nov. 2017
Anno 01
Il Fiore Azzurro 26 maggio 2017

La poesia come esperienza iniziatica

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Credo che sia importante riconsiderare la poesia di Ungaretti anche al di là della sua importanza nella storia della letteratura: fin dagli inizi, infatti, nella sua opera si realizza un’esperienza poetica che è stata ancora poco approfondita nella sua reale novità. E la novità di questa esperienza è insita nel fatto che la parola poetica nasce dall’immersione in un mistero abissale e originario nell’uomo. La parola perciò ci indica una possibile via di ricerca al di là dell’io, un orizzonte che molti grandi poeti hanno cercato, negli ultimi due secoli, di percorrere, con vari esiti. Questa sorta di ‘trascendenza’ e di oltrepassamento rispetto ad una forma chiusa di identità e di soggettività può essere oggi letta in un senso iniziatico e profetico.

Leggendo le poesie del Porto Sepolto (prima opera di Ungaretti, pubblicata nel 1916 e poi confluita dal 1919 nell’Allegria di Naufragi) si ha come la sensazione di essere trasportati in un luogo molto profondo, in cui la realtà stessa acquista un senso misterioso eppure evidente. È una lirica profondissima ma essenziale nelle sue parole, oscura eppure limpida, che sembra rivelare qualcosa di essenziale e preciso, che resta però anche velato:

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
d’inesauribile segreto

Così recitano gli ultimi versi della poesia Il porto sepolto, scritta a Mariano il 29 giugno del 1916 e che dà il nome alla raccolta intera. Questa oscurità evocativa, che è un elemento comune a molta poesia e arte moderna, credo che non sia, almeno in Ungaretti, semplicemente uno stile voluto dal poeta o un artificio retorico, ma sia piuttosto una caratteristica strettamente legata al carattere stesso dell’esperienza poetica nuova che si realizza in alcuni autori dell’800 e del ‘900. Alcuni esempi sono Novalis (Inni alla Notte), Rimbaud (Una Stagione all’Inferno) o Campana (Canti Orfici, dove la prima parte è intitolata appunto La Notte).
Saint-John Perse, poeta francese del secolo scorso, spiega questo nesso in maniera molto chiara: “l’oscurità che si rimprovera al poeta nasce appunto dalla notte che essa esplora: l’oscurità dell’anima e del mistero in cui è immerso l’essere umano”. E lo stesso Ungaretti si esprime con termini molto simili: “il mistero c’è, è in noi. (…) La parola ci riconduce, nella sua oscura origine e nella sua oscura portata, al mistero, lasciandolo tuttavia inconoscibile”.

Credo però che questa oscurità possa essere fortemente fraintesa, e che spesso lo sia stata, principalmente in due sensi. In primo luogo l’oscurità di questa poesia difficile da decifrare (questo è il senso del termine ermetico, da cui ermetismo) può essere travisata associandola al soggettivismo e alla complicazione di tanta arte moderna (dalle avanguardie novecentesche in poi) che si chiude su sé stessa, sulla celebrazione dell’originalità dell’autore cui è permesso di fare qualsiasi cosa, anche incomprensibile o insensata, perché giustificato dalla propria ‘libertà creativa’, fino al concetto di ready made (dadaismo) o di ‘licenza poetica’. Il secondo tipo di fraintendimento invece consiste, a mio parere, nell’interpretare questa poesia in un senso ‘letterario’ o formalistico, considerandola cioè come una lirica pura, come un tentativo estremo di sublimazione del linguaggio fino a vertici di assoluta perfezione.
Entrambe queste vie sono state in parte percorse da Ungaretti o dai vari altri poeti di questo filone, ma c’è qualcosa che li differenzia da queste derive artistiche. Oggi questo discernimento potrebbe essere operato con maggiore consapevolezza, sia mettendo a confronto fra di loro gli autori, sia individuando all’interno dell’opera di ciascun autore quali elementi vanno verso il soggettivismo o il formalismo e quali invece vanno in una direzione diversa, che va al di là del controllo dell’io e che perciò si può chiamare direzione iniziatica, come cercherò di spiegare.

Possono essere molto utili ed esplicative, ai fini di questa sottile ma fondamentale distinzione, alcune parole di un filosofo americano, Charles Taylor, che nel suo libro Il Disagio della Modernità (1992) parla di un ambiguo slittamento nel soggettivismo: “moltissima arte moderna si volge risolutamente alla celebrazione delle facoltà e dei sentimenti dell’uomo. Ma alcuni tra i grandissimi scrittori del Novecento non sono soggettivisti in questo senso. Il loro oggetto non è l’io ma qualcosa che lo trascende. Figurano nel numero Rilke, Eliot, Pound, Joyce, Mann e altri ancora. Lo sforzo di alcuni fra i migliori poeti moderni è stato proprio quello di articolare qualcosa al di là dell’io. (…) Tale distinzione ha un grande rilievo nella lotta culturale in atto”.
Queste parole si adattano perfettamente alla ricerca poetica di Ungaretti, nella quale il tentativo di articolare qualcosa al di là dell’io è presente fin dalle prime opere. La parola poetica nasce infatti da un raccoglimento interiore molto profondo, uno sprofondare dentro di sé fino al silenzio assoluto in cui ci si mette in ascolto di qualcosa d’altro:

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
(Commiato)

La parola viene trovata nel silenzio appunto. Ma se l’io del poeta è in silenzio, e questa parola emerge nell’ascolto, allora non viene dal poeta. Chi parla? Da dove viene la parola? Viene da un luogo abissale, situato oltre i confini dell’io cosciente del poeta, che però può coglierla ponendosi in ascolto di questo fiorire del pensiero dentro di sé. L’ascolto è l’immersione in quello che si può chiamare, metaforicamente, il porto sepolto: la parola poetica, il canto, è come un tesoro nascosto nel profondo, come sepolto, e il poeta deve scavare, immergersi nell’abisso per portarlo alla luce, in un movimento di discesa e ascesa.
L’immersione nell’abisso, che è solo il volto rovesciato del mistero umano che si vuole esplorare, porta sempre ad una trasformazione e ad una rivelazione. Abbandonato ogni controllo e ogni concezione precedente fino al silenzio della non-conoscenza, il poeta sprofonda in un’apertura della coscienza, dove la parola diventa l’esperienza di una novità:

Mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
(I fiumi)

Non c’è più un io come soggetto chiuso in sé stesso ma c’è, al contrario, una coscienza fatta di una sostanza molto dilatata e armoniosa, che si riconosce come la carne stessa di un corpo: l’universo è un corpo e l’uomo è una fibra di questa carne viva. Questa consapevolezza arriva come un lampo o un’energia: non è un ‘contenuto’ o una ‘nozione’ ma piuttosto è una dilatazione della coscienza che fa fiorire la parola. In questo senso la poesia può dirsi iniziatica: la parola nasce nel passaggio dall’io ordinario, chiuso in sé stesso, ad un nuovo io più aperto e più libero. Non nasce da una volontà di dire qualcosa, o di ‘comporre poesia’, ma è originata da un passaggio da uno stato ad un altro, da un salto deliberato e incontrollato nell’ignoto, in una disposizione interiore di abbandono e di ascolto. Perciò porta – come si è detto – a una trasformazione e una rivelazione, nel senso che il poeta conosce solo ri-conoscendosi, cioè conoscendosi ogni volta nuovamente in ciò che questo passaggio rivela e trasforma.
Questa nuova “presa di coscienza di sé”, come Ungaretti dice in una prefazione, culmina nell’Allegria di Naufragi (raccolta del 1919 che contiene anche Il Porto Sepolto del ‘16) e in particolare proprio nella poesia I Fiumi, appena citata. Avviene però a lampi, e si manifesta non solo come un ascolto di nuovi canti, nuove parole e immagini, ma anche come correzione di tutte le parole e immagini precedenti, ripulendo cioè le lenti della coscienza da tutte le illusioni e falsificazioni:

il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Le illusioni infatti, ciò che crediamo di essere o di non essere o ciò che crediamo vero o non-vero, e il nostro attaccamento ad esse, generano sempre sofferenza e reclusione. Un esempio è dato dal mito della caverna di Platone (libro settimo della Repubblica): gli uomini sono legati e guardano proiezioni di ombre sul fondo di una grotta. Per iniziare a liberarsi, bisogna prima di tutto che l’uomo si renda conto che le forme che osserva e a cui dà credito e valenza di realtà sono illusorie. Dopo aver riconosciuto l’illusione bisogna che si volti ed esca dal chiuso e dal buio della caverna per iniziare a vedere le vera realtà, le forme della vita e la luce del Sole.
Questo antichissimo racconto, che è alla base della tradizione filosofica occidentale, illustra le tappe iniziatiche che l’uomo deve percorrere per liberarsi. Questo carattere di liberazione riemerge a tratti nell’esperienza poetica moderna, quando questa si fa appunto anche esperienza iniziatica: per molti autori cioè la poesia stessa diventa un cammino faticoso di ricerca di un qualcosa al di là dell’io, o meglio al di là di un io chiuso in sé stesso e perciò anche recluso nella sua caverna piena d’ombre e di illusioni. Questa ricerca si compie nell’apertura che avviene nel passaggio all’ascolto del pensiero poetico e creativo, che è l’unica fonte di libertà autentica e radicale, in quanto ha il potere di ricreare, nella parola, la vita stessa. Ecco infatti alcuni versi dalla poesia Commiato:

poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola

In questa nuova chiave di lettura iniziatica si potrebbe reinterpretare parte della poesia di Ungaretti, come anche di altri autori, e ricomprendere il senso profetico e sconcertante di queste parole, contenute in Ragioni d’una poesia: “l’atto poetico è, qualunque ne sia il prezzo, atto di liberazione (…), non si ha nozione della libertà se non per l’atto poetico”.

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di Andrea Bellaroto
Sono nato nel 1995 a Roma, dove vivo tuttora e conduco una doppia vita: di giorno leggo Ungaretti e scrivo, di notte consegno pizze, sfrecciando per le strade della capitale. Nel tempo libero, studio per finire gli esami della triennale in Lettere.