giu. 2018
Anno 02
Il Cuore a nudo 21 febbraio 2018

Quando l’uomo punta al cielo e l’angelo alla terra

28312356_10215400746635689_723362015_o
 

Ha uno sguardo perplesso Damiel e un po’ perso nel vuoto quando due bambini gli si avvicinano:

 

“Stai male?”

“Sì”

“Che cos’hai?”

“Mancanza”

“Ah ecco”

 

Lui è un angelo e Wim Wenders (noto anche per aver diretto “Paris, Texas” e il documentario “Il sale della terra”) ci racconta la sua storia ne “Il cielo sopra Berlino”, film indimenticabile del 1985.
Damiel passa le giornate volando sopra i tetti della città con il suo fedele compagno Cassiel ma quando si innamora perdutamente di Marion, una giovane trapezista dai capelli ricci e lo sguardo profondo, decide di passare alla vita terrena. Ora i suoi piedi carezzano il brecciolino della capitale tedesca negli anni ’80 e il suo scopo è trovarla. Era un essere primordiale e ultraterreno ma quella forza disperata e incontrollabile della mancanza lo ha spinto a valicare ogni limite del possibile.

 

La mancanza è una terribile sensazione.

Potremmo dire che ne esistono di due tipi: quella materiale e quella immateriale. La prima è tanto la più pericolosa quanto la più fragile. Ogni televisore, radio, schermo o sito ci martella quotidianamente instillando in noi dubbi atroci come: “come posso non avere quel profumo? Se lo comprassi realizzerei ogni mio desiderio, ne sono sicura”. O ancora: “quanto desidero poter aver proprio quel nuovo modello di smartphone che… insomma, non posso non avere”.
Se qualche ora prima riuscivamo a cavarcela senza, in poco tempo veniamo catapultati in una realtà coercitiva che ci convince di avere finalmente uno scopo: guadagnare per comprare. Questo è davvero pericoloso; basta pensare alla possibilità di indebitarsi a rate per poter pagare elettrodomestici di incerto utilizzo o ancora all’impulsivo acquisto di capi d’abbigliamento di poco valore e qualità.
Questa tendenza è comune a ogni uomo. Un po’ di fascino queste pubblicità riescono sempre e comunque a suscitarlo, ma poi, una volta raggiunto l’oggetto dello sforzo o il lastrico, a un certo punto il circolo dovrebbe interrompersi o se non altro si fermerà per poi ricaricarsi alla ricerca del prossimo obiettivo.
L’uomo però sa anche di poter scegliere e selezionare, e la fragilità di queste illusioni è latente quando iniziamo a domandarci se ce ne sia davvero bisogno e così, speriamo, prima o poi collasseranno una ad una.

Arriviamo al secondo tipo di mancanza: quella immateriale, la più invisibile e dannosa. È la sensazione del vuoto che accompagna le nostre giornate. Spesso mi è capitato di chiedermi quando ho iniziato a percepire per la prima volta questa sensazione. Probabilmente è arrivata di pari passo con l’emersione del dolore e con l’inizio della crescita spirituale.
Imparare a conoscere noi stessi e a fare questo prezioso lavoro di analisi porta a galla innumerevoli realtà da tempo sepolte; una di queste credo sia proprio il concetto di “impermanenza” (o anitya in lingua pāli).

Con questo termine il Buddhismo intende affermare che tutte le cose condizionate sono impermanenti. La loro natura è di sorgere e svanire. Allorché questo stesso processo di sorgere e di svanire viene meno, allora c’è la vera felicità.
Mi sembra quindi di poter capire che l’uomo non vuole accettare questo insegnamento e tende per questo all’eterna incompletezza che sfocia in una sola e unica direzione: l’infelicità.

Questo è frustrante ma è ciò che ci distingue come umani, convinti di essere entità solide da costruire e riempire.

Come dice sempre il Buddha: “Il tramonto è bello ma non posso portarlo via con me”.
Noi vorremmo disperatamente poterci sentire completi dimenticando quanto siamo assoluti e unilaterali per natura.
La grandezza e il vero scopo della nostra ricerca su questa terra deve poter essere iniziare un cammino in grado di sensibilizzarci.
Possiamo muoverci per capire quanto è vero che siamo noi per primi ad avere il potere di rendere un momento infinito e incarnarlo. Sta tutto lì il gioco. Sentirsi parte di una unica grande realtà che prescinde dal caso e da quel che comunque saremo costretti a subire. La nostra speranza, quella che ci porta avanti e ci fa credere nella possibilità di una rinascita, trova forza e vigore nel sentirci davvero l’assoluto. A quel punto, per esempio durante il momento della preghiera, tutto sarà molto più rincuorante e rasserenante.
Saranno pochi, pochissimi i momenti in cui riusciremo a sentire di aver compreso tutto questo e di poterci liberare dalla gabbia del possesso. E credo sia opportuno considerare che per la maggior parte del tempo, vivremo questo dolore incarnato che riempie le ossa. Il desiderio di qualcosa che ci offusca la mente e ci rende così deboli, fragili e poco decisi.

 

Credo però, per concludere, che sia già un primo passo rasserenante scoprire che una piccola possibilità di ribellione e di distruzione delle gabbie per giungere alla pace ci sia. Anzi esiste. E se proprio dovessimo ricercare qualcosa nella vita, porre questo insegnamento come meta da raggiungere sarà la più soddisfacente ricerca cui possiamo tendere per il bene di noi stessi.

2 risposte a “Che sapore ha il vuoto?”

  1. […] Mettiamola così, in modo molto semplice. La gente ha bisogno di vedere che c’è chi non si arrende, di fronte anche a difficoltà grandi. Le persone ne hanno bisogno, per proseguire il proprio viaggio nel cosmo, in questo spicchio periferico  ma tutto speciale di spaziotempo. Anche, per sentire più “amico” questo universo, più praticabile. Più percorribile. Per non sentirsi persi nel vuoto. […]

  2. Daria scrive:

    Saper essere esempi di grande coraggio e forza può essere davvero il grande spiraglio di luce per l’umanità. Dobbiamo solo essere disposti a “vedere”. Grazie.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

http://www.humuspoetico.it/wp-content/uploads/2018/02/28312356_10215400746635689_723362015_o.jpg
di Daria Falconi
Nata e cresciuta a Roma ha sempre visto il mondo da una diversa prospettiva: quella della possibilità. Ha da sempre amato viaggiare, l'arte e il cinema. Da poco laureata in lettere, il suo monito è di muovere una rivoluzione a partire dalla parola.