un incontro.
Il cavaliere dunque prosegue con la sua puledra nera, le olive nella sua bisaccia, ammirando una luna grande: Benché sappia le vie, non giungerò mai a Cordova.

Il cavaliere, nonostante conosca le vie per arrivare a Cordova, sembra non potervi mai giungere. Egli dunque conosce le vie, sa come potrebbe raggiungerla. Ma l’elemento decisivo credo stia nel fatto che Lorca in realtà sta dicendo: benché tu sappia tutte le vie di questo mondo, tutte le teorie, le nozioni, e tu abbia potuto leggere tutti i libri che siano mai stati scritti, non giungerai mai a Cordova. La via non dipende dalle conoscenze acquisite precedentemente, dalla comoda sistemazione in vista del viaggio verso il futuro, da una programmazione per affrontare il cammino.
Nella prima lettera ai Corinzi, al versetto 13,2 San Paolo scrive: “E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla”.
La via è tutta qui, da intraprendere adesso, da percorrere. La via è la conoscenza. La via è l’arrivo della partenza. Per raggiungere ciò che cerchiamo, il cuore del nostro cuore, non si può fare altro che partire, iniziare dal fatto che siamo già a Cordova: altrimenti non potremmo mai raggiungerla. In questo senso un pensiero di Maurice Bellet chiarisce il punto: “La conoscenza è senza metodo: la Via è senza via. La sua regola però è più dura di ogni regola: poiché è lasciare essere l’inaudito, nelle lacerazioni della nascita”.

Giungere a Cordova significa dimenticare le vie, affinché sia possibile iniziare ad avviarsi. Avviarsi ora nella via significa lasciarsi ricreare proprio nella via che dobbiamo percorrere: significa diventare noi stessi la via, diventare viandanti.
Siamo immersi in un mondo sempre più denso di informazioni, di nozioni, stiamo raggiungendo un livello altissimo di conoscenza nei più svariati campi, e paradossalmente ci rendiamo conto che non sappiamo più nulla, che non siamo più capaci di giungere a Cordova. Nel momento esatto in cui conosciamo tutto, non conosciamo più nulla. Com’è possibile questo? E soprattutto, che cosa significa?
Significa che noi umani non possediamo noi stessi, non possiamo pretendere di possedere una verità definitiva circa il senso della nostra vita, come se sapessimo già come andrà a finire. Credo che il mistero della rivelazione costante della via indichi la sua natura evanescente, inafferrabile, sempre in cammino verso sé stessa. La via è trasformazione, non vi è conoscenza laddove non vi è il cammino:

Per la pianura, per il vento,
puledra nera, luna rossa.
La morte mi fissa
dalle torri di Cordova.

Il cavaliere prosegue. Cordova, dopo essere stata avvistata, viene riconosciuta, e la luna da grande diventa rossa perché è più vicina e colpisce la retina sanguigna della mente. Alle porte di Cordova, dalle sue torri, lo sguardo della morte è fisso sul cavaliere.
Non appena penetriamo più a fondo cioè, non appena lasciamo la terra conosciuta e andiamo veramente verso il centro del nostro essere, ecco che incontriamo il mistero della morte.
La morte mi fissa, e in questa fissazione è l’incontro fra il cavaliere e il suo vero essere. Una fissazione inconscia che determina il limite estremo e più aderente del nostro contatto con il mondo, per il quale la morte non riconosciuta, la morte come essenza misteriosa del nostro essere, traluce imponente dalle torri delle nostre mura difensive. La ricerca del nostro più profondo essere quindi, del senso della nostra esistenza, incontra la morte nella sua essenza di annientamento di questo senso. L’esperienza della morte, l’esperienza del nulla della nostra esperienza è proprio il senso del cammino come trasformazione del nostro stato di partenza. Per conoscere la verità del nostro essere, per giungere realmente in qualche modo a Cordova, dobbiamo incontrare la morte, dobbiamo percorrerla.

Ma la morte come confine del tutto potrebbe rivelarsi come il fine del tutto: ovvero come l’essenza del paradosso della nostra esistenza, perché nello stato di partenza e di misconoscimento del mistero della morte siamo determinati da una fondamentale disperazione e lontananza dal centro del nostro essere. Il riconoscimento e l’attraversamento della verità apparentemente più sostanziale della nostra anima, ovvero la certezza della nostra mortalità, potrebbe perciò in realtà aprirci ad una nuova verità, ancora più profonda, di noi stessi e della vita.
Non è d’altronde la vita in ogni istante una morte e un ricominciamento?
Due versi di Rûmî recitano:

La nostra morte è sposalizio con l’eterno
e quale n’è il segreto? ‘Egli è Dio, Uno!’

L’esperienza reale dell’annullamento del nostro essere, dell’illusione essenziale su cui abbiamo fondato la nostra vita e la nostra esperienza del mondo, delle nostre relazioni e delle nostre visioni della vita e della morte, potrebbe aprirci ad una esperienza inedita del mistero del nostro essere. La morte potrebbe essere allora vista come una purificazione di tutto ciò che è limitato, impotente e falso nella nostra anima, e quindi una reale via di ricreazione della mia vita e della realtà:

Ahi, come lungo è il cammino!
Ahi, mia brava puledra!
Ahi, che la morte mi attende
prima di giungere a Cordova! 

Il cammino è lungo. Lungo significa più lungo di quanto ci aspettiamo, e più ricco. Ancora una volta si tratta di una ‘ durata’ spirituale che ognuno di noi sperimenta nella concretezza dell’esistenza. È il tempo della giusta maturazione, del giusto viaggio, e della lenta, ma inesorabile, trasformazione.
Lorca ce lo conferma: è la morte che mi attende prima di giungere a Cordova. La ricerca costante della verità più intima e inesplicabile del senso delle cose, alla quale noi stessi apparteniamo come dilatazione e incarnazione, incontra la realtà della morte come mistero della disintegrazione del tutto: come possibile e segreta conflagrazione universale rigenerativa. Non è questa forse la speranza e l’anelito più profondo di ogni essere umano: la resurrezione come rinascita inedita della mia identità e dell’essenza della realtà?

Ed ogni volta di nuovo Cordova ritorna, inesorabilmente, lontana e sola.
E il viaggio e la canzone del cavaliere, ricominciano da dove sono finiti.

 

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Il Fiore Azzurro 26 maggio 2017

Il Porto Sepolto di Ungaretti

di Andrea Bellaroto

La poesia come esperienza iniziatica

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Credo che sia importante riconsiderare la poesia di Ungaretti anche al di là della sua importanza nella storia della letteratura: fin dagli inizi, infatti, nella sua opera si realizza un’esperienza poetica che è stata ancora poco approfondita nella sua reale novità. E la novità di questa esperienza è insita nel fatto che la parola poetica nasce dall’immersione in un mistero abissale e originario nell’uomo. La parola perciò ci indica una possibile via di ricerca al di là dell’io, un orizzonte che molti grandi poeti hanno cercato, negli ultimi due secoli, di percorrere, con vari esiti. Questa sorta di ‘trascendenza’ e di oltrepassamento rispetto ad una forma chiusa di identità e di soggettività può essere oggi letta in un senso iniziatico e profetico.

Leggendo le poesie del Porto Sepolto (prima opera di Ungaretti, pubblicata nel 1916 e poi confluita dal 1919 nell’Allegria di Naufragi) si ha come la sensazione di essere trasportati in un luogo molto profondo, in cui la realtà stessa acquista un senso misterioso eppure evidente. È una lirica profondissima ma essenziale nelle sue parole, oscura eppure limpida, che sembra rivelare qualcosa di essenziale e preciso, che resta però anche velato:

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

Così recitano gli ultimi versi della poesia Il porto sepolto, scritta a Mariano il 29 giugno del 1916 e che dà il nome alla raccolta intera. Questa oscurità evocativa, che è un elemento comune a molta poesia e arte moderna, credo che non sia, almeno in Ungaretti, semplicemente uno stile voluto dal poeta o un artificio retorico, ma sia piuttosto una caratteristica strettamente legata al carattere stesso dell’esperienza poetica nuova che si realizza in alcuni autori dell’800 e del ‘900. Alcuni esempi sono Novalis (Inni alla Notte), Rimbaud (Una Stagione all’Inferno) o Campana (Canti Orfici, dove la prima parte è intitolata appunto La Notte).
Saint-John Perse, poeta francese del secolo scorso, spiega questo nesso in maniera molto chiara: “l’oscurità che si rimprovera al poeta nasce appunto dalla notte che essa esplora: l’oscurità dell’anima e del mistero in cui è immerso l’essere umano”. E lo stesso Ungaretti si esprime con termini molto simili: “il mistero c’è, è in noi. (…) La parola ci riconduce, nella sua oscura origine e nella sua oscura portata, al mistero, lasciandolo tuttavia inconoscibile”.

