nov. 2017
Anno 01
Il Fiore Azzurro 31 maggio 2017

La morte che attende prima di giungere a Cordova

Ho letto per la prima volta la Canzone del cavaliere di García Lorca nell’antologia del classico di Hugo Friedrich, La struttura della lirica moderna, testo che pone domande cruciali sulla natura, ardua da comprendere, dell’elemento poetico per come si esplica a partire dalla metà del XIX secolo. Dalla seconda rilettura, fatta a voce alta, è scaturito un senso che proverò a descrivere in questo scritto.
L’ascolto pensante che accompagnerà questa poesia di Lorca nasce da una serie di considerazioni preliminari. Il primo elemento da cui mi sono fatto guidare proviene da una constatazione di Marco Guzzi, poeta e pensatore contemporaneo, che nella conferenza dal titolo Quale bellezza salverà il mondo consiglia, riguardo alla comprensione del senso di una poesia che rientri nella nuova fase che stiamo vivendo, di riferirla sempre a noi stessi, alla nostra interiorità.
Cordova
Il secondo elemento riguarda la natura del tipo di poesia con la quale stiamo cercando di entrare in ascolto. Non è più pensabile operare una lettura, una interpretazione, che non tenga conto di alcuni punti qualificanti della poesia moderna e contemporanea, fra i quali:
a) l’ambiguità come principio estetico universale – come ricorda Friedrich –, con ciò che ne consegue: la possibilità di intuire una bellezza, una luce attraverso l’oscurità;
b) lo scavalcamento sistematico della logica e della razionalità come visioni esclusive del mondo, per raggiungere regioni ignote o più profonde, più reali, dell’essere, laddove cioè sia presente una dimensione più complessa e più aderente alla natura dell’essere umano e della realtà;
c) il conseguente effetto che si riflette nel linguaggio, che smette di essere mero strumento di comunicazione di un pensiero, divenendo esso stesso comunicante, parlante, esperimento di evocazione dell’ignoto verso cui siamo in ricerca. Il suono e la forma divengono perciò essi stessi il significato e il contenuto, in una formulazione inedita che avviene nella sinfonia canora di cui l’autore si fa intermediario.

“L’oscurità che si rimprovera al poeta nasce appunto dalla notte ch’essa esplora: l’oscurità dell’anima e del mistero in cui è immerso l’essere umano”: queste parole di Saint-John Perse ci dicono che il poetico ritorna nella sua vocazione più autentica, spirituale, laddove è il mistero stesso dell’essere umano che viene cantato e ricordato.
Ecco il testo di Lorca:

Canzone del cavaliere
Cordova.
Lontana e sola.
Puledra nera, luna grande,
e olive nella mia bisaccia.
Benché sappia le vie
non giungerò mai a Cordova. 
Per la pianura, per il vento,
puledra nera, luna rossa.
La morte mi fissa
dalle torri di Cordova.
 Ahi, come lungo è il cammino!
Ahi, mia brava puledra!
Ahi, che la morte mi attende
prima di giungere a Cordova!
Cordova.
Lontana e sola.

Un primo sguardo è da rivolgere al titolo: Canzone del cavaliere. Questo titolo rimanda a tutta una serie di collegamenti con il mondo cavalleresco, senz’altro presenti nell’anima più intima della storia letteraria spagnola. Ma cercando di inoltrarci in un ascolto pensante, cioè attento in questo momento ai possibili echi del testo, e quindi riferendo questo titolo a noi stessi, bisogna chiedersi: chi potrebbe essere il cavaliere a cui questa canzone è rivolta?
Egli è sicuramente un essere umano che è chiamato ad un’avventura, nella quale e per la quale verranno alla luce le sue doti e le sue qualità. Potremmo dunque dire che il cavaliere potrebbe corrispondere a quell’elemento dell’umano, della realtà, chiamato all’avventura dell’esistenza, di questa esistenza di cui sappiamo ben poco.

