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set. 2017
Anno 01
Il Fiore Azzurro 12 luglio 2017

Leggendo “Marina”, di Mario Luzi

Il pensiero poetante come luogo del ricordo

C’è qualcosa che torna, che rimpatria. Qualcuno che ricorda su una proda, separato dall’acqua da una linea che disegna e ridisegna un confine labile. Tra l’uomo e le isole lontane che affiorano e scompaiono all’orizzonte si estende un luogo non commensurabile, non riducibile alle coordinate di un qualsivoglia spazio: un regno d’acqua, un regno del possibile, un tempo altro.
Dove ci troviamo? Chi è che ricorda? E cosa ritorna alla proda, con un frullo d’ali che stride sui pini?

Queste sono solo alcune delle domande e delle prime impressioni che scaturiscono dalla lettura di Marina di Mario Luzi, testo inserito in Primizie del deserto, raccolta del 1952. Prendiamole come punti di riferimento provvisori e mobili per introdurci a una lettura che non potrà che essere parziale e sintetica, oltre che pochissimo letteraria, per toni e intenti. Non faremo riferimenti soprattutto, almeno in questa sede, al precedente eliotiano (l’omonima Marina, appunto, del 1927-30) cui Luzi si richiama esplicitamente. Considereremo qui il testo luziano nella sua intrinseca dignità di senso, indipendentemente dai modelli e dalle diverse eco letterarie pur presenti, e in una certa misura pur operanti.

Si tratta di un testo non semplice, breve eppure molto denso, per cui chi legge è invitato a farlo con una sorta di leggera pazienza e una disposizione direi simpatetica, aperta alle sue eventuali suggestioni. L’ideale sarebbe rinunciare ad un preliminare arrovellamento sul senso globale. Iniziamo quindi leggendo lentamente le quattro quartine che compongono il testo lasciandoci catturare dalla loro aria enigmatica e dalla loro fascinazione sonora, senza cercare di dipanarne i fili in questa primissima fase:

Che acque affaticate contro la fioca riva,
che flutti grigi contro i pali. Ed isole
più oltre e banchi ove un affanno incerto
si separa dal giorno che va via. 
Che sparse piogge navighi, che luci.
Quali? il pensiero se non finge ignora,
se non ricorda nega: là fui vivo,
qui avvisato del tempo in altra guisa. 
Che memorie, che immagini abbiamo ereditate,
che età non mai vissute, che esistenze
fuori della letizia e del dolore
lottano alla marea presso gli approdi 
o al largo che fiorisce e dice addio.
Rientri tu, ripari a questa proda
e nel cielo che salpa un pino stride
d’uccelli che rimpatriano, mio cuore.

Giunti al punto finale, pur consapevoli della presenza di un significato latente – e che proprio nella chiusa trova il suo sigillo – ci troveremo tuttavia ancora davanti a un testo che ci sfugge, resta indefinito, non messo a fuoco. Abbiamo soltanto una promessa di senso. Ed è proprio da qui, da quest’ultimo verso, che bisogna ripartire per ricucirne daccapo il percorso, dopo che è stato intercettato l’interlocutore cui la voce del poeta si è rivolto lungo tutto il testo: il mio cuore. Il cuore del poeta, il nostro vorremmo dire. E vorremmo identificarlo, al di là di ogni stucchevole sdolcinatezza, con la nostra parte vitale più intima ed autentica, qualunque cosa questo significhi.
È ora possibile tornare a una lettura più centrata sul suo oggetto, o meglio sul destinatario di quello che si configura come un dialogo del quale abbiamo appena chiare soltanto le domande poste. Quello della rilettura è quindi un percorso obbligato, visto che la chiave di volta del senso globale è rivelata solo alla fine, come ultima parola: al mio cuore si finisce e da questo mio cuore bisogna ricominciare.
È importante soprattutto, specie davanti ad un testo del genere, cercare di identificarsi col soggetto lirico, con la voce del poeta che si rivolge – adesso lo sappiamo – al suo cuore se vogliamo avere una speranza minima di poter andare qualche centimetro oltre la cute spessa della lettera (peraltro ambigua), e quindi cercare di leggere più addentro, leggere tra le righe, con un cuore appunto intelligente (che sa intellegere, ovvero interlegere: leggere dentro, fra le righe).
Rileggiamo quindi la prima quartina e i primi versi della seconda:

 Che acque affaticate contro la fioca riva,
che flutti grigi contro i pali. Ed isole
più oltre e banchi ove un affanno incerto
si separa dal giorno che va via. 
Che sparse piogge navighi, che luci.
Quali? (…)

Il poeta si sta rivolgendo al suo cuore, chiedendogli quali viaggi stia compiendo (il verbo compare solo al quinto verso: navighi): quali acque sta navigando, quali flutti, quali isole sta attraversando mentre il giorno muore liberandosi dalla sua fatica (un affanno incerto si separa dal giorno che va via)? Quali piogge lo stanno bagnando, quali luci straniere illuminano la sua traversata? È ignota al momento sia l’origine del viaggio, sia la destinazione. Abbiamo una voce che chiama, quella del poeta, e un cuore lontano, che non risponde, ma che è immaginato ed evocato attraverso la parola.

Notiamo con Elio Gioanola (Poesia italiana del Novecento) che gli aggettivi della prima quartina, pur riferendosi a delle cose, delineano un profilo umano, triste, che su di esse proietta i suoi sentimenti (affaticate, fioca, grigi, incerto): un indizio da tenere a mente durante la lettura dei versi successivi, che meritano una particolare attenzione per via della loro densa enigmaticità. Ecco quindi il resto della seconda quartina:

Il pensiero se non finge ignora,
se non ricorda nega: là fui vivo,
qui avvisato del tempo in altra guisa.

Dopo aver richiamato e interpellato con il pensiero il cuore, è in quello stesso spazio mentale/cardiaco interno che il poeta ragiona sul suo stesso processo mentale, si fa cioè autocoscienza: pensa, e pensando pensa il pensiero stesso, rendendolo parola, anzi di più, verso, canto. È in questa modalità che viene affermata una verità che ascoltata con altri occhi e pronunciata da un punto di emissione diverso non imprimerebbe a queste parole la fortissima saturazione di senso che le caratterizza. Cosa dice insomma Luzi? Proporrei due interpretazioni, propendendo per la seconda.
La prima è questa: se il pensiero non finge (nell’accezione comune italiana), cioè se non inventa, allora ignora; e se non ricorda (cioè semplicemente non ha memoria) allora nega: e soltanto questo al poeta sarebbe rimasto possibile, ignorare e negare, uniche forme di conoscenza in negativo, per sottrazione. Tuttavia questa interpretazione (forse più montaliana che luziana) non ci appare intonata con il resto, e sembra portare a un vicolo cieco.

È tuttavia possibile leggere diversamente questi stessi versi, secondo altri significati che ritengo possano essere più fedeli e maggiormente rivelativi del senso globale del testo. Rileggiamo quindi questi due versi: il poeta sta forse affermando in primo luogo che il pensiero se non finge (cfr. l’accezione latina di fingo), cioè se non crea, foggia, modella, intreccia – ovvero se non è poetante –, semplicemente ignora, non sa e non può sapere alcunché. E in secondo luogo potrebbe voler dire che se il pensiero non ricorda, ovvero se non ritorna al cuore (cfr. il latino recordor, composto da re + cor: “richiamare al cuore”) andandovi incontro, semplicemente nega, non può quindi affermare alcunché: ben povero pensiero sarebbe quindi, quello che ignora e nega, un pensiero privato della sua capacità creativa e attiva sulla realtà.
Capiremmo quindi seguendo questa seconda lettura cosa ha fatto il pensiero poetante del poeta sin dall’inizio: ha ricordato, cioè è tornato al cuore, e lo ha fatto creando (“fingendo”, cioè etimologicamente “plasmando, componendo, foggiando”) un ponte di parole poetiche, parole che sono d’altronde il tessuto muscolare del pensiero.

Ed è là che fui vivo afferma Luzi subito dopo. È cioè nello spazio interiore di questo particolare tipo di pensiero (di certo non quello ordinariamente inteso), poetante e creativo, che il poeta può richiamare il suo cuore ed essere vivo, proprio , in questo luogo reale, intimo e non cartografabile dell’interiorità, luogo misterioso che il cuore sta navigando: sono quindi dentro al poeta tutte le prode, gli approdi, le marine, le isole; non altrove, ed è con il pensiero “ricordante” che può averne l’accesso.
Se poi è che il poeta fu veramente vivo (là fui vivo, / qui avvisato del tempo in altra guisa), nel regno del qui il tempo è conosciuto come inevitabile caducità. Questo dissidio tra i due piani contribuisce a conferire all’intera poesia la sua aria dolente, e insieme pur flebilmente protesa verso un richiamo che ha forse qualche tratto in comune con la speranza.
Proseguiamo quindi con la lettura della terza strofa e l’inizio dell’ultima:

Che memorie, che immagini abbiamo ereditate,
che età non mai vissute, che esistenze
fuori della letizia e del dolore
lottano alla marea presso gli approdi
o al largo che fiorisce e dice addio.