Credo però che questa oscurità possa essere fortemente fraintesa, e che spesso lo sia stata, principalmente in due sensi. In primo luogo l’oscurità di questa poesia difficile da decifrare (questo è il senso del termine ermetico, da cui ermetismo) può essere travisata associandola al soggettivismo e alla complicazione di tanta arte moderna (dalle avanguardie novecentesche in poi) che si chiude su sé stessa, sulla celebrazione dell’originalità dell’autore cui è permesso di fare qualsiasi cosa, anche incomprensibile o insensata, perché giustificato dalla propria ‘libertà creativa’, fino al concetto di ready made (dadaismo) o di ‘licenza poetica’. Il secondo tipo di fraintendimento invece consiste, a mio parere, nell’interpretare questa poesia in un senso ‘letterario’ o formalistico, considerandola cioè come una lirica pura, come un tentativo estremo di sublimazione del linguaggio fino a vertici di assoluta perfezione.
Entrambe queste vie sono state in parte percorse da Ungaretti o dai vari altri poeti di questo filone, ma c’è qualcosa che li differenzia da queste derive artistiche. Oggi questo discernimento potrebbe essere operato con maggiore consapevolezza, sia mettendo a confronto fra di loro gli autori, sia individuando all’interno dell’opera di ciascun autore quali elementi vanno verso il soggettivismo o il formalismo e quali invece vanno in una direzione diversa, che va al di là del controllo dell’io e che perciò si può chiamare direzione iniziatica, come cercherò di spiegare.

Possono essere molto utili ed esplicative, ai fini di questa sottile ma fondamentale distinzione, alcune parole di un filosofo americano, Charles Taylor, che nel suo libro Il Disagio della Modernità (1992) parla di un ambiguo slittamento nel soggettivismo: “moltissima arte moderna si volge risolutamente alla celebrazione delle facoltà e dei sentimenti dell’uomo. Ma alcuni tra i grandissimi scrittori del Novecento non sono soggettivisti in questo senso. Il loro oggetto non è l’io ma qualcosa che lo trascende. Figurano nel numero Rilke, Eliot, Pound, Joyce, Mann e altri ancora. Lo sforzo di alcuni fra i migliori poeti moderni è stato proprio quello di articolare qualcosa al di là dell’io. (…) Tale distinzione ha un grande rilievo nella lotta culturale in atto”.
Queste parole si adattano perfettamente alla ricerca poetica di Ungaretti, nella quale il tentativo di articolare qualcosa al di là dell’io è presente fin dalle prime opere. La parola poetica nasce infatti da un raccoglimento interiore molto profondo, uno sprofondare dentro di sé fino al silenzio assoluto in cui ci si mette in ascolto di qualcosa d’altro:

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
(Commiato)

La parola viene trovata nel silenzio appunto. Ma se l’io del poeta è in silenzio, e questa parola emerge nell’ascolto, allora non viene dal poeta. Chi parla? Da dove viene la parola? Viene da un luogo abissale, situato oltre i confini dell’io cosciente del poeta, che però può coglierla ponendosi in ascolto di questo fiorire del pensiero dentro di sé. L’ascolto è l’immersione in quello che si può chiamare, metaforicamente, il porto sepolto: la parola poetica, il canto, è come un tesoro nascosto nel profondo, come sepolto, e il poeta deve scavare, immergersi nell’abisso per portarlo alla luce, in un movimento di discesa e ascesa.
L’immersione nell’abisso, che è solo il volto rovesciato del mistero umano che si vuole esplorare, porta sempre ad una trasformazione e ad una rivelazione. Abbandonato ogni controllo e ogni concezione precedente fino al silenzio della non-conoscenza, il poeta sprofonda in un’apertura della coscienza, dove la parola diventa l’esperienza di una novità:

Mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
(I fiumi)

Non c’è più un io come soggetto chiuso in sé stesso ma c’è, al contrario, una coscienza fatta di una sostanza molto dilatata e armoniosa, che si riconosce come la carne stessa di un corpo: l’universo è un corpo e l’uomo è una fibra di questa carne viva. Questa consapevolezza arriva come un lampo o un’energia: non è un ‘contenuto’ o una ‘nozione’ ma piuttosto è una dilatazione della coscienza che fa fiorire la parola. In questo senso la poesia può dirsi iniziatica: la parola nasce nel passaggio dall’io ordinario, chiuso in sé stesso, ad un nuovo io più aperto e più libero. Non nasce da una volontà di dire qualcosa, o di ‘comporre poesia’, ma è originata da un passaggio da uno stato ad un altro, da un salto deliberato e incontrollato nell’ignoto, in una disposizione interiore di abbandono e di ascolto. Perciò porta – come si è detto – a una trasformazione e una rivelazione, nel senso che il poeta conosce solo ri-conoscendosi, cioè conoscendosi ogni volta nuovamente in ciò che questo passaggio rivela e trasforma.
Questa nuova “presa di coscienza di sé”, come Ungaretti dice in una prefazione, culmina nell’Allegria di Naufragi (raccolta del 1919 che contiene anche Il Porto Sepolto del ‘16) e in particolare proprio nella poesia I Fiumi, appena citata. Avviene però a lampi, e si manifesta non solo come un ascolto di nuovi canti, nuove parole e immagini, ma anche come correzione di tutte le parole e immagini precedenti, ripulendo cioè le lenti della coscienza da tutte le illusioni e falsificazioni:

il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Le illusioni infatti, ciò che crediamo di essere o di non essere o ciò che crediamo vero o non-vero, e il nostro attaccamento ad esse, generano sempre sofferenza e reclusione. Un esempio è dato dal mito della caverna di Platone (libro settimo della Repubblica): gli uomini sono legati e guardano proiezioni di ombre sul fondo di una grotta. Per iniziare a liberarsi, bisogna prima di tutto che l’uomo si renda conto che le forme che osserva e a cui dà credito e valenza di realtà sono illusorie. Dopo aver riconosciuto l’illusione bisogna che si volti ed esca dal chiuso e dal buio della caverna per iniziare a vedere le vera realtà, le forme della vita e la luce del Sole.
Questo antichissimo racconto, che è alla base della tradizione filosofica occidentale, illustra le tappe iniziatiche che l’uomo deve percorrere per liberarsi. Questo carattere di liberazione riemerge a tratti nell’esperienza poetica moderna, quando questa si fa appunto anche esperienza iniziatica: per molti autori cioè la poesia stessa diventa un cammino faticoso di ricerca di un qualcosa al di là dell’io, o meglio al di là di un io chiuso in sé stesso e perciò anche recluso nella sua caverna piena d’ombre e di illusioni. Questa ricerca si compie nell’apertura che avviene nel passaggio all’ascolto del pensiero poetico e creativo, che è l’unica fonte di libertà autentica e radicale, in quanto ha il potere di ricreare, nella parola, la vita stessa. Ecco infatti alcuni versi dalla poesia Commiato:

poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola

In questa nuova chiave di lettura iniziatica si potrebbe reinterpretare parte della poesia di Ungaretti, come anche di altri autori, e ricomprendere il senso profetico e sconcertante di queste parole, contenute in Ragioni d’una poesia: “l’atto poetico è, qualunque ne sia il prezzo, atto di liberazione (…), non si ha nozione della libertà se non per l’atto poetico”.

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L'Ordine del Giorno 24 maggio 2017

L’Allegria di Naufragi

Video completo del primo incontro del Gruppo Poetico Insurrezionale

Si è svolto a Roma, alla biblioteca Casa del Parco, il nostro primo incontro, che qui potrete vedere, o rivedere, per intero.

La Luce dell’Inizio è stato un incontro di presentazione e di inaugurazione, nel quale abbiamo cercato di proporre, con le nostre voci, una nuova visione sul tempo che viviamo. È infatti un tempo paradossale e difficile per molti versi, ed è difficile ascoltare buone notizie o trovare visioni positive o almeno propositive.

Aprendo però gli occhi sulla realtà e sui suoi pericoli e facendolo anche attraverso l’ascolto delle parole poetiche più visionarie di autori come Ungaretti, Rilke, Eliot o Celan, si può riscoprire la possibilità di vivere una grande avventura: una fine ed un inizio epocali.

Questa consapevolezza, che tocca ognuno di noi personalmente, può tornare ad animarci e può essere il punto di partenza per una grande rivoluzione culturale. Questa luce dell’inizio comincia da un rinnovamento dell’uomo e da una nuova fioritura del pensiero.

Questo è lo spirito che anima il nostro progetto e che speriamo di diffondere con i nuovi incontri che organizzeremo.

