dic. 2017
Anno 01
L'Ordine del Giorno 29 novembre 2017

Possibile formula

Voci di corridoio dicono “Eureka!”

È chiusa la riforma:
il trittico vince la coppia.
La coppia vince sull’uno.
L’uno riunifica il tutto.
(questa è una riforma per chi ama leggere fra le righe.)

Partendo da una prospettiva sociale a-politica.
Sento dire in questi giorni che le potenze economiche mondiali, le grandi multinazionali, l’intero gruppo politico-finanziario dirigenziale europeo, il sistema d’informazione e persino gli assetti autocratici della curia romana stanno facendo di tutto per conservare, e in certi casi ripristinare, i propri valori assoluti.
Servizi giornalistici, libri, inchieste, dibatti pubblici, canzoni commerciali sfogano il loro “dissenso” ai quattro venti, nonostante la stragrande maggioranza del pubblico si faccia ancora pilotare da un palpabile finto anticonformismo che tenta in tutti i modi di ribattezzarsi: libertà d’espressione (siamo fermi alla teoria della violazione dei tabù!). Tutto questo accade sotto lo sguardo ingenuo della cultura dominante che sembra inseguire il carro del vincitore: l’astensionismo di massa. Si nascondono, o non ci sono proprio, quelle voci pneumatiche fuori dal coro che hanno in ogni epoca infervorato gli animi di chi non voleva far parte di una società pensata e organizzata come imponevano i “poteri forti”. In sostanza: manca una filantropia sociale!

A un primo colpo d’occhio quest’articolo sembrerebbe aprirsi con un dire da politicante, o peggio, da nostalgico sessantottino. Può darsi. Resta il fatto che oggi il sapere, la cultura, la politica, e tutte le forme identitarie che hanno il compito di organizzare ed educare l’uomo in generale, si trovano abbacinate dall’idea di rinnovamento assoluto, di rinascita per la sopravvivenza. Urge in altro senso una concezione globalizzante dell’educazione sociale e governativa; una sorta di paideia aggiornata al XXI secolo. È necessario però, prima di tutto, buttare via ogni cianfrusaglia ingombrante che s’impone al cospetto del presente, mentale e fisico; ogni ofidico passato pronto a strisciare fra i piedi di una realtà in creazione. Via soprattutto l’avidità pungente che circola nelle coscienze collettive, manipolate e formate da una visione fredda e capitalistica che guida l’essere vivente alla sola apatia solipsistica. Infine, basta con la falsa protesta! Basta con questa piagnucolosa tendenza di aggredire i “potenti”, senza scalfirli minimamente perché nella vita di tutti i giorni poi, alla fine, non si guarda oltre il proprio naso. Non si vota! Non si sceglie!
Sto cercando di contenere l’euforia militante (cosa che non m’appartiene, per altro) in favore di una osservazione lucida, come accennavo prima, non politicante, bensì, poetica. Perché di questo è giusto parlare, al momento che c’è in ballo una riformulazione, una creazione di nuovi paradigmi umani.

In questo momento storico la voce della ribellione (poetica) spontanea è assai flebile, si sente appena, e di sicuro non coinvolge quanto il cachinno delle maestranze promotrici del brutto pensiero. Quello sì, capace di raggiungere gli spazi vuoti e di concimare. È un continuo gioco al ribasso quello che si è instaurato: da una parte la politica e la cultura smerciano insignificanza e mediocrità come se non riuscissero – davvero – a produrre altro; dall’altra, la società tarda a concentrarsi, a rifiutare l’immondizia di un pensiero saturo e senza nessun fine, direbbe Kant, che veda in un regno dei fini una possibilità di realizzazione. Si oscura la primavera, oserei dire. Ciò è evidente da anni nel campo dell’arte, dove il brutto è la lente con cui si guarda l’opera. Perciò, nessuna novità se ancora ciò che dovrebbe considerarsi una protesta, un’insurrezione, lascia parecchio a desiderare. Se non altro per una mancanza profonda d’idee.

