nov. 2017
Anno 01
Il Fiore Azzurro 3 maggio 2017

Imparare a parlare

Un incontro con tre forme della nostra psiche: la Prostituta, l’Ossesso ed il Muto

Sono qui per imparare a parlare.
Per confutare quella voce che vuole convincermi che non ho nulla da dire. E chi si sente come me può provare, con me, a prendere parola intraprendendo un dialogo, interagendo cioè con altre voci, con altre parole. Certo un buon punto di partenza è trovare l’interlocutore giusto: quello che proveremo a sviluppare qui è proprio un dialogo con figure che sembrano poter guidare in modo sensato in questo passaggio dal silenzio alla parola, e cioè in definitiva dalla sterilità certa a un tentativo di coniugazione.
Iniziamo quindi leggendo un componimento di Georg Trakl:

Agli ammutoliti
Oh la follia della grande città, quando la sera
su nero muro irrigidiscono alberi contorti,
da argentea maschera lo spirito del Maligno guarda;
la luce con magnetica sferza discaccia la notte petrosa.
Oh, il sommesso rintocco delle campane serali. 
Prostituta che con gelidi brividi partorisce un bambino morto.
Furente flagella l’ira divina la fronte dell’ossesso,
purpureo morbo, fame che i verdi occhi infrange.
Oh, l’orrendo riso dell’oro.
Ma silenziosa sanguina in cavità oscura un’umanità più muta,
forgia con duri metalli il capo liberatore.

Di cosa parla questa poesia? A chi si rivolge?
Quella che viene qui tratteggiata sembra essere una città interiore, la nostra città, la nostra anima. Questa città è immersa nella notte, ma non lo vuole riconoscere. Gli antichi soli che la illuminavano sono tramontati. Niente dei, nessuna utopia, niente di niente. Sotto la luce artificiale di chi non vuole vedere la notte, si trovano solo due figure: la Prostituta e l’Ossesso.
La Prostituta è una donna. È l’umanità che vede solo la dimensione materiale della sua esistenza. Lei non è altro che un corpo in un mondo che non è altro che materia.
Lei è Terra.
L’Ossesso è un uomo. Vive di visioni ed è incapace di portarle a Terra. Non riconosce la sua carnalità ed ha il terrore di unirsi con la donna. Non vuole rimanere contaminato dalla relatività di questo mondo. Vuole mantenere la sua visione assoluta e perfetta.
Lui è Cielo.
Il Cielo desidera ardentemente dare speranza alla Terra, e questa spera in qualcuno che la salvi da questa notte, pronta in cambio a dargli la vita. Ma entrambi sono bloccati. Così sembra di poterli riconoscere nei Canti orfici di Dino Campana (La notte):

E la sacerdotessa dei piaceri sterili, l’ancella ingenua ed avida e il poeta si guardavano,
anime infeconde inconsciamente cercanti il problema della loro vita.

Sono, queste, figure interiori che agiscono dall’interno. E la maschera della mia anima si plasma su queste due forme, su queste due forze. Cosa chiedono? E a cosa obbediscono?
La Prostituta chiede la mondanità, si fa come gli altri vogliono che sia. Vive un’esistenza fatta di caso e necessità. Così va il mondo e così si deve fare. È inutile cercare un senso nell’invisibile. Il ritmo della vita è dato esclusivamente dal mondo, dalla sua macchina inarrestabile e delirante, in cui siamo immersi per lo più  inconsapevolmente.
Capita tuttavia di vederci, in un attimo di lucidità, come da fuori. Ed è un’orrenda visione di automi, ben descritta da Montale (da Le occasioni, Mottetti):

Addii, fischi nel buio, cenni, tosse
e sportelli abbassati. È l’ora. Forse
gli automi hanno ragione. Come appaiono
dai corridoi, murati!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
– Presti anche tu alla fioca
litania del tuo rapido quest’orrida
e fedele cadenza di carioca? –

La macchina del mondo, somma dei nostri doveri, detta il ritmo forsennato, chiede di sacrificare i nostri affetti e i nostri più intimi desideri, e l’unico surrogato di libertà sottratto al perimetro dei doveri è quello degli obbligatori svaghi. Poveri illusi quelli che vogliono cambiare il mondo: è questo che sembra ripeterci la figura della Prostituta, col suo lugubre basso continuo o con la sua orrida cadenza di carioca.