Buona visione.

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Il Fiore Azzurro 3 maggio 2017

Imparare a parlare

di Diego Cianfanelli

Un incontro con tre forme della nostra psiche: la Prostituta, l’Ossesso ed il Muto

Sono qui per imparare a parlare.
Per confutare quella voce che vuole convincermi che non ho nulla da dire. E chi si sente come me può provare, con me, a prendere parola intraprendendo un dialogo, interagendo cioè con altre voci, con altre parole. Certo un buon punto di partenza è trovare l’interlocutore giusto: quello che proveremo a sviluppare qui è proprio un dialogo con figure che sembrano poter guidare in modo sensato in questo passaggio dal silenzio alla parola, e cioè in definitiva dalla sterilità certa a un tentativo di coniugazione.
Iniziamo quindi leggendo un componimento di Georg Trakl:

Agli ammutoliti
Oh la follia della grande città, quando la sera
su nero muro irrigidiscono alberi contorti,
da argentea maschera lo spirito del Maligno guarda;
la luce con magnetica sferza discaccia la notte petrosa.
Oh, il sommesso rintocco delle campane serali. 
Prostituta che con gelidi brividi partorisce un bambino morto.
Furente flagella l’ira divina la fronte dell’ossesso,
purpureo morbo, fame che i verdi occhi infrange.
Oh, l’orrendo riso dell’oro.
Ma silenziosa sanguina in cavità oscura un’umanità più muta,
forgia con duri metalli il capo liberatore.

Di cosa parla questa poesia? A chi si rivolge?
Quella che viene qui tratteggiata sembra essere una città interiore, la nostra città, la nostra anima. Questa città è immersa nella notte, ma non lo vuole riconoscere. Gli antichi soli che la illuminavano sono tramontati. Niente dei, nessuna utopia, niente di niente. Sotto la luce artificiale di chi non vuole vedere la notte, si trovano solo due figure: la Prostituta e l’Ossesso.
La Prostituta è una donna. È l’umanità che vede solo la dimensione materiale della sua esistenza. Lei non è altro che un corpo in un mondo che non è altro che materia.
Lei è Terra.
L’Ossesso è un uomo. Vive di visioni ed è incapace di portarle a Terra. Non riconosce la sua carnalità ed ha il terrore di unirsi con la donna. Non vuole rimanere contaminato dalla relatività di questo mondo. Vuole mantenere la sua visione assoluta e perfetta.
Lui è Cielo.
Il Cielo desidera ardentemente dare speranza alla Terra, e questa spera in qualcuno che la salvi da questa notte, pronta in cambio a dargli la vita. Ma entrambi sono bloccati. Così sembra di poterli riconoscere nei Canti orfici di Dino Campana (La notte):

E la sacerdotessa dei piaceri sterili, l’ancella ingenua ed avida e il poeta si guardavano,
anime infeconde inconsciamente cercanti il problema della loro vita.

Sono, queste, figure interiori che agiscono dall’interno. E la maschera della mia anima si plasma su queste due forme, su queste due forze. Cosa chiedono? E a cosa obbediscono?
La Prostituta chiede la mondanità, si fa come gli altri vogliono che sia. Vive un’esistenza fatta di caso e necessità. Così va il mondo e così si deve fare. È inutile cercare un senso nell’invisibile. Il ritmo della vita è dato esclusivamente dal mondo, dalla sua macchina inarrestabile e delirante, in cui siamo immersi per lo più  inconsapevolmente.
Capita tuttavia di vederci, in un attimo di lucidità, come da fuori. Ed è un’orrenda visione di automi, ben descritta da Montale (da Le occasioni, Mottetti):

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? –

La macchina del mondo, somma dei nostri doveri, detta il ritmo forsennato, chiede di sacrificare i nostri affetti e i nostri più intimi desideri, e l’unico surrogato di libertà sottratto al perimetro dei doveri è quello degli obbligatori svaghi. Poveri illusi quelli che vogliono cambiare il mondo: è questo che sembra ripeterci la figura della Prostituta, col suo lugubre basso continuo o con la sua orrida cadenza di carioca.

Qual è invece il comportamento dell’Ossesso di fronte a queste istanze automatiche? Qual è la sua reazione? L’Ossesso di fronte a tutto questo scappa. Disgustato, non accetta il mondo e se ne fa uno tutto suo. Si ritira, prende uno zaino e viaggia per tutta la vita, senza mai mettere radici. Lontano, nei meandri più inaccessibili della sua anima, osserva la terra e la fugge. Vuole vivere la tensione della visione. È febbricitante, trascende il mondo senza attraversarlo. Ha i piedi staccati da terra. L’Ossesso, con le parole di Nietzsche (Ecce homo), dice:

Come potei volare ad altezze dove nessuna canaglia siede più alla fonte?
Il mio stesso disgusto mi creò ali ed energie presaghe di sorgenti? In verità ho dovuto volare ai vertici delle altezze per ritrovare l’origine del piacere!
Oh, io l’ho trovata, fratelli! Qui sulla vetta scaturisce per me l’origine del piacere! E vi è una vita alla quale la canaglia non beve!
(…)
Poiché questa è la nostra altezza e la nostra patria: troppo alto, troppo ripido è il luogo dove abitiamo per tutti gli impuri e la loro sete.
(…)
Sull’albero del futuro noi costruiamo il nostro nido; aquile debbono portare il cibo, nel loro becco, a noi solitari!
In verità, non un cibo al quale possono cibarsi gli impuri! Crederebbero di mangiare fuoco e si brucerebbero le fauci.
In verità, noi non abbiamo qui rifugi per gli impuri! Una caverna di ghiaccio sarebbe per i loro corpi, e per i loro spiriti, la nostra felicità!
E come venti vigorosi noi vogliamo vivere al di sopra di loro, vicini alle aquile, vicini alla neve, vicini al sole: così vivono i venti vigorosi.
E, simile a un vento, voglio soffiare un giorno tra loro, e, con il mio spirito, togliere il respiro al loro spirito: così vuole il mio avvenire.
In verità, Zarathustra è un vento violento per tutte le pianure: e tale è il suo consiglio ai suoi nemici e a tutto quanto sputa e vomita: guardatevi dallo sputare contro vento!

La fuga dal mondo, i silenzi, i vasti orizzonti del pensiero; l’evocazione visionaria di altri mondi, e la tensione già malinconica di non potervi mettere mai piede: è una vita orrenda quella di chi vive di intuizioni e non è capace di portarle a terra. Il terrore di umiliarsi nella precarietà del mondo blocca chi percorre questa via. Ci si illude di essere puro spirito e si proietta la propria debolezza carnale sugli altri. Gli Impuri. Che vivono nelle pianure. I deboli. Quelli che vivono la banalità di una vita ordinaria. Quelli che vivono nel “sistema”.
Voler vivere solo tra le aquile nella purezza di una visione irreale.

Giunti a questo punto forse è possibile provare a fondere le voci, a farsi verso dialogando col verso, pensando col verso, proprio a partire da dove questo breve itinerario è iniziato, cioè dalla poesia di Trakl: 

Furente flagella l’ira divina la fronte dell’ossesso:

La visione non tocca terra.
L’uomo non tocca la donna.
Il parto genera un bambino morto.
Fuori dalla luce della città
Trakl intravede una umanità diversa.
Alla fine della poesia fa la sua comparsa il Muto.
Non ha i riflettori puntati. Non gli è concessa la parola. Vive nell’ombra.
Vive l’ombra.
Sta dove deve stare, senza fingere di essere altrove.
È notte. E la vive.
È possibile che nel buio possa vedere vibrare una stella.
Luce di un’alterità autentica.
Cosa è una stella all’interno della nostra anima?
Forse è una domanda.
Una domanda che non voglio e che sembra non venire da me.
La stessa domanda che ha guidato l’umanità da sempre:
Chi sono io?
Se questa domanda ha la forza di muovere
il cammino dell’uomo nei millenni
vuol dire che in se è viva.
È energia.
Come una stella. Una forza capace di fondere anche i blocchi più pesanti.

Ma silenziosa sanguina in cavità oscura un’umanità più muta,
forgia con duri metalli il capo liberatore. 

Se questa domanda è qualcosa di vivo e se cova nel profondo del cuore di ognuno di noi, anche dopo decenni in cui cerchiamo in tutti i modi di rimuoverla, vuol dire che essa in qualche modo mi trascende. E se mi trascende vuol dire che è altro da me.
E se è altro ed è vivo, è un Tu.
Forse in questa dialettica misteriosa e profondissima c’è una la via per la coniugazione tra Cielo e Terra.
Concludiamo con questi versi di Marco Guzzi, tratti da Nella mia storia Dio. Lasciamoli risuonare nella condizione preliminare per ogni dialogo, l’ascolto.