Mi è impossibile procedere oltre senza fare prima un esplicito richiamo agli articoli precedenti (Riformulare l’ovvio e Il ghetto del sapere) che mi hanno condotto fin qui. Di fatto questa è una riflessione che si articola in articoli che hanno un unico comune denominatore: l’analisi antropologico-culturale contemporanea. Niente di più trascurato oggigiorno.
Nel primo quadro, Riformulare l’ovvio, ho voluto puntare i riflettori sull’urgenza di una comprensione nuova e inedita, in parte ereditata, di cosa può voler dire oggi avere idee comuni. L’ovvietà di certe terminologie, o la formulazione d’interi paradigmi concettuali (che in passato il linguaggio non faticava a ricondurre a sé – penso alla concezione di cittadino, a quella di religione, di famiglia, ad esempio) perdono oggi ogni ragione d’essere. Non si è più capaci di discorrere e di chiarificarsi perché, persi ognuno a riformulare il proprio dire (quando va bene), non si giunge mai al termine. All’accordo.
Nel secondo quadro, Il ghetto del sapere, l’accento fu posto sulla necessità di riequilibrare i rapporti fra ragione e intuizione; fra sapere (Sapienza) e coscienza; fra lo slancio meccanicistico del pensiero, troppo spesso squilibrato in favore di una mentalità euristica, e l’abissalità spiazzante – ma nello stesso tempo nobilitante – della simbolica poetica.
Queste sono le tracce da tenere a mente.

Il terzo quadro, invece, è quello abbozzato sopra. Esso si disegna attorno al desiderio di una natività insorgente, devastante, sempre inedita. Una natività che spalanchi le porte della percezione del mondo, fuori dalle illusioni, e che inglobi in sé lo smascheramento del falso dittatore, rinnovando il desiderio di armonia che pazienta negli animi umani. Questo desiderio è stato nei secoli portato avanti prima dai profeti, che non sapevano d’essere poeti, e in seguito dai poeti che – consapevoli senza inganno – tuonavano e rivendicavano il loro essere profeti (Rimbaud, Campana, Majakovskij).

Sarebbe ora il caso, una volta ricordata questa importante configurazione unitaria (poeta-veggente-profeta) spendere due parole sulla condizione dei giovani (di me stesso) una volta definito il carattere che deve avere il sedicente poeta. Eppure, proprio perché il parlare de “i giovani” è estremamente un proferire politicante, nel senso più dispregiativo e urticante possibile, desisterò. Prima di concludere questo articolo ricorderò tuttavia al lettore le parole di Giacomo Leopardi sui rischi che corre il poeta nascente, o il semplice cittadino che aspira alla rivolta, di cadere nell’“inesperienza” e nell’“eccessivo impeto” dell’animo frescolino. Egli, da uomo di grande sensibilità storica, sentì sulla sua pelle le conseguenze di tali pericoli, e tentò da subito di esorcizzarli nei suoi scritti. Le epoche successive, purtroppo, non fecero altrettanto. Scongiuriamo ora, così, l’avvenire:

“[…] fa maestri credere che vi sia nella vita alcun che di grande e di bello vero, e che il poetico del mondo non sia tutto favola. Le quali cose il giovane crede sempre, quando anche sappia il contrario, finché l’esperienza sua propria non sopravviene al sapere; ma elle sono credute difficilmente dopo la trista disciplina dell’uso pratico… […] Ma d’altro canto si vede che i giovani non accostumati alla lettura, cercano in quella un diletto più che umano, infinito, e di qualità impossibili. […] Quei giovani poi […] antepongono facilmente […] l’eccessivo al moderato, il superbo… al semplice e al naturale, e le bellezze fallaci alle vere”.
(Il Parini, ovvero della gloria in Operette Morali)

Di questi vizi è bene tenerne da conto, pur lasciandosi poi guidare dalla spinta al cambiamento, dal furore dei cuori, stemperando il pessimismo leopardiano e mantenendo allo stesso tempo un sano criterio autocritico.

In conclusione.
Lo spettacolo che ci offre il mondo oggi ha bisogno di una contestazione, e di questo se ne sente un’estrema mancanza. Ogni giorno va in scena il cupo show dei mercati e delle masse succube di un analfabetismo imposto, purtroppo accettato senza reazioni. Questo è il livello della contesa: da una parte c’è chi vuole la crescita del PIL; dall’altra, c’è chi vuole la crescita della Coscienza.
Nessuno spettacolo però va avanti all’infinito. C’è sempre una pausa fra un tempo e l’altro. E in questa pausa, seduti al fondo della platea, ecco spuntare qualche testolina lucida dallo sguardo povero di sacrifici, che nell’istante in cui la polvere confonde la vista di quelli sotto il proscenio dei regnanti, chinano il capo sulla terra umida e trovano il modo di ricavare pura argilla per la nuova creazione.

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di Davide Sabatino
Nato a Torino nell'anno 1991. Vive tuttora in Piemonte sentendo, spesso, una grande nostalgia per Napoli; la città d'origine paterna, frequentata e amata sin dall'infanzia. Il suo Stato attuale: danzante.