mar. 2019
Anno 03
Il Cuore a nudo 11 marzo 2019

Riflessioni per una nuova antropologia

I.

Avete mai notato che quando incontriamo una persona che conosciamo appena, magari uno o una che stava nell’altra classe del nostro liceo, o un amico di un amico, la tendenza istintiva è quella di fare finta di niente, e non salutarlo?
La tendenza automatica è quella di evitare la relazione. Perché?

Anche per esempio se siamo sul treno, per un viaggio che durerà tre o quattro ore, spesso la maggioranza delle persone preferisce chiudersi, isolarsi nella propria riservatezza. Perlopiù le persone passano quel tempo in treno adoperando il cellulare o il computer.
Questi esempi per quanto piccoli ci rivelano però qualcosa di più grande e fondamentale. Una naturale e istintiva e automatica paura dell’altro. Una paura dell’altro che ci si presenta come una paura dell’altro in quanto tale.
L’altro ci fa paura, ci disturba, ci provoca quasi ripulsa.

Certo potremmo dire che sono parole troppo forti, che noi non abbiamo così paura dell’altro, che quando ci troviamo a passare del tempo in treno magari siamo socievoli e che in generale preferiamo essere aperti che chiusi.
Non lo metto in dubbio, sicuramente voi siete delle persone empatiche e sim-patiche, ovvero capaci di sentire l’altro e non temerlo. Ma come si spiega, applicato su larga scala, questa generale difficoltà nel portare avanti relazioni autentiche, fondate sul rispetto e sulla crescita reciproca, e non sull’odio e sull’indifferenza? Perché nelle relazioni internazionali, nei rapporti fra gli stati e gli umani, da sempre sembrano dominare la violenza, il sopruso e la guerra di ciascuno contro tutti come dice Hobbes?
Scrive infatti un pensatore contemporaneo:

“Se per un verso è vero che l’uomo del XXI secolo può sentirsi più libero, certamente si trova oggi più solo, incurvato sotto il peso di un carico invisibile, e tuttavia pesantissimo. C’è l’Io- la straordinaria conquista della modernità-pieno della sua presunta onnipotenza. Si sente l’Unico. Tutto deve basarsi su di lui. L’apertura al grande mondo doveva esaltarlo, ma in realtà lo trova spaesato. E questo “uomo-individuo”, nonostante si cerchino anestetici, scopre che il vuoto degli altri gli pesa”.[1]

II.

Chiediamoci dunque: perché abbiamo paura dell’altro? Per quale motivo l’altro in quanto tale è fonte di timore? Qui posso provare solamente a sentire la mia paura dell’altro, e tentare di dire qualcosa. Ognuno può avere credo dei motivi specifici.
L’altro fa paura perché è minaccioso, in quanto mi disturba, mette in pericolo la mia sicurezza. È un’incursione nel mio mondo, nell’insieme articolato delle mie certezze. L’altro cioè potrebbe mettere in pericolo il mio mondo.
Ecco che vediamo come l’io si fondi su di un sistema difensivo, come l’allarme di una casa, pronto a proteggerlo da eventuali invasori.
Abbiamo paura di essere feriti, violentati, colpiti a morte.

L’altro in quanto tale fa paura. Questa paura deriva da una minaccia alla nostra esistenza. È naturale che questo ci porti a chiuderci e ad evitare la relazione, se pensiamo che aprirci possa costituire una minaccia per l’intera nostra sopravvivenza.
Ovviamente queste formulazioni sono perlopiù inconsce dentro di noi, arcaiche direi, derivano dalla storia stessa della nostra specie, che per milioni di anni ha dovuto lottare giorno dopo giorno, ora dopo ora, per la propria sopravvivenza.
La preistoria è pregna di paura e di terrore dell’altro inteso anche come alterità, come ignoto, come ciò che sfugge al controllo manipolante dell’io. In questo senso l’alterità può essere la natura (matrigna), il cosmo, la divinità, percepiti come atroci, gelosi e spietati. Tutto ben rappresentato dalla tragedia greca.
La tendenza a porre una qualsiasi cosa come altro da sé è costitutiva per l’Io. Il pensiero logico razionale si fonda proprio su questa messa a distanza per catturare. L’oggetto è ciò che è ob-iectum, posto di fronte (in tedesco gegen-stand, “che sta di contro”). Il concetto è un afferrare l’oggetto per possederlo. La nostra relazione fondamentale con la realtà, è di tipo predatorio-aggressivo.

III.

Ecco perché possono risultare sterili tutti quei tentativi di incentivare una maggiore solidarietà fra le persone semplicemente sulla base di un’istanza morale o etica, che non tenga conto della reale modalità di funzionare dell’assetto psico-somatico degli umani.
Se non iniziamo a lavorare sui motivi e sulle cause di questa chiusura costitutiva alla relazione, non potremo sperare di operare alcun cambiamento concreto nei rapporti sociali e politici.
Ecco perché ogni appello all’accoglienza dell’altro, all’integrazione, alla fratellanza e alla pace, se non è radicato in un lavoro concreto di liberazione da tutti quei blocchi che non ci consentono di amare, non solo è inutile, ma è anche dannoso, perché instilla nelle persone confusione e sensi di colpa che andranno a rinforzare la tendenza all’isolamento difensivo.