Il pedone
Tra le aquile cieche e tutti i pozzi
Del viticultore
Sbanda la mia anima di fuoco.
Esprimere
Diventa forgiare
Metalli, me stesso, una misura
Di pedone.
I piedi per terra
Sono la cosa più difficile da mettere.
Ometterla può essere letale.
Caparbiamente
Connettiti al terreno
Metro di misura, e i tuoi soffioni
Al cuore modulando
L’alta melodia ti plasmeranno
Come tu ti vuoi, senza saperlo,
Al ritmo di una vita
Più reale.
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Il Fiore Azzurro 28 aprile 2017

La parola alla forca

di Giuseppe Spinnato

Ascoltando "Le ultime parole del poeta", di René Daumal

Le ultime parole del poeta condannato a morte sono sgraziate.
Affogano in bocca, si stirano nell’eccesso. Sono troppo mature eppure troppo acerbe: legano i denti di chi le pronuncia e le orecchie di chi le ascolta.
Le ultime parole del poeta sono sgraziate perché sono le prime ed uniche ad esser state mai pronunciate in uno stato di coscienza almeno un centimetro lontano dalla distrazione ordinaria, oltretutto costrette a farlo da una condizione di estrema urgenza, senza alternativa. Sono come patetiche dilettanti allo sbaraglio lanciate al di là del sipario della bocca: eppure erano acutissimi lampi di chiarezza all’interno nel recinto del pensiero, e di certo – pensava il poeta – sarebbero piombate in picchiata sul pubblico, di sicuro lo avrebbero abbacinato entusiasmandolo, candide del fuoco di un’ispirazione quasi profetica:

Non appena potrò pronunciare la parola, gli occhi dei sopravvissuti si rivolteranno nelle loro orbite, e ciascuno di questi uomini e ciascuna di queste donne guarderà in faccia il fondo della propria sorte.
Abisso di luce! Oscurità sofferente!
Non appena avrò chiuso la bocca, i loro occhi si rivolgeranno verso il mondo, carichi della luce centrale, e vedranno che il fuori è l’immagine del dentro. Saranno re, regine, si vedranno gli uni gli altri, ciascuno solo come il sole è solo; ma tutti illuminati, dentro, dal fuoco di un’unica solitudine, così come, fuori, dal fuoco di un unico sole.

Al suono di tamburo di una testa che batte ritmicamente contro le pareti della cella, la fantasia allucinata del poeta condannato a morte aveva partorito discorsi disperati e grandiosi, “una parola semplice come il fulmine”, che come il fulmine avrebbe dovuto illuminare e bruciare.
Di questo era convinto il poeta nella sua terribile veglia alla vigilia della morte, che la sua parola dal patibolo avrebbe avuto una forza tale da aprire voragini per seppellire tutti i morti che popolano da finti vivi la Terra, e con loro tutti i ladri di parole e “gli imbroglioni al gioco della vita”, tutti “i maniaci del mistero, i maniaci delle belle arti, che non sanno perché cantano, danzano, pettinano o costruiscono”. Le ultime parole immaginate dal poeta sono lava, ma dissetante, per le coscienze aride di chi lo ascolta per la prima e ultima volta. Sì, perché vengono pronunciate con il cappio al collo.
E tuttavia nella sua lucida disperazione il poeta aveva pur chiaro il rischio del fraintendimento, perché le sue “non sono parole di pace, facili da ascoltare”. Eppure l’urgenza di una parola troppo a lungo rimandata pressa di necessità, e il tempo rimasto, pochissimo, converge in quell’unico punto, catalizzando il bisogno, esasperandolo come in un conato di vita.
Presto, si fa presto a dire “parola”.
Si fa tardi a dire parola.

Le ultime parole del poeta non hanno illuminato nessuno. La folla è rimasta disgustata, spaventata, e infine ostile di fronte al suo ultimo canto, al suo primo sproposito:

Alle armi! Alle vostre forche, ai vostri coltelli
alle vostre pietre, ai vostri martelli,
siete mille, siete forti,
liberatevi, liberate me!
voglio vivere, vivete con me!
uccidete a colpi di falce, uccidete a colpi di pietre!
Fate che io viva e vi farò ritrovare la parola!

Le ultime parole concesse al poeta condannato all’impiccagione non sono state dinamite, non hanno dato la sveglia alle coscienze di chi è venuto a guardare il misero spettacolo del suo corpo appeso. Sfiammano come petardi bagnati. Alla prova del muro d’aria non piombano in picchiata sulla folla ma sbattono ali minuscole, annaspano in cerchio e cadono nel ridicolo, anzi peggio: nel silenzio.
La poesia è un frutto, ci suggerisce Daumal nel suo brevissimo racconto (Le ultime parole del poeta), ma il poeta non è a sua volta un albero, perché non può, da solo, produrre il suo frutto. È necessario che qualcun altro la riceva, la ascolti, altrimenti le sue parole sono perdute: “la poesia non ascoltata è un seme perso (…). La poesia non ascoltata diventa un uovo imputridito”. Ovvero non fecondato dall’ascolto di chi la riceve, e che la fa nascere e crescere in sé.
Il poeta del racconto in questione ha speso la sua vita a scrivere canzoni per divertire e divertirsi, rimandando ad un indefinito “dopo” il tempo di un messaggio che fosse più fedele al suo animo, al suo fuoco centrale, al suo entusiasmo. Adesso che è stato imprigionato per via di una delle sue canzoni, e che aspetta nella cella il sole dell’alba che lo vedrà morire impiccato, il poeta vorrebbe parlare veramente, pronunciare davanti al popolo la sua prima poesia, la sua ultima, la sua unica poesia, finalmente.

Ma le parole troppo a lungo trattenute, troppo a lungo non addomesticate, non coniugate con la terra e acclimatate con la realtà, imbizzarriscono al suono della canapa del cappio, esplodono scomposte, muoiono in gola. Sembrano le mani di un annegato che si afferrano alla folla. Folla addormentata, di pietra, sazio animale terrorizzato e crudele. Era d’altronde venuta al patibolo per assistere ad uno spettacolo curioso: non è che capiti tutti i giorni di assistere alla morte di un poeta.
E muore il poeta, oscillando sulla forca come nella vita: “e per avere troppo tentennato in vita, il poeta ciondola ancora dopo la sua morte. (…) Sopra la sua testa volteggia il suo ultimo grido, che non ha nessuno su cui posarsi. (Poiché spesso è la sorte – o il torto – dei poeti, parlare troppo tardi o troppo presto)”.

Cosa urla il poeta dentro il cuore dell’uomo? È allenato, il poeta, a parlare veramente? È “educato”, è tirato fuori, ma soprattutto: è preso mai sul serio? Quale sproposito inarticolato, parola inconsistente e inefficace terrorizzerà o peggio annoierà la folla dei Centomila dentro, dei Centomila fuori? Siamo certi di dare abbastanza spesso spazio e forma di parole alla vita e all’entusiasmo che riposa nella placenta dei pensieri? Così comoda, così soffocante. Al suo interno ogni battaglia è vinta o persa ma al sicuro, in una sorta di anonimato prenatale ed esistenziale.
Fare nascere la parola, più spesso. Sottoporla alla terra, al vento, al pericolo stesso di marcire e disperdersi, ma almeno con la dignità del tentativo, dell’esposizione, della possibilità di crescere. Come scrive René Char nei suoi Fogli di Ipnos “il poeta non può restare a lungo nella stratosfera del Verbo. Deve struggersi in nuove lacrime e muovere più in là nel suo ordine”.
Il poeta non è un imbrattacarte. È il Vivo dentro di noi, il distruttore e il creatore nuziale. Abbiamo tutti memoria viva del suo entusiasmo che ci aspetta.

 

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L'Ordine del Giorno 7 giugno 2017

Riformulare l’ovvio

di Davide Sabatino

Dal possibile all’esperienza comune  

La politica non fa la politica;
L’arte non è arte;
Il bello diventa edonismo;
La cultura non fa arrossire l’uomo;
La religione attua divisioni e tristezza;
Il quotidiano annoia;
L’economia è business da oligarchia;
La giostra del parco si spegne;
La memoria è riservata all’olocausto, alle ceneri;
La società è individualità;
Il potere è vigliaccheria da quattro soldi;
Lo stato è finanza e la finanza è illusione;
Il valore lascia il campo al successo, alla classe;
Le idee piangono miseria (quella macabra finta);
La pioggia scende meno repentina, e non sempre;
Il libro è d’uso domestico, per massaie e perditempo, scontato fino all’ultima pagina;
La poesia è poesia. E questo è il guaio più grande!

