nov. 2017
Anno 01
Il Fiore Azzurro 28 giugno 2017

Cantare oltre la spina

PSALM
Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unsern Staub.
Niemand.
Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.
Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.
Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.
SALMO
Nessuno ci impasta ancora di terra e argilla
Nessuno guarisce la nostra polvere con una parola incantata.
Nessuno.
Lodato tu sia, Nessuno.
Per piacer tuo noi vogliamo
fiorire.
A  te
incontro.
Un Niente
eravamo noi, siamo noi,
resteremo qui, fiorendo:
di niente,
di nessuno rosa.
Con lo stilo anime chiare
con il filamento cielo deserto,
la corona rossa
della parola di porpora,
che noi cantammo
oltre, o oltre
la spina.

 

Nessuno ci impasta ancora di terra e argilla / Nessuno guarisce la nostra polvere con una parola incantata: Celan inaugura il primo verso della sua poesia con una constatazione apparentemente rassegnata o forse con un appello doloroso, desideroso di ascolto: chi ci rivolge oggi quella parola che ci salva e ci restituisce alla vita?
La metafora dell’uomo come impasto di terra e argilla, terreno fecondo e grembo accogliente, sembra infatti ricordarci il libro della Genesi: Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Proviamo a leggere queste parole non in maniera astratta, distaccata o avulsa dalla nostra condizione esistenziale attuale. Proviamo a scendere in queste parole e a farle nostre. Metaforicamente: se io sono ridotto in polvere, se quindi sono “a terra” come frequentemente si dice nel linguaggio ordinario, chi mi guarisce, chi mi consola? A chi posso rivolgermi?

Nel testo originale Celan utilizza la parola besprechen. Parola molto comune in lingua tedesca, che significa “parlare di, parlare riguardo a”. Tuttavia tra i significati più profondi e meno usuali di questa parola c’è anche “guarire, lenire una ferita attraverso una formula magica”. Non a caso la poesia si intitola Salmo. Il salmo è un componimento poetico ma è soprattutto una preghiera, che nasce spesso da una condizione di disperazione, paura, tristezza. Nasce quindi dal mettersi in ascolto del proprio stato interiore. Spesso nei salmi la condizione di dolore inizialmente vissuta dal poeta sembra poi pian piano lasciar emergere una parola di consolazione, che per l’appunto guarisce e lenisce le ferite: besprechen. Analogamente Celan nella prima strofa sembra abbandonarsi in questa intima afflizione:

Nessuno ci impasta ancora di terra e argilla / Nessuno guarisce la nostra polvere con una parola incantata

Come prima, proviamo a riportare questi versi alla nostra vita, proviamo a farli nostri, a farli risuonare in noi. La poesia, come del resto anche i salmi, non è qualcosa di estraneo al nostro esistere, ma parla direttamente al cuore della nostra ferita. Quante volte ci siamo detti, magari serbando queste parole nel nostro cuore, non confessate: “Nessuno, niente dà senso alla mia vita, nessuno si prende cura di me, nessuno sembra vedermi”? Ma se nella prima parte della poesia quel Nessuno risuona come una chiusura in se stessi, un ripiegamento nel proprio stato d’animo, ecco che nella seconda parte quel Nessuno sembra trasformarsi quantomeno in una speranza, una speranza che si fa dialogo e la poesia si apre a un Tu, pur tuttavia definito ancora Nessuno.
Anche qui, non limitiamoci a una lettura sbrigativa di questa parola. Riflettendo attentamente infatti, anche nel linguaggio più comune “niente” viene sempre inteso come l’opposto del “tutto”.

E se il Nessuno inteso come Ni-ente venisse inteso come ciò che è al di là dell’Ente? E quindi come l’Essere che permette all’Ente di esistere? Come ci suggerisce Heidegger in Introduzione alla Metafisica: “Il niente non esprime solo il concetto opposto a quello di ente, ma appartiene originariamente all’essenza dell’essere stesso”. E ancora ci suggerisce Heidegger: “Il niente è la condizione che rende possibile la rivelazione dell’ente come tale per l’esserci dell’uomo”.
Possiamo quindi forse dire che il Niente come il Nessuno sia l’orizzonte entro il quale l’uomo esiste perché proprio da questo Essere inteso come Non Ente (Niente) è fondato? Ed è quindi l’orizzonte entro il quale l’Uomo esiste e fiorisce?

Lodato tu sia, Nessuno / Per piacer tuo noi vogliamo / fiorire.

Celan ci porta quindi sulla strada del rapporto, della relazione tra un soggetto e la fonte del proprio esistere e lo chiarisce proprio nella strofa seguente:

A te / incontro.

In tedesco il termine entgegen viene inteso proprio come stare di fronte a qualcosa (gegen: “contro”). Tuttavia perché la relazione dello star-di-contro si possa costituire è necessario che la presenza non sia ridotta ad una semplice proprietà di un termine ma sia intesa come quell’orizzonte che comprendendo soggetto e oggetto ne consenta il naturale rapportarsi. L’oggetto infatti può star-di-contro (ob-iacere, gegen-stehen) a un soggetto solo se entrambi i termini non cadono fuori dalla sua presenza, ma vi compaiono come suoi termini (cfr. U. Galimberti, Il tramonto dell’Occidente).
Vale a dire quindi che oggetto e soggetto non sono termini opposti ma sono ricompresi nei termini di un’unità, e l’uno non può darsi senza l’altro.
In questo Niente che è oltre l’Ente e quindi pienamente nell’Essere, noi fioriamo e rifioriamo in ogni momento come un flusso eterno e continuo, come rose di ni-ente, rose di nessuno e quindi frutti dell’Essere che eternamente si dà:

Un Niente, / eravamo noi, siamo noi, / resteremo qui, fiorendo: / di niente, di nessuno rosa.