È in questo regno altro, in questo luogo acquoreo e indefinito (quasi un liquido amniotico, in cui galleggiano età non mai vissute ed esistenze fuori dalla letizia e dal dolore) che il cuore sta viaggiando, nelle stesse acque che abbiamo visto lottare alla marea presso gli approdi o al largo, là dove c’è fioritura e assieme addio.
Non possiamo ben definire e circoscrivere la natura di quelle che si configurano piuttosto ermeticamente (è il caso di dirlo) come immagini, età, esistenze possibili solo in un regno altro da quello del qui in cui il poeta si trova e che lottano forse alle rive per incarnarsi.
Quello che sappiamo è che il cuore del poeta nel suo viaggio sta attraversando queste regioni brumose e sospese, e che l’uomo è in una qualche relazione di vicinanza con queste vaste regioni, pur inattingibili appieno. Ed è solo una volontaria “dimenticanza” che ha reso possibile questo dialogo: è stato forse il frutto assieme di una ricerca e di un abbandono, di una “vacanza” dal pensiero ordinario; dimenticanza che è poi tutto il contrario dello “scordare”, perché al cuore anzi si “accorda”.

Cosa rimane di possibile infine, cosa si incarna realmente in questo dialogo mormorato e “pensato” in versi poetici? Non i flutti, che continuano a lottare (…) presso gli approdi, costituendo un continuo richiamo nostalgico (letteralmente: ci trasmettono tutto il desiderio doloroso di una sorta di ritorno, che ancora non è riuscito ad incarnarsi, a farsi terra), né le età non mai vissute e le esistenze / fuori della letizia e del dolore.
A fare ritorno sarà il cuore smarrito del poeta, che chiude il cerchio del componimento e completa il senso di tutte le allocuzioni lasciate sospese in precedenza e che abbiamo tentato man mano di riannodare:

Rientri tu, ripari a questa proda
e nel cielo che salpa un pino stride
d’uccelli che rimpatriano, mio cuore.

Dopo un lungo viaggio nel territorio altro, forse il mare di un inconscio personale e assieme collettivo (per questo ereditato), un luogo che attrae e che allo stesso tempo inquieta, e dopo quello che sembra a tutti gli effetti uno smarrimento (il poeta non sa all’inizio quali acque il cuore navighi, quali piogge attraversi) il cuore torna – e torna annunciato dal rimpatrio rumoroso di uccelli tra i pini – dopo esser stato richiamato da una parola poetica che è pensiero capace di creare un ponte verbale e assieme dare avvio alla dinamica ricordante, letteralmente di “ritorno al cuore”: non è un caso che l’ultimo verso contenga un verbo che richiama da vicino il ricordo nel senso che abbiamo visto,  ovvero quello di “rimpatriare” (tornare nella propria terra d’origine). Il pensiero ha “ricordato”: non nega quindi ma al contrario afferma, cioè si mette in relazione dialogante: ed è per questo si realizza un ritorno, ovvero, fuor di metafora, una “conversione”, innanzitutto a se stessi, alla propria sostanza più intima.
Uno strumento, quello della parola poetica, che ha il potere di richiamare alle prode i cuori dispersi, farli rimpatriare e incarnare nella terra del qui, stanchi sì del viaggio, inevitabile e ricorrente, ma con la festa in alto di un frullo d’ali ad accogliere.

 

di Giuseppe Spinnato
Classe '85, da grande voleva fare l'entomologo, il disegnatore, il camminatore a tempo indeterminato. Poi si è deciso, così dice, per qualcosa che ha a che fare con le parole, cui però vorrebbe far seguire i fatti. Oltretutto parla ancora spesso di insetti. È stato avvistato nelle aule di vari licei, dalla Sicilia alla Lombardia.