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lug. 2017
Anno 01
L'Ordine del Giorno 15 giugno 2017

Il mistero dell'uomo e dell'opera d'arte nel nuovo millennio

Da alcuni decenni sia la legislazione italiana che quella internazionale si stanno preoccupando di definire (per poi difendere) tutto ciò che oggi è conosciuto come “patrimonio dei beni culturali e artistici”. Ma mentre questi signori si danno tanto da fare coi loro appelli alla bellezza delle nostre città e della nostra arte, accade invece che masse sempre più titaniche e incontrollate di turisti affollino come greggi senza pastore quel poco spazio che, nei centri urbani, non era ancora consegnato al caos. Dai vertici politici responsabili della “cultura” (parola sempre più vaga) si parla a gran voce della necessità di sostenerci economicamente proprio su questi “beni culturali” e su questo strano fenomeno, il turismo di massa. Tutto questo viene proclamato persino con la sicurezza della più evidente legittimità morale: il dovere civico di tutelare il nostro patrimonio.
Ma si tratta veramente di questo oggi? Il turismo senza anima, questa moda di disperazione contemporanea che pervade il mondo, ha qualcosa a che vedere con l’arte e la cultura cui le nostre “autorità” si richiamano?
Io credo che le diagnosi possibili siano due: o queste “autorità” sono vittima di una sempre più evidente anestesia del buon senso, oppure stanno consapevolmente facendo un lavaggio del cervello a ognuno di noi. La peggiore delle ipotesi è anche la più probabile: entrambe le cose insieme.

La seconda Considerazione Inattuale di Nietzsche, proprio in virtù del suo titolo, ci grida oggi in modo ancor più attuale: «Mentre non si è mai parlato così sonoramente di “libera personalità”, non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati. L’individuo si è ritirato nell’interno: da fuori non se ne vede più nulla».
Ecco la verità della nostra condizione, che oggi qualsiasi persona potrebbe facilmente constatare se riuscisse a distogliersi dagli stonati grammofoni ridondanti di questa “opinione pubblica” malata e menzognera. Proprio in questi anni, mentre la depressione dilaga tra i giovani di tutto il mondo globalizzato, non si è in grado di dare alcuna risposta di senso al malessere endemico del nostro tempo, e anzi si preferisce continuare a strombazzare formule amare, calmanti solo nella misura in cui ci sanno rammollire.
Questo enorme calderone, che porta al suo interno il peso fisico delle montagne di libri scolastici, e quello di tutti i colossei del mondo messi assieme; questo pesantissimo “patrimonio” dei beni artistici e culturali – in verità – è sempre più spesso usato come un’arma impropria contro l’unico bene che oggi sta molto male, e che nessuno è capace di tutelare: l’umano.

Desidero ricordare che il sapiente non è il buon cammello masochista, che sa percorrere tutto il deserto come un docile cagnolino, avendo in groppa questa montagna vertiginosa di insensatezza, magari con scritto sopra “cultura”.
A dispetto dei secoli di alfabetizzazione che abbiamo alle spalle, al giorno d’oggi pare di trovarsi, anche stando tra i più eruditi, in un grande asilo nido pieno di neonati disperati in assenza della mamma, che invece di scarabocchiare i muri dovrebbero essere accompagnati con pazienza ad apprendere ogni lettera dell’alfabeto e a contare fino a dieci. Scriveva ancora Nietzsche (Crepuscolo degli idoli, cap. 8): «Dobbiamo imparare a vedere, dobbiamo imparare a pensare, dobbiamo imparare a parlare e a scrivere».
E chi oggi sa un po’ pensare, sa anche prendersi seriamente la responsabilità dell’esito novecentesco di tutta la cultura occidentale in senso forte. Il “responsabile” in questo senso è chi ci sa spiegare anche solo un minimo credibilmente il perché tutta questa grande letteratura e cultura sia finita nel Dadaismo, nel Futurismo, nelle guerre mondiali, nelle forme incomprensibili e spaventose che osserviamo in ogni museo d’arte contemporanea.