Non si è ancora trovato rimedio a tutto questo? In uno stato di cosiddetto Diritto, è uno scempio non da poco. Eppure se ne scrivono e se ne leggono a iosa di critiche voluminose, graffianti, come si usa dire in gergo giornalistico, contro codesto sistema definito, a volte saldo a volte liquefatto, a seconda dei punti di vista. Esso ha la struttura esterna, il carattere tenace interno, del sacco da boxe. Prende una quantità di colpi al giorno, provenienti da direzioni varie, e tutto ciò che sembra mostrare è una lieve ammaccatura sulla pelle. Non c’è rimedio: da qui non se ne esce! Tutto è insignificante! dice espressamente la voce prepotente di questo mondo. E ha le sue ragioni per dirlo.

Potrebbe concludersi qui questo breve scritto anti-polemico. Lasciare adagiare il pensiero sulla possibilità che tutto ciò che ci circonda si arresti, si congeli, nella sua infinita insignificanza. Lasciar vincere il corpo invulnerabile del sistema, che fagocita tutto ciò che è speranza e rivalsa dell’essere. Finirla qui, una volta per tutte.
Devo dire che la tentazione non è male. Aggiungere questo testo alla lista delle tesi secondo cui il mondo, l’Occidente in particolar modo, dovrebbe esultare nel capire, al netto d’uno scetticismo infondato, che il suo destino di popolo, di umanità, è inevitabilmente spacciato, proteso verso la rovina definitiva, senza via di fuga; ecco, cedere a questa prospettiva, dicevo, non è poi un pensiero così malvagio. In fondo la Storia anche per Hegel segue visibilmente un percorso dettato dalla Provvidenza, dall’imprevedibile; e la fine, come ci ricorda tutta la mistica medioevale, tutto sommato, ha motivo di non essere troppo ostacolata (nell’accezione dicotomica di fine-inizio, ovviamente).
Siamo giunti al capolinea dopo aver fatto soste spesso vane: Rabberciando alla meglio/ il sistema hegeliano/ si campa da più di un secolo./E naturalmente invano, rammentava Eugenio Montale nelle Poesie disperse.

Ma per mantenermi coerente con il titolo dell’articolo non potrò farmi tentare dall’ebrezza di lasciare in sospeso, sull’orlo del precipizio, la domanda delle domande: quella relativa al senso.
Proverò quindi a proporre una sintesi che abbia come centro la ricerca di una visione alternativa a quella che pone la svalutazione e l’inconsistenza d’ogni cosa, d’ogni possibilità, al di sopra di tutto. Una visione miope e soffocante capace, però, di imporsi sulle altre come fosse Legge inviolabile cui sottostare. Magari pure contenti, o spensierati, a seconda delle situazioni.

Fine e inizio, si diceva, non possono più essere parole di facile comprensione, spendibili per questo in luoghi comuni. Così come anche la terminologia nichilistica per eccellenza (nulla, apocalisse, catastrofe, morte) dubito possa essere compulsata correttamente se non sottoponendola ai raggi x dell’esperienza umana nelle sue più alte facoltà.
Urge, a questo punto, una riformulazione di ciò che prima di questi tempi poteva venir considerato ovvio, elementare, e che invece, oggi, non lo è.
Se prendiamo la parola ‘fine’, ad esempio, troveremo tante accezioni negative, legate a questo termine, quante sono quelle positive. Banalmente, nel momento in cui finirò quest’articolo porrò la parola fine a quest’esperienza. Questo in sé non è negativo (salvo poi accorgersi di aver scritto delle stupidaggini) ma anzi, si manifesterà solo allora il compimento, il de-finirsi, di un qualcosa che solo passando dalla fine potrà avere un’identità: l’articolo appunto. Allora è possibile scrutare come all’interno della parola ‘fine’ germogli, sotto gli occhi di chi sa vedere, l’importanza del compimento, della fine come liberazione dall’indefinito; e non, come univocamente si vuol fare credere, della fine come perdita di senso, di tramonto senza alba, di pietrificazione del reale. Questo, oltre che irrealistico, è anche falso!
Con riformulare l’ovvio s’intende appunto quel processo inderogabile di rivisitazione e di restauro delle parole erroneamente mono-interpretate (specie oggigiorno) come funzionali alla condanna, alla finta fine dell’uomo, alla sua inevitabile perdizione. Tale processo deve quotidianamente avvenire sotto forma di pensiero filosofico, d’impulso alla domanda di senso, di ricerca dell’opposto anche attraverso l’esempio kantiano dell’antinomia: tesi e antitesi. La sintesi che ne uscirà fuori sarà l’effetto del termine – di qualsiasi termine – sulla vita personale di ognuno di noi. E questo è ciò che importa, al di là di una retorica vacua e asfissiante che ci tormenta in ogni dove.
La necessità oggi è quella di riaffermare la parola, la natura polirematica d’ogni singola parola, mirando all’identificazione, alla fusione, della parola con l’esperienza.
Tale sfida è costantemente rilanciata da poeti, filosofi, da uomini saggi di tutti i tempi nascosti negli anfratti della ‘cultura’ che, come una bestia tritatutto, sminuzza il Pensiero rendendolo concime per gli arresi. Rifiutare il concime è andare alla ricerca della fonte, del pensiero dei ‘Nascosti’, per riportare in auge la sfida grandiosa che vede la parola finalmente inseparabile dall’azione.

Niente di nuovo sul fronte Orientale e in parte, solo in parte, su quello Occidentale, venuto a patti con l’ “aggressiva volontà di potenza dell’Est” – come scrisse C.G. Jung nel suo saggio Introduzione all’inconscio – che l’ha “costretto ad apprestare misure di difesa di straordinaria entità, mentre va fiero, contemporaneamente, della sua virtù e delle sue buone intenzioni”. Ad ogni modo è pur vero che parte del pensiero occidentale, grazie anche agli insegnamenti della psicoanalisi, sta rivolgendosi in una riflessione meno difensiva e più intuitiva-comprensiva (in ambito zen si direbbe di attenzione-comprensione) del fenomeno ‘Oriente’. Ed è lì che bisogna trovare insegnamenti utili in questa direzione. Pescando nella tradizione (anche qui da intendersi: quale tradizione?) sono innumerevoli le considerazioni che spingerebbero l’uomo (stesso discorso: quale uomo?) alla ricerca costante di un paradigma che sia all’altezza di una così vasta impresa. Un’impresa che vede la Poesia (?) non più come semplice ‘poesia’, bensì come unico linguaggio superstite, intimamente connesso all’atto fisico-pratico, che si riassume nell’esperienza sensoriale-interiore. La poesia o cambia la sua forma stessa – come in parte è già avvenuto nell’arco del Novecento, cioè torna a riacquistare il proprio archè originario, che ha nel compimento fisico-reale il suo scopo primario – oppure finirà per assimilarsi alla miticità della Letteratura; perdendo così ogni possibilità di sovvertire onticamente il rapporto uomo-mondo e di conseguenza invertire il senso di marcia, ripartendo dal logos.

In conclusione:

L’ovvio va messo in discussione perennemente, come insegna ogni filosofia degna di questo nome. Nulla è più nocivo al pensiero dell’assentire fideistico. Problematizzare l’ovvietà nel contemporaneo dev’essere il fuoco d’ogni atteggiamento nei confronti della comunicazione, della dimensione dialogica dell’esserci – come direbbe Hidegger – e, non per ultimo, del poetare nel senso dell’andare sempre in avanti. Tutto, infatti, sembra spingere all’indietro, o peggio, ipnotizzare nell’ignoranza del presente. Un presente percepito come istante, come attimo da arraffare, in un ‘tempo’ senza sostanza.
Dovrebbe essere chiara ormai l’urgenza di una Riformulazione dell’ovvio che ha, fra le sue infinite conseguenze, quella di ridestare nella ‘cultura’ contemporanea il sopito spirito critico così importante – almeno da Platone in poi – per la nostra piena civiltà.
Aprire gli occhi è allora un dovere civile!
Cultura, Poesia e Sapere devono avere ben chiaro tutto questo per riuscire a recuperare vigore, forza e coraggio, mantenendo viva ogni passione drammatica capace costantemente di stimolare un profondo amore per il dubbio.
Il motore che muove ogni nuovo sapere ha sempre a che fare con il vecchio; e il punto di contatto, fra le conoscenze poetiche e sapienziali della Terra, rimane il valore dell’esperienza. Attraverso l’esperienza autentica, fondata, pratica, si potrà parlare nuovamente di Cultura, cioè di vitalità individuale e collettiva. Un tipo di esperienza che, junghianamente, potremmo dire in conclusione, ci comprende e ci accomuna.