La poesia comincia così: Cordova, lontana e sola.
Questo cavaliere, chiamato verso un’avventura ignota, per prima cosa, incontra Cordova.
Cordova, provando ancora una volta a riportare il contenuto dentro noi stessi, cosa potrebbe essere?
Cordova potrebbe essere il centro verso cui siamo in cammino, la meta verso la quale è in cammino il cavaliere. Il cavaliere potrebbe dunque essere esemplificato come il nostro io, il nostro ego, nel quale ci identifichiamo e che pensiamo, quotidianamente, di essere. Questo io ha delle relazioni, una storia, delle emozioni e delle aspirazioni. Questo io – cioè io –, è in cammino, è in viaggio, ma verso dove?
Verso Cordova, verso quella regione misteriosa e abissale della nostra anima, verso il senso delle cose.

Lorca aggiunge: Cordova, lontana e sola. Non appena il cavaliere intraprende il suo viaggio ha una prima visione di Cordova, che viene qualificata innanzitutto come lontana e sola.
Lontana: questa lontananza non è solamente una distanza geometrica. Questa distanza è la lontananza di ciò che è più vicino, di ciò che è più vicino di quanto non siamo noi stessi a noi stessi: per questo è sola. Il nostro io, il nostro essere un io, esemplificato nel cavaliere, non è ancora mai stato a Cordova. Quante miglia distiamo dal nostro vero essere, dal senso più profondo della nostra vita? La solitudine è mancanza lacerante di contatto, ma ciò che viene avvertito in essa è il bisogno di un avvicinamento, di un incontro.
Il cavaliere dunque prosegue con la sua puledra nera, le olive nella sua bisaccia, ammirando una luna grande: Benché sappia le vie, non giungerò mai a Cordova.

Il cavaliere, nonostante conosca le vie per arrivare a Cordova, sembra non potervi mai giungere. Egli dunque conosce le vie, sa come potrebbe raggiungerla. Ma l’elemento decisivo credo stia nel fatto che Lorca in realtà sta dicendo: benché tu sappia tutte le vie di questo mondo, tutte le teorie, le nozioni, e tu abbia potuto leggere tutti i libri che siano mai stati scritti, non giungerai mai a Cordova. La via non dipende dalle conoscenze acquisite precedentemente, dalla comoda sistemazione in vista del viaggio verso il futuro, da una programmazione per affrontare il cammino.
Nella prima lettera ai Corinzi, al versetto 13,2 San Paolo scrive: “E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla”.
La via è tutta qui, da intraprendere adesso, da percorrere. La via è la conoscenza. La via è l’arrivo della partenza. Per raggiungere ciò che cerchiamo, il cuore del nostro cuore, non si può fare altro che partire, iniziare dal fatto che siamo già a Cordova: altrimenti non potremmo mai raggiungerla. In questo senso un pensiero di Maurice Bellet chiarisce il punto: “La conoscenza è senza metodo: la Via è senza via. La sua regola però è più dura di ogni regola: poiché è lasciare essere l’inaudito, nelle lacerazioni della nascita”.

Giungere a Cordova significa dimenticare le vie, affinché sia possibile iniziare ad avviarsi. Avviarsi ora nella via significa lasciarsi ricreare proprio nella via che dobbiamo percorrere: significa diventare noi stessi la via, diventare viandanti.
Siamo immersi in un mondo sempre più denso di informazioni, di nozioni, stiamo raggiungendo un livello altissimo di conoscenza nei più svariati campi, e paradossalmente ci rendiamo conto che non sappiamo più nulla, che non siamo più capaci di giungere a Cordova. Nel momento esatto in cui conosciamo tutto, non conosciamo più nulla. Com’è possibile questo? E soprattutto, che cosa significa?
Significa che noi umani non possediamo noi stessi, non possiamo pretendere di possedere una verità definitiva circa il senso della nostra vita, come se sapessimo già come andrà a finire. Credo che il mistero della rivelazione costante della via indichi la sua natura evanescente, inafferrabile, sempre in cammino verso sé stessa. La via è trasformazione, non vi è conoscenza laddove non vi è il cammino:

Per la pianura, per il vento,
puledra nera, luna rossa.
La morte mi fissa
dalle torri di Cordova.