Qual è invece il comportamento dell’Ossesso di fronte a queste istanze automatiche? Qual è la sua reazione? L’Ossesso di fronte a tutto questo scappa. Disgustato, non accetta il mondo e se ne fa uno tutto suo. Si ritira, prende uno zaino e viaggia per tutta la vita, senza mai mettere radici. Lontano, nei meandri più inaccessibili della sua anima, osserva la terra e la fugge. Vuole vivere la tensione della visione. È febbricitante, trascende il mondo senza attraversarlo. Ha i piedi staccati da terra. L’Ossesso, con le parole di Nietzsche (Ecce homo), dice:

Come potei volare ad altezze dove nessuna canaglia siede più alla fonte?
Il mio stesso disgusto mi creò ali ed energie presaghe di sorgenti? In verità ho dovuto volare ai vertici delle altezze per ritrovare l’origine del piacere!
Oh, io l’ho trovata, fratelli! Qui sulla vetta scaturisce per me l’origine del piacere! E vi è una vita alla quale la canaglia non beve!
(…)
Poiché questa è la nostra altezza e la nostra patria: troppo alto, troppo ripido è il luogo dove abitiamo per tutti gli impuri e la loro sete.
(…)
Sull’albero del futuro noi costruiamo il nostro nido; aquile debbono portare il cibo, nel loro becco, a noi solitari!
In verità, non un cibo al quale possono cibarsi gli impuri! Crederebbero di mangiare fuoco e si brucerebbero le fauci.
In verità, noi non abbiamo qui rifugi per gli impuri! Una caverna di ghiaccio sarebbe per i loro corpi, e per i loro spiriti, la nostra felicità!
E come venti vigorosi noi vogliamo vivere al di sopra di loro, vicini alle aquile, vicini alla neve, vicini al sole: così vivono i venti vigorosi.
E, simile a un vento, voglio soffiare un giorno tra loro, e, con il mio spirito, togliere il respiro al loro spirito: così vuole il mio avvenire.
In verità, Zarathustra è un vento violento per tutte le pianure: e tale è il suo consiglio ai suoi nemici e a tutto quanto sputa e vomita: guardatevi dallo sputare contro vento!

La fuga dal mondo, i silenzi, i vasti orizzonti del pensiero; l’evocazione visionaria di altri mondi, e la tensione già malinconica di non potervi mettere mai piede: è una vita orrenda quella di chi vive di intuizioni e non è capace di portarle a terra. Il terrore di umiliarsi nella precarietà del mondo blocca chi percorre questa via. Ci si illude di essere puro spirito e si proietta la propria debolezza carnale sugli altri. Gli Impuri. Che vivono nelle pianure. I deboli. Quelli che vivono la banalità di una vita ordinaria. Quelli che vivono nel “sistema”.
Voler vivere solo tra le aquile nella purezza di una visione irreale.

Giunti a questo punto forse è possibile provare a fondere le voci, a farsi verso dialogando col verso, pensando col verso, proprio a partire da dove questo breve itinerario è iniziato, cioè dalla poesia di Trakl: 

Furente flagella l’ira divina la fronte dell’ossesso:

La visione non tocca terra.
L’uomo non tocca la donna.
Il parto genera un bambino morto.
Fuori dalla luce della città
Trakl intravede una umanità diversa.
Alla fine della poesia fa la sua comparsa il Muto.
Non ha i riflettori puntati. Non gli è concessa la parola. Vive nell’ombra.
Vive l’ombra.
Sta dove deve stare, senza fingere di essere altrove.
È notte. E la vive.
È possibile che nel buio possa vedere vibrare una stella.
Luce di un’alterità autentica.
Cosa è una stella all’interno della nostra anima?
Forse è una domanda.
Una domanda che non voglio e che sembra non venire da me.
La stessa domanda che ha guidato l’umanità da sempre:
Chi sono io?
Se questa domanda ha la forza di muovere
il cammino dell’uomo nei millenni
vuol dire che in se è viva.
È energia.
Come una stella. Una forza capace di fondere anche i blocchi più pesanti.

Ma silenziosa sanguina in cavità oscura un’umanità più muta,
forgia con duri metalli il capo liberatore. 

Se questa domanda è qualcosa di vivo e se cova nel profondo del cuore di ognuno di noi, anche dopo decenni in cui cerchiamo in tutti i modi di rimuoverla, vuol dire che essa in qualche modo mi trascende. E se mi trascende vuol dire che è altro da me.
E se è altro ed è vivo, è un Tu.
Forse in questa dialettica misteriosa e profondissima c’è una la via per la coniugazione tra Cielo e Terra.
Concludiamo con questi versi di Marco Guzzi, tratti da Nella mia storia Dio. Lasciamoli risuonare nella condizione preliminare per ogni dialogo, l’ascolto.

Il pedone
Tra le aquile cieche e tutti i pozzi
Del viticultore
Sbanda la mia anima di fuoco.
Esprimere
Diventa forgiare
Metalli, me stesso, una misura
Di pedone.
I piedi per terra
Sono la cosa più difficile da mettere.
Ometterla può essere letale.
Caparbiamente
Connettiti al terreno
Metro di misura, e i tuoi soffioni
Al cuore modulando
L’alta melodia ti plasmeranno
Come tu ti vuoi, senza saperlo,
Al ritmo di una vita
Più reale.
di Diego Cianfanelli
Sono nato nel 1988 a Caracas, in Venezuela. Vivo dall’età di tre anni in Italia. Sono un sognatore. Grazie a Dio inquieto. Come in un riposo agitato mi sono più volte girato su me stesso, risultando contemporaneamente dinamico e statico. Da un po’ di tempo suona la sveglia. Il mio obiettivo adesso è coniugare due mondi, il sogno e la realtà.