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L'Ordine del Giorno 26 aprile 2017

Melbourne, modello di una città sempre più (in)vivibile

di Filippo Tocci

La città australiana è davvero “la più vivibile al mondo”? Appunti da Melbourne

Per il sesto anno consecutivo Melbourne è stata proclamata dall’Economist la città più vivibile al mondo. Melbourne diventa quindi luogo simbolo dell’ego moderno, iperattivo e nevrotico. Fondata nel 1835, meno di due secoli fa, ha una storia piuttosto recente, essendosi costituita soprattutto a partire dal secondo dopoguerra grazie all’afflusso di emigranti europei. È la città australiana che meno ha risentito delle recenti crisi economiche, e si espande ad una velocità maggiore di Sydney.
Viene tuttavia spontaneo chiedersi: quale visione guida la crescita della “città più vivibile al mondo”? Lo sviluppo di una città, o di una civiltà, infatti, nasce da un pensiero preciso e riconoscibile, orientato verso un certo ideale di umanità. E in Australia – a Melbourne come a Sydney, Perth, Brisbane o Adelaide – l’uomo ha potuto sviluppare senza ostacoli i propri progetti, dopo aver sradicato senza eccessivo sforzo le tribù aborigene dai loro territori.

Che forma ha quindi la “città più vivibile al mondo”?
La metropoli moderna appare innanzitutto come il luogo della produttività e del consumo. Al commercio viene assegnata la posizione centrale: il cuore della città è definito CBD (Central Business District). Insegne luminose e vetrine segnalano la presenza di centinaia di negozi e centri commerciali. L’affaccendarsi (busy-ness) nel mondo ruota quindi attorno allo scambio di merci: i soldi fanno girare il mondo, questo mondo, questa città.
Lungo le vie del centro, come le affollate Collins St a Bourke St, transitano masse di persone costrette ad ignorarsi a vicenda. Non è possibile fermarsi, solo transitare. Non è possibile guardarsi o incontrarsi, ma solo evitare lo scontro in una tale ressa. Anche la Cattedrale di St Paul, in pieno centro, è ridotta a luogo di passaggio, e all’ingresso si è accolti da alcune vetrine con prodotti religiosi in vendita. Questo è dunque il centro, il luogo più importante della “città più vivibile al mondo”. Un luogo in cui è impossibile entrare in relazione con l’altro.

Se il centro è il luogo dell’affaccendarsi, nei sobborghi i lavoratori dovrebbero poter evadere dal caos. L’evasione tuttavia è solo vagheggiata: non si sfugge alla macchina. Non si può sfuggire all’imperativo di rendere produttivo il proprio tempo, sfiancarsi. Abitazioni enormi, isolate come atomi, divise razionalmente da una griglia di strade. Case per singoli individui proiettati verso una realizzazione solitaria, svincolata da relazioni familiari o comunitarie. Nel tempo libero si è incoraggiati a frequentare centri commerciali o palestre. Che, a differenza delle chiese, non chiudono mai.
Al termine della settimana lavorativa, il venerdì pomeriggio, i pub e i locali si riempiono di lavoratori sfiniti, esausti. Questo è il luogo dove potersi realizzare, secondo i criteri dominanti. Chi potrebbe abitare questa città, se non un workaholic, ovvero un ego costretto all’isolamento, nevrotico, ridotto a consumatore di beni superflui e definito quasi esclusivamente dal proprio lavoro? Secondo quale visione distorta l’Economist può valutare Melbourne la città più vivibile al mondo?
Scriveva Federico García Lorca, a proposito di un’altra metropoli simbolo della modernità occidentale, New York:

L’aurora arriva e nessuno l’accoglie nella bocca
perché là non c’è domani né speranza possibile.
Talvolta le monete fitte in sciami furiosi
traforano e divorano bambini abbandonati.
I primi ad affacciarsi comprendono nelle ossa
che non avranno l’eden né gli amori sfogliati;
sanno che vanno al fango di numeri e di leggi,
a giochi privi d’arte, a sudori infruttuosi.
La luce è seppellita da catene e frastuoni
in impudica sfida di scienza senza radici.
Nei quartieri c’è gente che barcolla d’insonnia
come appena scampata da un naufragio di sangue.

Non ci sentiamo anche noi spesso parte di quella “gente che barcolla d’insonnia” che il poeta guardava camminare nella New York degli anni Trenta? Non avvertiamo anche noi quel senso di sfinimento, dopo un’ora trascorsa tra le vie affollate e rumorose di una qualsiasi metropoli moderna? Dove cercare la luce, seppellita “da catene e frastuoni”? Insorgere oggi significa anche contestare il modello di vivibilità imposto dalla società moderna. E nella stessa Australia oggi sta sorgendo un pensiero critico nei confronti di un modello sociale imperniato sul culto del lavoro. Ci si sta accorgendo che non resta più molto tempo per spiagge, mare, surf e uno stile di vita rilassato, nella nuova società del rendimento. È questo certo il segno di un’insorgenza vitale, di un’urgenza: per quanto tempo possiamo infatti ancora illuderci che la realizzazione consista solo nel successo finanziario di un ego isolato e irrelato? E che la città più vivibile corrisponda esclusivamente al luogo in cui questo ego possa usufruire dei servizi e delle infrastrutture migliori?

Rianimare oggi la vita nelle città è possibile solo smascherando la logica distorta che ne guida lo sviluppo. Siamo invitati a ritrovare dentro e fuori di noi spazi di silenzio e quiete, a pensare a un nuovo tempo, davvero libero e sottratto all’iperattività moderna: è infatti nell’ascolto profondo della nostra interiorità che ritroviamo noi stessi, non nella frenesia metropolitana di attività esteriori e superficiali. Solo in questo spazio meditativo possiamo riscoprire le nostre esigenze più autentiche, e a partire da queste iniziare un cammino di personale realizzazione.
Un agire libero e creativo nasce da un’anima non più frammentata e divisa da molteplici bisogni artificiali, e dalla smania impulsiva del loro soddisfacimento, ma da un’anima integra, e cioè unita, in cui il fare non sia scisso dal pensare e dal sentire.
Creiamo quindi noi dei luoghi di riposo autentico, di cura e di ascolto. Cerchiamoli, anche nei parchi o negli angoli di Melbourne, Roma o Milano. E includiamo tra i criteri di vivibilità, ad esempio, l’integrità della nostra anima, il bene del nostro corpo, la possibilità di coltivare relazioni vere.

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Il Fiore Azzurro 21 aprile 2017

Der Augenblick des Fensters

Il momento della finestra

Trasformazioni interiori tra le righe di una poesia

di Maila Arelli

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Qualcuno scuote luce
Dalla finestra.
Le rose
Dell’aria fioriscono
Sollevano i bambini nel gioco.
Gli occhi.
Colombe becchettano
Della sua dolcezza.
Le ragazze diventano belle
E gli uomini delicati
Di questa luce
Ma prima che gli altri glielo dicano
La finestra è stata richiusa da qualcuno.
Jemand schüttet Licht
Aus dem Fenster.
Die Rosen der Luft
Blühen auf.
Und in der Strasse
Heben die Kinder beim Spiel.
Die Augen.
Tauben naschen
Von seiner Süsse.
Die Mädchen werden schön
Und die Männer sanft
Von diesem Licht.
Aber ehe es ihnen die anderen sagen.
Ist das Fenster von jemandem
Wieder geschlossen worden.

Questa poesia di K. Krolow (1915-1999) attraverso la metafora della luce sembra raccontarci della natura cangiante e dinamica dell’anima umana nel suo faticoso processo di liberazione da uno stato di oppressione e oscurità: è una luce interrotta, dapprima “scossa” e poi di nuovo schermata da una finestra richiusa.
L’anima, intesa come psyché o “respiro vitale” – a prescindere dai diversi significati che le vengono attribuiti: sia che con essa si voglia definire un’essenza spirituale oppure un insieme di facoltà mentali o attitudini psicologiche – rappresenta comunque qualcosa di mutevole e soprattutto di insondabile, se non attraverso un’esperienza interiore di raccoglimento e di ascolto paziente.

Anche nella filosofia tardoantica, come ad esempio in Plotino, l’anima era concepita essenzialmente come elemento di raccordo tra mondo esteriore e mondo interiore, come uno spazio di confine tra il “dentro” e il “fuori”. Metaforicamente essa è in un certo senso proprio come una finestra.  Come questa infatti l’anima può essere chiusa, oscurata, o può al contrario aprirsi, lasciando così filtrare luce, aria che rigenera, freschezza.
Già le prime parole della poesia di Krolow ci lasciano assaporare l’ebrezza di un cambiamento (Qualcuno scuote luce dalla finestra). Possiamo immaginare uno spesso drappo che viene finalmente scostato, generando una vibrazione nell’aria. Calandosi nello stato emotivo evocato quasi si avverte sbocciare una sensazione di rinascita e di vita nuova (le rose / dell’aria fioriscono). Un varco finalmente si apre, fa breccia, schiude le porte all’inatteso.