Il cavaliere prosegue. Cordova, dopo essere stata avvistata, viene riconosciuta, e la luna da grande diventa rossa perché è più vicina e colpisce la retina sanguigna della mente. Alle porte di Cordova, dalle sue torri, lo sguardo della morte è fisso sul cavaliere.
Non appena penetriamo più a fondo cioè, non appena lasciamo la terra conosciuta e andiamo veramente verso il centro del nostro essere, ecco che incontriamo il mistero della morte.
La morte mi fissa, e in questa fissazione è l’incontro fra il cavaliere e il suo vero essere. Una fissazione inconscia che determina il limite estremo e più aderente del nostro contatto con il mondo, per il quale la morte non riconosciuta, la morte come essenza misteriosa del nostro essere, traluce imponente dalle torri delle nostre mura difensive. La ricerca del nostro più profondo essere quindi, del senso della nostra esistenza, incontra la morte nella sua essenza di annientamento di questo senso. L’esperienza della morte, l’esperienza del nulla della nostra esperienza è proprio il senso del cammino come trasformazione del nostro stato di partenza. Per conoscere la verità del nostro essere, per giungere realmente in qualche modo a Cordova, dobbiamo incontrare la morte, dobbiamo percorrerla.

Ma la morte come confine del tutto potrebbe rivelarsi come il fine del tutto: ovvero come l’essenza del paradosso della nostra esistenza, perché nello stato di partenza e di misconoscimento del mistero della morte siamo determinati da una fondamentale disperazione e lontananza dal centro del nostro essere. Il riconoscimento e l’attraversamento della verità apparentemente più sostanziale della nostra anima, ovvero la certezza della nostra mortalità, potrebbe perciò in realtà aprirci ad una nuova verità, ancora più profonda, di noi stessi e della vita.
Non è d’altronde la vita in ogni istante una morte e un ricominciamento?
Due versi di Rûmî recitano:

La nostra morte è sposalizio con l’eterno
e quale n’è il segreto? ‘Egli è Dio, Uno!’

L’esperienza reale dell’annullamento del nostro essere, dell’illusione essenziale su cui abbiamo fondato la nostra vita e la nostra esperienza del mondo, delle nostre relazioni e delle nostre visioni della vita e della morte, potrebbe aprirci ad una esperienza inedita del mistero del nostro essere. La morte potrebbe essere allora vista come una purificazione di tutto ciò che è limitato, impotente e falso nella nostra anima, e quindi una reale via di ricreazione della mia vita e della realtà:

Ahi, come lungo è il cammino!
Ahi, mia brava puledra!
Ahi, che la morte mi attende
prima di giungere a Cordova! 

Il cammino è lungo. Lungo significa più lungo di quanto ci aspettiamo, e più ricco. Ancora una volta si tratta di una ‘ durata’ spirituale che ognuno di noi sperimenta nella concretezza dell’esistenza. È il tempo della giusta maturazione, del giusto viaggio, e della lenta, ma inesorabile, trasformazione.
Lorca ce lo conferma: è la morte che mi attende prima di giungere a Cordova. La ricerca costante della verità più intima e inesplicabile del senso delle cose, alla quale noi stessi apparteniamo come dilatazione e incarnazione, incontra la realtà della morte come mistero della disintegrazione del tutto: come possibile e segreta conflagrazione universale rigenerativa. Non è questa forse la speranza e l’anelito più profondo di ogni essere umano: la resurrezione come rinascita inedita della mia identità e dell’essenza della realtà?

Ed ogni volta di nuovo Cordova ritorna, inesorabilmente, lontana e sola.
E il viaggio e la canzone del cavaliere, ricominciano da dove sono finiti.

 

di Francesco Marabotti
Sono nato nel 1992 a Milano, città nella quale ho compiuto il mio percorso di studi, che sto portando a termine con la laurea magistrale in Filosofia. La ricerca di una verità che potesse coniugare l'anelito profondo di una libertà spirituale con la mia vita concreta ha sempre motivato il mio percorso e le mie aspirazioni. Per questo la passione filosofica si è sempre accompagnata ad una visione poetica di una possibile svolta dell’essere umano in questo tempo storico, per fondare una nuova modalità di pensare la realtà e le nostre relazioni.