Innanzitutto c’è da prendere atto di un gigantesco suicidio: l’arte occidentale, che si fonda sulla pretesa di oggettivare in qualche misura una forma della verità entro i confini della cosiddetta “opera d’arte”, è morta, ed è morta ammazzata dagli artisti stessi. L’arte in quanto rappresentazione della verità ha cioè finito col rappresentare il puro e semplice collasso dello spirito umano, autore e fruitore dell’opera. L’arte del Novecento è uno specchio delle condizioni psico-antropologiche dei suoi autori.
Ma che vuol dire questo? Qual è il punto di morte, il luogo di suicidio di un’intera forma del mondo nei termini dell’opera d’arte? La risposta è l’Io umano.

Il soggettivismo isterico e irrefrenabile cui soggiace da ormai alcuni decenni l’arte in senso stretto è indice per noi d’un punto di rovesciamento da cui poter ricominciare con una forma (esperibile) delle cose assolutamente nuova. Questo oggi si dà da sapere: i beni culturali, in senso stretto, a partire dall’avanguardismo del XX secolo, urlano all’uomo che il malato, il bisognoso e lo sfigurato da ricomporre è il bene umano medesimo. Noi, in carne ed ossa, siamo oggi i beni culturali, e questo su rigorosissima legittimità della cultura stessa.
Chi riconosce la verità della nostra cultura ed è in grado di capirla, riconosce che le opere d’arte, i monumenti e i libri da custodire e accrescere sono oggi letteralmente le persone viventi! Il resto delle forme forti della cultura tradizionale si è suicidato proprio per dirci questo! Ancora non comprendiamo che l’Occidente sarebbe morto invano se noi oggi non ci muovessimo a comprendere questo evento? Ancora non comprendiamo che rattoppare i muri di Pompei per poi spremere ancora di più le anime consumate e disperate dei “turisti” è una chiara violazione dei beni umani, per la cui guarigione si è uccisa un’intera forma epocale dei beni culturali?

È tempo di dire basta ai cadaveri nei musei: è tempo di finirla con questi musei cadaverici!
Da oggi il museo sarà quel luogo vivente in cui le persone si riuniscono per curare la propria anima: i luoghi di meditazione, di accrescimento spirituale, di liberazione interiore e del mondo sono il primo e immediato patrimonio cui spetta il diritto di vita e di cura.
Una civiltà intera, oggi oltremodo esaurita, si è costruita a partire da una scissione terribile con l’anima vivente dell’uomo: il grido di dolore di quest’anima violata e nei secoli schiacciata ora l’ha liberata da molti dei suoi macigni, pur giacendo essa ancora frammentata e desolata, atomizzata e priva di una forma nuovamente sensata di sé.
È avvenuta una sfigurazione epocale: il genio del nostro tempo, il vero e proprio artista, è colui che sa comporre una nuova forma della verità a partire non già da un cambiamento fisico della materia, ma chimico. È la sostanza stessa della terra a trasmutarsi in qualcos’altro: una nuova sostanza, un nuovo tipo di argilla, una nuova tavola periodica degli elementi. Chi comprenderà questi nuovi elementi, ancora non conosciuti in natura?
Chi sarà degno della trasformazione in atto?
Senza rispondere, offro pochi miei versi che così dicono:

Poeta è
il minatore delle stelle,
in fede in-finita
al mistero dell’uomo.

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di Luca Cimichella
Nato nel 1996 a Foligno. Ha fatto gli studi classici nella sua città. Attualmente studia a Cremona. Si occupa essenzialmente di filosofia, arte e musica. Ha approfondito l'estetica musicale di Wagner, Liszt e Mahler; a ciò si è affiancato negli ultimi anni lo studio di Schopenhauer, Nietzsche e (di recente) Heidegger. Lo scopo fondamentale della sua vita è tentare di credere e far credere al mondo che oggi è ancora possibile vivere secondo grandezza, nobiltà e speranza radicale: che qualsiasi abisso, per quanto estremo e insormontabile, può sempre naufragare in un nuovo mondo più vasto del primo.