feb. 2019
Anno 02
Il Fiore Azzurro 10 gennaio 2019

La speranza e il buio nella poesia di Mandel’štam

Se non ti avvicini di qualche metro al fondo non lo capisci. Giusto così.

Se non senti il marcio del ristagno, e a lungo, dovresti evitare di parlarne. Di frequentare certe voci, certi versi. Non è turismo dell’anima certa poesia, è una sorta di fratellanza nel disastro, un ricalcolo della rotta sull’altrui e sul proprio naufragio. O – sarebbe meglio! – la concertazione a distanza di un piano di fuga.
Somiglia a volte a un codice tra prigionieri, un gergo condiviso, e compreso, a patto di essere compagni di sventura.

Volare alto come il piattello leggero, che il primo tiratore annoiato della domenica schianta a colpi di carabina, è un’alternativa migliore? C’è poi una certa monotonia degli astri domenicali! Certo sole cantato a squarciagola, certa fanfara di trionfo: dall’alto del carro si dimenticano presto le vergogne al vento degli schiavi e dei prigionieri che sfilano sotto, che tirano il carro. La testa dimentica spesso le gambe, le gambe i piedi, i piedi il suolo.

Altra cosa, certo, è acclimatarsi alla cella, agghindare le pareti di ciance, fare il filo del cucchiaio per il prossimo benservito, non sentire più il puzzo del piscio all’angolo, chiamarlo odore, compiacersi del disastro insomma. Ma c’è una certa dignità in questo essere vinti sebbene non rassegnati. Da lì si parte, credo. E da dove vorresti partire altrimenti? Per arrivare dove è presto detto: la libertà è una fatamorgana, ma è d’altronde un concetto molto semplice per chi ne è privo, e un buon luogo è già nel gusto dei polsi liberi, da sfregare come un tesoro.

Ho letto una poesia che consuona con tutto ciò, e che anzi tutto ciò ha fatto venir fuori per consonanza. È di Osip Mandel’štam, poeta russo dalla voce che detona cupa come il tritolo nella galleria di una miniera, butta giù macerie e filoni preziosi. Eccola:

Io la luce aborrisco
degli astri così monotoni.
Salve, mio delirio antico, –
slancio di torre gotica! 
Pietra, diventi pizzo,
mutati in ragnatela:
esile guglia, infilza
il petto cavo del cielo! 
Verrà il giorno che aspetto –
sento un aprirsi d’ala.
Ma il vivo pensiero-freccia
troverà il suo bersaglio? 
Se no, tornerò dov’ero,
conclusi viaggio e tempo:
là – amare non potevo,
qui – amare mi spaventa…
 1912

(Osip Mandel’štam, Ottanta poesie, a cura di Remo Faccani, Einaudi)

 

Volevo condividere qualche nota di lettura, asistematica, frutto, più che di una riflessione, piuttosto di una certa simpatia. Il poeta canta, qualche mia corda risponde. Ecco le note di lettura di cui parlavo.

La prima cosa che mi colpisce, ogni volta che leggo il testo è questo entusiasmo nel naufragio (direi ungarettiano, se non fossero così distanti le istanze, i toni, e non ultimi latitudini e climi), questo impeto terribile che coglie il poeta in una situazione che felice non sembra: aborrisce il sole, la luna, le stelle della volta celeste (verosimilmente sono loro gli astri più monotoni, nella loro pigra staffetta, nei loro turni di guardia al pianeta), quasi ne fosse trafitto, o peggio annoiato:

Io la luce aborrisco
degli astri così monotoni.
Salve, mio delirio antico, –
slancio di torre gotica!

Quindi il poeta parla dal buio, almeno dell’anima (mi si passi il termine equivoco), che sia un giorno senza sole quello che stia vivendo, o una notte senza luna e senza stelle. In questo scenario cupo sgorga il suo grido, il suo benvenuto al delirio antico, la sua inquietante torre gotica e ogivale (alla lettera nel testo russo) che si erige sfidando il cielo e trafiggendolo. Cos’è questo delirio di cui parla? Di certo un disagio, una condizione allucinata, il discorso e le visioni di un uomo afflitto da un male sordo, ma loquace. Eppure quanto sembra lucido nella sua direzione questo delirio! sa bene dove dirigersi e colpire. Ci troviamo di fronte a una materia in metamorfosi, che si slabbra e si sfila: le pietre diventano tele, e da esse (?) si erigono torri affilate che corrono verticali nella notte, ad accoltellare il ventre cavo del cielo:

Pietra, diventi pizzo,
mutati in ragnatela:
esile guglia, infilza
il petto cavo del cielo!