Dalla finestra qualcuno scuote la luce. Le strofe seguenti sembrano quindi accompagnarci attraverso il rigoglio che ne consegue: le rose fioriscono e i bambini sollevano gli occhi al cielo mentre giocano. Le ragazze diventano più belle e gli uomini più delicati, tutta la natura sembra goderne (colombe becchettano / della sua dolcezza). Tuttavia sono solo i bambini a volgere gli occhi al cielo e lo fanno proprio mentre giocano. Cosa vuole suggerirci questo? Abbandonando quindi il piano puramente descrittivo della poesia e ponendoci in ascolto meditativo delle sue parole potremmo forse recuperare un senso più stratificato.
Il bambino evoca per sua natura un’immagine legata alla tenerezza, tenerezza che è data dal suo essere indifeso, e dalla fiducia incondizionata che ripone in coloro che si prendono cura di lui e dai quali esso apprende. Forse la poesia rimanda alla possibilità di poter recuperare un’attitudine meno strutturata, meno difesa, di ricontattare un Io bambino nuovamente disposto ad apprendere percorsi inediti, potremmo dire iniziatici. Un percorso iniziatico sottende infatti una fase di passaggio, un passaggio che può essere inteso come l’inizio di una fase nuova.
Una fase inaugurale quindi, che pone una fine, una rottura con un certo modo di essere. Un ascolto attento dei propri moti interiori potrebbe infatti metterci in contatto con uno stato dell’io che si percepisce come imprigionato in una gabbia asfittica o con un modo di essere spontaneamente avvertito come qualcosa di forzato, comunque interiormente non libero, dominato da paure e irrigidito dal tentativo di controllarle.
Questa sorta di difesa, nel tentativo di controllare, si frappone come ostacolo all’incessante fluire della vita, lo blocca, lo congela. Nasce per proteggere e finisce poi per stritolare. L’allusione alla fanciullezza può essere quindi intesa come invito a recuperare quella parte che è viva, che palpita ancora sotto la coltre di ferro, e che è in grado di captare la luce. È proprio quello stato dell’io che in virtù di questa “fragilità” o tenerezza fanciullesca è disposto ad alzare gli occhi, a distogliere cioè lo sguardo dal basso, da una condizione che lo incatena, e quindi a cercare una nuova protezione, la quale non è più semplice difesa ma decisione cosciente di un abbandono voluto. L’unica protezione sta nel lasciar andare la paura.

Inoltre nella poesia, come già accennato, si parla di “qualcuno” che scuote la luce. Essa non filtra spontaneamente, c’è qualcuno che la scuote. Ciò allude ad un movimento attivo, una volontà ben precisa di compiere un atto. “Scuotere” infatti lascia pensare ad una situazione precedente di immobilità. Immaginiamo di essere in una stanza chiusa da tempo: l’aria è pesante e immobile. Qualcuno irrompe, la luce si fa spazio e rischiara l’ambiente: c’è un cambiamento di stato. Metaforicamente questo movimento attivo e desiderato di compiere un atto che irrompa in una situazione di stasi, rappresenta già una prima presa di coscienza. Consapevolezza che già di per sé è cambiamento.
E poi il gioco. Il gioco è leggerezza, una leggerezza non superficiale. L’anima in prigionia vive con rigidità, pesantezza, obbligo, per poi magari cercare riparo nell’insensatezza. L’anima che gioca invece si approccia con sincera serietà alla vita: spogliata della sua armatura scivola infatti con più facilità nei suoi meandri oscuri. Tuttavia non ne rimane intrappolata; essa procede, recupera dall’oscurità materiale sedimentato. Poi riemerge, la luce la rigenera e trasforma. Dal materiale grezzo nasce la vita.

L’ultima parte della poesia tuttavia ci ricorda la precarietà di questo processo. La luce risveglia e rigenera tutta la natura, ma solo i bambini hanno alzato gli occhi.
Qual è la direzione di senso delineata da queste parole? Essa ci indica sicuramente un orizzonte percorribile, che ci permette di guardare oltre, oltre l’immobilità, oltre l’oscurità. Il poetare infatti non è mai mero esercizio intellettuale, esso dà voce a degli stati dell’essere fatti di carne e sangue, vita e sofferenza. L’immobilità, l’oscurità, l’oppressione interiore sono stati emotivi comunemente riscontrabili. La Poesia è uno strumento per calarci dentro, per ascoltare meglio. L’orizzonte di senso è quindi questo ascolto, ascolto di un sentire autentico, ascolto che pretende attenzione, proprio in questo momento, senza rimandi, prima che la finestra venga definitivamente richiusa.  La linea che si percorre è sempre labile, in ogni momento si rischia di reprimere ogni accenno di desiderio ardente di Vita. Ad ogni istante si rischia di ricadere in uno stato di oppressione e sofferenza, senza mai potersi liberare davvero, o di iniziare a farlo, senza essersi mai accorti della presenza di un richiamo, di una luce che attira verso fuori, che libera dallo stato di captivitas.
Non a caso il titolo è Augenblick, “momento”, termine tedesco in cui è contenuta a sua volta la parola Augen, “occhi”.  Potremmo dire quindi che il momento è sguardo, uno sguardo che coglie l’attimo. L’attimo giusto per alzare finalmente gli occhi e intraprendere un cammino di rinnovamento.

 

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Humus Ergo Sum 17 aprile 2017

La via dell’Humus

di Luca Cimichella

Il nostro progetto è il frutto di un lavoro giovane, ancora in piena crescita, principiante. Vorremmo perciò mantenere uno spirito molto umile (come suggerisce il nome humus: cioè semplice, fedele alla terra della nostra vita) ma che, proprio per questo, sia anche umilmente grande, pronto a sfide ardue e di radicale impatto sul mondo. Siamo un gruppo di persone che vengono da storie e vite molto diverse, ma che condividono uno sfondo comune, uno slancio iniziale, innanzitutto un sentimento che coinvolge il ventre stesso delle nostre giornate: l’ansia profonda e la sensazione che tutto questo mondo così come lo vediamo essere e andare avanti non abbia più senso, cioè non abbia più nulla da dire, nessuna direzione, ordine, logica, e in definitiva nemmeno una ragione per continuare ad esistere. È un non-senso strutturale che perseguita tanto le nostre vite personali quanto l’ambiente collettivo, al punto che sembra quasi retorico, addirittura scontato parlarne.
Proprio questo è il segno che ormai non è più possibile tacerne.

Ogni giorno assistiamo a fenomeni collettivi di vera e propria patologia, una patologia che da tempo domina come sistema di mercato, di consumo, di politica e di relazioni personali, culminante in un’industria del divertimento che è in verità solo distrazione universale. Pertanto noi intendiamo prendere di nuovo sul serio e con nuova forza il disagio dilagante – prima di tutto nelle nostre anime – e osiamo credere che questa depressione psico-collettiva, ormai manifesta ovunque, possieda un senso, cioè abbia una direzione e un’origine precisa che affonda le radici non solo nella storia occidentale degli ultimi due secoli ma ancor più addirittura in tutta la storia collettiva degli ultimi millenni. In fondo, dicendo ciò, non facciamo altro che essere portavoce di ciò che i più grandi artisti e filosofi della modernità e della contemporaneità hanno già annunciato: la fine di un mondo, di una civiltà, di un modo intero d’essere uomini, vera causa dello spaesamento e disorientamento del nostro vivere comune.

Di conseguenza noi crediamo fermamente, nell’orizzonte di questo nostro lavoro, che la cultura non sia quella catasta di mattoni o di piagnistei (a seconda dei casi) che oggi ci vorrebbero far credere, e che impongono alle scuole senza più alcun senso, senza più vita, senza più il minimo respiro autentico di un “perché?”. Noi pensiamo che questo modo di fare cultura sia ormai totalmente morto, e dunque – nella misura in cui permanga – mortifero, portatore di morte, criminale.
Al contrario, il nostro progetto può dirsi di intento culturale solo in quanto per noi questa parola ha un significato totalmente nuovo, molto più affine all’idea di un coltivare, di un lasciar nascere, e in fondo di un ascoltare e ascoltarci nuovo e vero: quanto più andiamo avanti con questo cimitero che è il nostro mondo, tanto più questa necessità di ascolto urla, ruggisce e urge, e non in qualche luogo istituito o ufficiale, bensì nel nostro stesso stomaco! Paradossalmente ma letteralmente potremmo dire di essere qui per trovare un nuovo fiato, un nuovo respiro, e quindi prima di tutto per non soffocare in questa palude che sentiamo essere il nostro tempo.