Noi siamo canali di un dialogo eterno dove il mio canto di lode è corrisposto da una parola incantata che mi rimpasta. Ma come posso farmene tramite, come posso riceverla per poter, nutrita dall’Essere che è il terreno fecondo nel quale sono immerso, far fiorire la rosa che sono?

Con lo stilo anime chiare /con il filamento deserto cielo, / la corona rossa / della parola di porpora, / che noi cantammo / oltre, o oltre / la spina.

Lo stilo (Griffel) è nel fiore quel canale di trasmissione che unisce l’ovario allo stigma, è parte del pistillo che costituisce la parte femminile del fiore. Attraverso lo stilo il tubo pollinico raggiunge l’ovario ed è qui che avviene la fecondazione. Non è un caso quindi che Celan utilizzi proprio questo termine, che sembra ispirarci questa domanda: “posso farmi canale di ascolto di una parola che attraverso di me possa divenire feconda e a sua volta dare vita? E l’anima non è forse luogo di ricezione per eccellenza?”.

Qual è dunque la funzione dell’anima? Di un’anima che si faccia grembo di ricezione profonda? La funzione simbolica dell’anima come luogo di accoglienza della parola è stata indagata fin dall’antichità. Facciamoci aiutare in questo viaggio di ascolto poetico da un grande mistico, ancora tedesco, Meister Eckhart:  “Perché Dio si è fatto uomo? Io rispondo: Perché Dio nasca nell’anima e l’anima a sua volta in Dio. Per questo è stata scritta tutta la Scrittura, per questo Dio ha creato l’intero mondo: affinché Dio nasca nell’anima e l’anima a sua volta in Dio” (Trattati e prediche).
Ma se Dio nasce davvero nella mia anima, non ne sarò dunque io madre quindi responsabile di far crescere il divino che c’è in me? E se l’anima nasce a sua volta in Dio non ne sarò allo stesso tempo anche figlio?

Il filamento (Staubfaden) è invece quella parte dello stame che porta e sostiene le antere con il polline. Lo stame costituisce la parte maschile del fiore ed ha quindi, come detto, una funzione di sostegno.
Esso tuttavia viene definito himmelswüst, dove wüst ha il significato di deserto, desolato ma anche caotico, disordinato. Celan sembra alludere a un tormento profondo. Il fiorire è qualcosa di ardentemente desiderato quanto sofferto. Il filamento anela e si slancia verso il cielo, ma è un cielo deserto, caotico. Quando ci mettiamo in cammino per una trasformazione che sia davvero autentica assaporiamo talvolta anche molto sconforto e disillusione. È come scolpire una figura: l’immagine prende via via sempre più forma ma la pietra che lavoriamo spesso è molto dura.
In questi passaggi così difficili è importante accogliere questa amarezza e consolarla. Continuare a procedere tenendo per mano quella parte di noi che vorrebbe lasciarsi andare e scivolare via. L’anima fiorisce o avvizzisce a seconda del nutrimento che le diamo. E se il terreno nel quale fiorisce è l’Essere che mai si sottrae e eternamente si dà, rimane a noi la responsabilità di custodirne il campo, di liberalo e pulirlo da ciò che lo infesta.

Di che cosa nutriamo quindi la nostra anima? Questa è una domanda che dovremmo porci continuamente. Questa consapevolezza torna ad essere presente in Celan e l’ultima parte della poesia è un protendersi, è uno slancio verso questo anelito, questo desiderio di appagare una sete struggente di infinito. L’Io umano proprio nell’anima infatti recepisce la parola che lo feconda e che lo disseta. Ed infatti dopo aver ricevuto questa parola l’anima si fa corona rossa della parola di porpora.

Anche il color porpora ha un significato simbolico molto forte. Il color porpora è infatti un color rosso sfumato di blu, dove nel linguaggio simbolico dei colori il rosso rappresenta l’amore divino e il blu la verità celeste. Il colore porpora incorporando il rosso e il blu esprimerebbe quindi l’amore per la verità.  In questa luce risuona ancora più potente il verso di Celan: la parola di porpora è quindi una parola che è amore per la verità.

Ponendoci in ascolto quindi, proprio a partire spesso da una condizione di amarezza, dolore e rassegnazione, riceviamo una parola che dalla polvere, dal basso della nostra condizione esistenziale – spesso imprigionata nei muri algidi di un’anima impaurita – ci innalza a una condizione di regalità. Possiamo quindi in ogni momento decidere di procedere oltre la spina, cioè oltre il doloroso ripiegamento su se stessi, e di schiudere finalmente la nostra “corolla-anima”, facendoci a nostra volta catena di trasmissione e cantando la nostra parola di porpora:

Con lo stilo anime chiare / con il filamento deserto cielo, / la corona rossa / della parola di porpora, / che noi cantammo / oltre, o oltre / la spina.

 

http://www.humuspoetico.it/wp-content/uploads/2017/06/fiorire-dal-niente.png
di Maila Arelli
Sono nata nel 1982 a Roma, città in cui ho studiato storia dell’arte e in seguito filosofia, concludendo poi il mio percorso accademico a Berlino. Nutro un profondo amore per la lingua tedesca e per la Germania, Paese a cui devo moltissimo dal punto di vista della mia crescita personale. La ricerca interiore e spirituale, spesso molto problematica e conflittuale, mi provoca e mi spinge a trovare e ritrovare continuamente un senso profondo che dia significato alla mia esistenza.