Che cielo inutile nel suo silenzio fantastico, immenso animale muto e indifferente! È questo il bersaglio della bestemmia del poeta, la sua cattedrale gotica, tutta umana di dolore imbizzarrito, che urla fino a infilzare un bersaglio sordo. A ben vedere le guglie del poeta sembrano piuttosto scandagli, volti a rilevare la profondità di un abisso siderale, misurarne la sua capacità. A che altezza, a che profondità sentiremo l’urto dello strappo, dello schianto? Sarebbe già una risposta, una forma di restituzione.

Tutto questo processo ha il tono esuberante di uno slancio, si direbbe vitale, pur se ambiguo e doloroso. Il poeta sembra confermarlo allorché parla dell’insorgere di una sensazione inequivocabilmente positiva:

Verrà il giorno che aspetto –
sento un aprirsi d’ala.
Ma il vivo pensiero-freccia
troverà il suo bersaglio?

È ora, adesso, che sente l’accenno di un battito d’ala, nello stesso luogo interno della disperazione, e questa sensazione scaturisce da una sorta di speranza, di fiducia, seppur mesta: verrà il giorno che aspetto! Presente e prospettiva futura quindi, una promessa di libertà quasi, un suo accenno.

Qualcosa si muove, anche nel fondo della cella.

È questo che mi colpisce: la speranza, per quanto irragionevole e quasi estorta all’infelicità presente, a un cielo fantoccio, schiude immediatamente una sensazione positiva, un aprirsi d’ala.
Questo piccolo embrione non ha ancora la forza di elevarsi con la stessa potenza distruttiva della rabbia, eppure è molto promettente, è un vivo pensiero-freccia! Ecco una possibile alternativa alla guglia gotica, un’ala, una freccia viva. Ma questa troverà il suo bersaglio? Cioè: avrà la forza di raggiungerlo? Oppure: troverà davvero un bersaglio ad aspettarla? Avrà una destinazione, qualcosa in cui piantarsi?

Se no, tornerò dov’ero,
conclusi viaggio e tempo:
là – amare non potevo,
qui – amare mi spaventa…

Questa è l’alternativa allo sviluppo di quest’ala viva, di questa freccia (oltre la cocca, sull’aletta, appunto ci sono piume…), ritornare dove si era.
Si spalanca a questo punto il senso profondo del disagio del poeta: è un luogo di non-amore quello da cui si parla. Senza amore, né dato, né ricevuto. E se questo sembra banale allora bisogna avere il coraggio di chiamare banale tutto il dolore provato nei millenni dall’uomo sulla terra.
, ovvero: forse al termine del cielo, là dove si sperimentano i limiti di questa fiducia mal riposta in uno spazio siderale essenzialmente vuoto dell’amore che si cerca. Il cielo! Quale amore è possibile ? Nei cieli immensi quello che manca è l’aria canta Vecchioni (Se tornassi indietro) reinterpretando una poesia di Borges (Istanti). No, non c’è amore nel “cielo”. L’amore ci pare possibile e reale solo qui, dove amare mi spaventa. Triste esperienza tangibile. Ad ogni modo quella che viene descritta negli ultimi versi è una doppia negazione, irrealtà e impossibilità, inevitabili entrambe se la corrispondenza di questo “amore” – con la speranza che a ogni corrispondenza si accompagna – è riposta nella corsa verso l’alto di una guglia nera, o torre di Babele che sia. La prima scaglierebbe il suo dolore rancoroso verso il vuoto celeste, la seconda lo rincorrerebbe finendo per crollare su se stessa.

L’unico tempo in cui si schiude la possibilità è nel presente – del dolore vecchio e della speranza embrionale –, questo mi pare suggerisca il poeta. Non , non avanti o indietro nel tempo, indietro o avanti (in alto) nello spazio, ma qui, dalle sbarre di una cella. Sperare costa, ma produce l’effetto di una scintilla, l’accenno di un battito d’ala. Una fiducia creativa quindi, che richiede il nostro credito, cui si oppone la stereotipia del dubbio, che può stroncarla sul nascere (ma… troverà il suo bersaglio?).

Speranza come legno secco quindi, e dubbio come indugio: riusciremo a sperare ad occhi aperti, sfregando senza fermarci, a costo di spellarci le mani, abbastanza a lungo da accendere una scintilla, l’accenno di un fuoco?

4 risposte a “La monotonia degli astri, il delirio antico”

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di Giuseppe Spinnato
Classe '85, da grande voleva fare l'entomologo, il disegnatore, il camminatore a tempo indeterminato. Poi si è deciso, così dice, per qualcosa che ha a che fare con le parole, cui però vorrebbe far seguire i fatti. Oltretutto parla ancora spesso di insetti. È stato avvistato nelle aule di varie scuole, dalla Sicilia alla Lombardia.