È chiaro che non crediamo più in una forma di cultura che sia una verità da apprendere soltanto con la mente, totalmente slegata dall’umore che abbiamo alzandoci la mattina: noi pensiamo che esista un nuovo modo di fare cultura, di creare linguaggio, categorie di pensiero, di comprensione (e quindi una nuova politica, economia, società, antropologia ecc.) basato e totalmente integrato con i problemi fondamentali dell’esistenza umana, e prima di tutto col problema del senso del nostro esistere e del nostro essere qui ora, “progetti gettati” (direbbe Heidegger) in questo mondo assurdo a fare non si sa ancora esattamente cosa.

Lo ripetiamo: queste idee non sbucano dal vuoto cosmico, ma hanno una storia. Ecco, in questo vogliamo mantenerci fedeli al DNA dell’Occidente che oggi è inevitabilmente in crisi, ma che richiede anch’esso un nuovo modo di essere pensato: la storia come tale, nell’odierna e inarrestabile mescolanza delle culture umane, deve e può essere rinnovata, guardandoci sempre dal rischio di riflussi reazionari o di nichilismi distruttivi (come ne abbiamo visti a decine solo nel XX secolo), che in fondo non sanno fare altro che confermare la nostra fine.
Il nostro lavoro sarà quindi certamente interpretativo, ma solo se “interpretazione” non significhi più “discorso astratto sull’oggetto”, bensì cooperazione attiva al formarsi, al venire alla luce presente e costante del senso di ciò che diciamo. Precisamente questo noi chiamiamo “cultura”.

Il nostro sguardo, in virtù di questa ritrovata potenza attiva e creativa della parola pensante, si volge sin da subito ad una certa tradizione poetica, ad un certo modo di sentire l’esperienza artistica e creativa, che a nostro parere ha già sperimentato quello che stiamo dicendo, con vari esiti. Voci come quella di Hölderlin, di Rimbaud, di Campana, di Trakl, fino a Celan e Char nel Novecento, possono – sempre semplicemente e umilmente – dare proprio oggi a noi l’esempio reale e realizzabile di questa nuova proposta culturale. Fiorendo quest’ultima dai meandri più oscuri dei nostri inferni, essa è in grado anche di risanare i nostri saperi specialistici (ormai del tutto sterili), e di trarre nuova linfa per una prospettiva nuovamente universale, più ampia e, osiamo dire, enciclopedica, nel senso cioè di una direzione unitaria e nuova che tutto il sapere umano riscoprirà, con lo scopo preciso di accrescere la nostra vita e il nostro stare nel mondo in modo sano.
La verità di questa cultura, di questa arte, sarà solo la misura in cui la nostra vita e la nostra esistenza ne trarrà beneficio reale e davvero sperimentabile. Siamo ansiosi di scoprire, servendoci di questo blog, come già il nostro pensare sia un praticare, come un’azione veramente generativa e nascente (sino ad oggi relegata nei confini dell’arte, ormai esplosi) sia possibile nel nostro stesso vivere e sentire incarnato, unitariamente personale e sociale. È tempo di dare voce ad una nuova Terra, ad un nuovo humus, ad un uomo che dimostri veramente il suo essere nuovo, di nascere come nuovo tempo e nuovo senso in me ora.
È il tramonto dell’Occidente, ormai irreversibile, che qui vogliamo imparare a vivere umilmente ma veramente come un nuovo Oriente.

Raccogliamoci allora, in questo nostro lavoro di vita, attorno all’annuncio, al nuovo Appello che Paul Celan ci invia dalla sua raccolta “Papavero e memoria”, con la forza di uno sperare già disperato, eterno poiché già passato per la notte della morte:

È tempo che il sasso si adatti a fiorire,
Che per l’inquietudine batta un cuore.
È tempo che sia tempo.
È tempo.

 

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Humus Ergo Sum 15 aprile 2017

In my end is my beginning

di Francesco Marabotti

Vogliamo usare questo verso di Eliot per dare avvio al nostro blog. Iniziare un progetto infatti non è mai qualcosa di scontato, che avviene per caso fra le molte cose che potrebbero accadere. O perlomeno non vorremmo che fosse così per questo esperimento.

Apriamo questo luogo di incontro innanzitutto con una tonalità emotiva, che è quella della speranza. Parlare di speranza oggi potrebbe suonare banale, ingenuo, o forse del tutto fuori luogo. Ma ciò che anima questo progetto è essenzialmente una visione poetica, attraverso la quale vorremmo intravedere in questo finire un inizio. La fine purtroppo sembra dominare oggi la scena in molti ambiti, come per esempio nella mancanza di un progetto serio e profondo che sappia riaccendere il mondo della politica, oppure nella sfera dell’istruzione, dell’arte, dell’economia, dell’ecologia, della famiglia, delle istituzioni religiose e così via. Ciò che contraddistingue tutte le crisi che stanno attraversando questi ambiti è una sorta di insostenibilità, di disintegrazione progressiva delle fondamenta su cui si sono fondate per secoli, o addirittura per millenni.

Come scrive la pensatrice indiana Vimala Thakar in Why meditation: “l’umanità sta attraversando uno dei suoi momenti più critici, sia se guardiamo ai paesi poveri sia a quelli ricchi. E il fattore comune è un senso di inquietudine, di insoddisfazione – un senso di disordine e anarchia – un senso di insicurezza che avvolge la vita delle persone, le masse come le classi più elevate”. E poi prosegue: “un fattore comune in mezzo a tanti problemi è il senso di scoramento a livello individuale, la mancanza di fermezza, di equilibrio interiori, la mancanza di armonia. Il singolo, che vorrebbe non dover vivere in assenza di armonia, equilibrio, pace, vive un senso di frammentazione interiore”.

Ecco, poeticamente, vorremmo partire proprio da qui. Da questo senso di frammentazione interiore ed esteriore, in questa crisi che tocca ogni ambito della vita umana sul pianeta, e nella quale spesso sembra non esserci alcuna via di uscita. La domanda noi la poniamo davvero, e di nuovo, come se non fosse affatto scontata, e palpitante perciò esattamente ora. Quale futuro è ancora possibile per l’umanità sul pianeta terra? Il problema infatti non è tanto la crisi in quanto tale, per quanto profonda e destabilizzante, ma la mancanza di un pensiero in grado di elaborare una risposta concreta e adeguata alle sfide del nuovo millennio. Il nostro blog dunque nasce proprio per creare questo luogo dove seminare una possibilità di una nuova umanità. Il nome che abbiamo scelto, Humus, indica proprio la coincidenza fra l’umiltà richiesta in questo progetto, l’umanità che è chiamata a prendervi parte, e la terra che può essere arata, seminata, e quindi anche solo un poco fiorire attraverso questo travaglio rigenerativo. Quello che ci interessa perciò è tornare a pensare e a parlare a partire dalla realtà del momento storico che stiamo vivendo, all’interno del quale solamente possiamo iniziare di nuovo un qualsiasi discorso.

Un verso di Hölderlin (citato da Heidegger in La poesia di Hölderlin) dice: “pieno di merito, ma poeticamente abita l’uomo su questa terra”. Ecco il legame fra l’essenza dell’essere umano, poetica e quindi procreativa in quanto tale, e la terra come luogo nel quale umilmente riconiugare e quindi incarnare il nostro anelito di una nuova speranza per il futuro. Questa essenza poetica dell’essere umano è ciò che anima il nostro progetto, una creatività capace di ripensare da capo a fondo la profondità del momento che stiamo vivendo per fondare una nuova modalità anche di pensare la cultura, comprendendo di nuovo la ricchezza delle tradizioni che ci hanno preceduto per farne terreno fertile di un laboratorio che corrisponda davvero alle esigenze degli individui e della società del XXI secolo.

“Come la primavera potrebbe rendere verde un sasso arido e duro? Diventa dunque umile terra perché da te fiorisca variopinto il fiore!”. Con questi versi di Rûmî vorremmo cantare questo inizio senza nascondere o accantonare la radicalità delle sfide che ci troviamo ad affrontare, e al contrario partire proprio da qui, consapevoli che solo “dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Humus infatti è anche la radice di umorismo, perché solamente dall’umiltà autentica può sorgere la gioia, come dice Heidegger nel saggio citato: “Il poetare non dà semplicemente una gioia al poeta, ma il poetare è la gioia, il rasserenamento, perché è nel poetare che consiste il primo tornare a casa”.

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