Se mi venisse rimproverato di non essere abbastanza aperto all’altro senza spiegarmi come favorire in me questa attitudine, questo non farebbe altro che alimentare in me una rabbia ancora maggiore e un odio ancora più feroce verso l’altro che dovrei amare ma che sento istintivamente che non voglio e che non posso amare.
Non posso amare se ho il cuore bloccato: è questa la sclerocardia di cui parla la scrittura.
Sarebbe come chiedere ad una macchina in panne di portarci da una parte all’altra del paese.
L’unica via per imparare una nuova modalità di reagire nei confronti dell’altro è perciò iniziare a divenire consapevoli di questa paura. Questa paura non è immotivata. Ha delle ragioni e delle motivazioni molto importanti, che vanno ascoltate e comprese. Non può sciogliere un nodo colui che lo ignora diceva Aristotele.

È quindi necessario un lavoro psicologico e culturale che mi faccia comprendere la genesi familiare e storico-collettiva di queste chiusure difensive. Ho bisogno di guarire le ferite subite nell’infanzia al mio bisogno originario di amore. Di vedere come ogni paura dell’altro nasce anche da una ferita che abbiamo subito nella nostra apertura fiduciosa, che è stata tagliata, recisa via chissà quando. Magari piano piano, giorno dopo giorno, un clima di sfiducia e di angoscia, misto a terrore e disillusione, ha configurato il nostro assetto difensivo e impastato di paura.

All’origine perciò ci chiudiamo perché abbiamo paura. Ma questa paura non nasce da un odio dell’altro, quanto piuttosto da un bisogno di protezione, e anche di desiderio dell’altro. Abbiamo cioè fame di relazioni più profonde, che non ci facciano soffrire. Che non ci umilino, che non ci facciano sentire male.
C’è una poesia di Marco Guzzi[2], di cui cito solo alcuni versi, che credo possa concludere bene questo tragitto: 

Confessione del poeta
Ho paura del contatto col mondo.
Ho paura di prendere terra.
Ho paura che il duro contatto
Mi faccia soffrire. Ho paura dei contatti
umani.
Ho paura che non abbiano senso
Per me, e che il non-senso
Mi faccia soffrire, mi costringa
A fingere, a chiudermi
In me stesso, dentro la mia angoscia, e a presenziare
Assente, scisso e angosciato,
A rapporti che mi fanno stare solo male.
Eppure c’è dell’altro
tra le ondate della mia paura.
Io sento
una terra che potrà fruttificare: un’armonia
– sembra follia dirlo –
che sta tranquillizzando il mio bambino
ascoltandone tutta la paura. Lo calma
facendolo sfogare. E così cresce
Lui, che sono io
per quella parte che ancora mi manca
per toccare la mia terra fino in fondo
e fecondarla con forza di uomo.

 

[1] V. Paglia, Il crollo del noi, p.11/2.
[2] M. Guzzi, Nella mia storia Dio, p. 113,

6 risposte a “Paura dell’altro”

  1. Filippo scrive:

    Grazie Francesco per questo tuo testo.. È vero, forse potremmo guardarci con più onestà e smantellare la pretesa di essere aperti e socievoli per natura, quando invece sotto covano – ed è naturale che sia così – tante paure. Già ammetterlo penso che contribuisca a farci sciogliere un po’. Personalmente poi mi accorgo anche di elementi esterni a me, che mi inducono alla chiusura, ovvero sento una reazione a chiudermi al dialogo quando i ritmi della giornata sono stati troppo stressanti, ed è davvero una lotta oggi mantenere un ritmo armonico. Per questo il lavoro interiore non può che accompagnarsi a una rivoluzione delle strutture sociali odierne, che sfavoriscono il desiderio autentico di relazionalità.

  2. Anonimo scrive:

    La risposta Sono i bambini loro sono liberi mentalmente
    E da paure, dal tempo, e da tutto ciò che è un adulto.
    Loro specializzano senza problemi.

  3. Fabia scrive:

    La risposta Sono i bambini loro sono liberi mentalmente
    E da paure, dal tempo, e da tutto ciò che è un adulto.
    Loro specializzano senza problemi.

  4. v scrive:

    Io non credo sia paura dell’altro. Penso sia paura di “se stessi” .
    Nelle relazioni noi ci riveliamo all’altro ma soprattutto ci riveliamo a noi stessi. Abbiamo paura di essere scoperti, di scoprire che non siamo quello che ci piacerebbe essere, che vorremmo essere.
    E pochi sono pronti, disposti e disponibile a questa “amara” quanto straordinaria scoperta.

    • francesco scrive:

      Sono d’accordo con v. Nelle relazioni l’altro mi rivela chi sono e non sempre sono pronto/ho gli strumenti per comprendere, quale parte di me mi sta rivelando.
      In ogni caso credo che relazioni fruttifere possono esserci solo se a monte c’è una minima disponibilità all’ascolto da entrambe le parti. Se i linguaggi in partenza non si incontrano su questo piano, pretendere una relazione fruttifera è irrealistico.
      E’ chiaro che io posso deporre le armi e ascoltare l’altro solo quando sento che non ho niente da difendere….

  5. maria scrive:

    no
    Non sono d’accordo
    Non e’paura
    d’esperienza
    troppa aggressivita’
    troppa invadenza
    si difende la propria autonomia.

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di Francesco Marabotti
Sono nato nel 1992 a Milano, città nella quale ho compiuto il mio percorso di studi, che sto portando a termine con la laurea magistrale in Filosofia. La ricerca di una verità che potesse coniugare l'anelito profondo di una libertà spirituale con la mia vita concreta ha sempre motivato il mio percorso e le mie aspirazioni. Per questo la passione filosofica si è sempre accompagnata ad una visione poetica di una possibile svolta dell’essere umano in questo tempo storico, per fondare una nuova modalità di pensare la realtà e le nostre relazioni.