nov. 2017
Anno 01
Il Fiore Azzurro 28 aprile 2017

Ascoltando "Le ultime parole del poeta", di René Daumal

Le ultime parole del poeta condannato a morte sono sgraziate.
Affogano in bocca, si stirano nell’eccesso. Sono troppo mature eppure troppo acerbe: legano i denti di chi le pronuncia e le orecchie di chi le ascolta.
Le ultime parole del poeta sono sgraziate perché sono le prime ed uniche ad esser state mai pronunciate in uno stato di coscienza almeno un centimetro lontano dalla distrazione ordinaria, oltretutto costrette a farlo da una condizione di estrema urgenza, senza alternativa. Sono come patetiche dilettanti allo sbaraglio lanciate al di là del sipario della bocca: eppure erano acutissimi lampi di chiarezza all’interno nel recinto del pensiero, e di certo – pensava il poeta – sarebbero piombate in picchiata sul pubblico, di sicuro lo avrebbero abbacinato entusiasmandolo, candide del fuoco di un’ispirazione quasi profetica:

Non appena potrò pronunciare la parola, gli occhi dei sopravvissuti si rivolteranno nelle loro orbite, e ciascuno di questi uomini e ciascuna di queste donne guarderà in faccia il fondo della propria sorte.
Abisso di luce! Oscurità sofferente!
Non appena avrò chiuso la bocca, i loro occhi si rivolgeranno verso il mondo, carichi della luce centrale, e vedranno che il fuori è l’immagine del dentro. Saranno re, regine, si vedranno gli uni gli altri, ciascuno solo come il sole è solo; ma tutti illuminati, dentro, dal fuoco di un’unica solitudine, così come, fuori, dal fuoco di un unico sole.

Al suono di tamburo di una testa che batte ritmicamente contro le pareti della cella, la fantasia allucinata del poeta condannato a morte aveva partorito discorsi disperati e grandiosi, “una parola semplice come il fulmine”, che come il fulmine avrebbe dovuto illuminare e bruciare.
Di questo era convinto il poeta nella sua terribile veglia alla vigilia della morte, che la sua parola dal patibolo avrebbe avuto una forza tale da aprire voragini per seppellire tutti i morti che popolano da finti vivi la Terra, e con loro tutti i ladri di parole e “gli imbroglioni al gioco della vita”, tutti “i maniaci del mistero, i maniaci delle belle arti, che non sanno perché cantano, danzano, pettinano o costruiscono”. Le ultime parole immaginate dal poeta sono lava, ma dissetante, per le coscienze aride di chi lo ascolta per la prima e ultima volta. Sì, perché vengono pronunciate con il cappio al collo.
E tuttavia nella sua lucida disperazione il poeta aveva pur chiaro il rischio del fraintendimento, perché le sue “non sono parole di pace, facili da ascoltare”. Eppure l’urgenza di una parola troppo a lungo rimandata pressa di necessità, e il tempo rimasto, pochissimo, converge in quell’unico punto, catalizzando il bisogno, esasperandolo come in un conato di vita.
Presto, si fa presto a dire “parola”.
Si fa tardi a dire parola.

Le ultime parole del poeta non hanno illuminato nessuno. La folla è rimasta disgustata, spaventata, e infine ostile di fronte al suo ultimo canto, al suo primo sproposito:

Alle armi! Alle vostre forche, ai vostri coltelli
alle vostre pietre, ai vostri martelli,
siete mille, siete forti,
liberatevi, liberate me!
voglio vivere, vivete con me!
uccidete a colpi di falce, uccidete a colpi di pietre!
Fate che io viva e vi farò ritrovare la parola!

Le ultime parole concesse al poeta condannato all’impiccagione non sono state dinamite, non hanno dato la sveglia alle coscienze di chi è venuto a guardare il misero spettacolo del suo corpo appeso. Sfiammano come petardi bagnati. Alla prova del muro d’aria non piombano in picchiata sulla folla ma sbattono ali minuscole, annaspano in cerchio e cadono nel ridicolo, anzi peggio: nel silenzio.
La poesia è un frutto, ci suggerisce Daumal nel suo brevissimo racconto (Le ultime parole del poeta), ma il poeta non è a sua volta un albero, perché non può, da solo, produrre il suo frutto. È necessario che qualcun altro la riceva, la ascolti, altrimenti le sue parole sono perdute: “la poesia non ascoltata è un seme perso (…). La poesia non ascoltata diventa un uovo imputridito”. Ovvero non fecondato dall’ascolto di chi la riceve, e che la fa nascere e crescere in sé.
Il poeta del racconto in questione ha speso la sua vita a scrivere canzoni per divertire e divertirsi, rimandando ad un indefinito “dopo” il tempo di un messaggio che fosse più fedele al suo animo, al suo fuoco centrale, al suo entusiasmo. Adesso che è stato imprigionato per via di una delle sue canzoni, e che aspetta nella cella il sole dell’alba che lo vedrà morire impiccato, il poeta vorrebbe parlare veramente, pronunciare davanti al popolo la sua prima poesia, la sua ultima, la sua unica poesia, finalmente.

Ma le parole troppo a lungo trattenute, troppo a lungo non addomesticate, non coniugate con la terra e acclimatate con la realtà, imbizzarriscono al suono della canapa del cappio, esplodono scomposte, muoiono in gola. Sembrano le mani di un annegato che si afferrano alla folla. Folla addormentata, di pietra, sazio animale terrorizzato e crudele. Era d’altronde venuta al patibolo per assistere ad uno spettacolo curioso: non è che capiti tutti i giorni di assistere alla morte di un poeta.
E muore il poeta, oscillando sulla forca come nella vita: “e per avere troppo tentennato in vita, il poeta ciondola ancora dopo la sua morte. (…) Sopra la sua testa volteggia il suo ultimo grido, che non ha nessuno su cui posarsi. (Poiché spesso è la sorte – o il torto – dei poeti, parlare troppo tardi o troppo presto)”.

Cosa urla il poeta dentro il cuore dell’uomo? È allenato, il poeta, a parlare veramente? È “educato”, è tirato fuori, ma soprattutto: è preso mai sul serio? Quale sproposito inarticolato, parola inconsistente e inefficace terrorizzerà o peggio annoierà la folla dei Centomila dentro, dei Centomila fuori? Siamo certi di dare abbastanza spesso spazio e forma di parole alla vita e all’entusiasmo che riposa nella placenta dei pensieri? Così comoda, così soffocante. Al suo interno ogni battaglia è vinta o persa ma al sicuro, in una sorta di anonimato prenatale ed esistenziale.
Fare nascere la parola, più spesso. Sottoporla alla terra, al vento, al pericolo stesso di marcire e disperdersi, ma almeno con la dignità del tentativo, dell’esposizione, della possibilità di crescere. Come scrive René Char nei suoi Fogli di Ipnos “il poeta non può restare a lungo nella stratosfera del Verbo. Deve struggersi in nuove lacrime e muovere più in là nel suo ordine”.
Il poeta non è un imbrattacarte. È il Vivo dentro di noi, il distruttore e il creatore nuziale. Abbiamo tutti memoria viva del suo entusiasmo che ci aspetta.

 

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di Giuseppe Spinnato
Classe '85, da grande voleva fare l'entomologo, il disegnatore, il camminatore a tempo indeterminato. Poi si è deciso, così dice, per qualcosa che ha a che fare con le parole, cui però vorrebbe far seguire i fatti. Oltretutto parla ancora spesso di insetti. È stato avvistato nelle aule di varie scuole, dalla Sicilia alla Lombardia.