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set. 2017
Anno 01
Il Cuore a nudo 5 luglio 2017

Quale pensiero per un mondo nuovo?

Al di là della separazione dall'altro e dalla natura

In questo articolo vorrei concentrarmi su un pensiero che si trova alla radice di molte concezioni errate sulla realtà. È il pensiero della separazione dagli altri e dal mondo.

Molti pensieri, infatti, ci condizionano in modo inconsapevole. Pensieri – fatti di parole – che si sono radicati nel nostro essere magari durante l’infanzia, oppure iscritti nel nostro modo stesso di concepirci come esseri umani, e che condizionano la nostra esistenza. Per questo è importante rimettere in discussione i pensieri e le parole che guidano la nostra esistenza quando avvertiamo la necessità di un cambiamento.

Le parole hanno un enorme potere: producono un effetto immediato sulla realtà, si imprimono sul nostro corpo. Possono dare un sollievo terapeutico o produrre uno stato di malessere. Di solito, non ne avvertiamo l’azione. Produciamo e ascoltiamo migliaia di parole ogni giorno, in modo spesso distratto, come se non avessero alcun effetto sulla salute del nostro organismo. In questo stato di distrazione, è impossibile avvertire gli effetti, benefici o distruttivi, delle parole, del linguaggio e del pensiero, che però ci sono, esistono e ci influenzano. Esiste quindi un pensiero magari inconscio che ci condiziona così tanto da uniformare molti dei nostri comportamenti?

A me pare che a un livello profondo viviamo ancora dando per scontato che il mondo sia essenzialmente ostile, e dunque sia necessario proteggersi per sopravvivere. Questa sorta di paura ancestrale e millenaria, la potremmo esprimere così: “Io sono separato dal mondo circostante. Il mondo circostante mi è ostile, devo difendermi”. Questo è un pensiero che, in modo più o meno consapevole, caratterizza tutti noi. Parole che magari non esprimiamo mai esplicitamente durante la nostra vita, ma che risiedono nel nostro inconscio e che ci influenzano a vari livelli. Se le cose stanno così, se cioè l’universo è nel migliore dei casi indifferente, o addirittura ostile, come arrivò a credere Leopardi identificando la natura con una matrigna crudele, l’assetto esistenziale con cui vivere sarà essenzialmente difensivo e risentito, quindi potenzialmente violento.

Questo pensiero tuttavia non corrisponde alla realtà, ma è una interpretazione della realtà, non l’unica, nata in un’epoca storica precisa, e poi elaborata dal pensiero filosofico, politico ed economico nei secoli successivi.

Ad esempio gli antropologi, studiando la cultura delle tribù primitive e raccogliendo le loro testimonianze, hanno concluso che i nostri antenati non credevano affatto di essere separati dalla natura circostante. Al contrario, avvertivano l’unità di tutti gli esseri con la terra e con la realtà. È solo con il Neolitico che iniziò a farsi strada un altro pensiero, che si potrebbe sintetizzare così: “La natura è separata da me, la posso sfruttare a mio vantaggio. Gli altri sono miei nemici”. L’essere umano perde la connessione con l’ambiente circostante, che diviene sconosciuto e pericoloso. Per questo erige mura a protezione delle città, e tenta di controllare una realtà ormai distante attraverso il dominio su popoli e risorse. Questa divisione tra interno ed esterno si riflette anche sul piano individuale: l’io umano rafforza la propria identità contrapponendosi all’altro da sé, ovvero, nel corso dei secoli, al barbaro, all’eretico, all’austriaco, e così via.

Il pensiero della separazione dagli altri e dalla natura resta radicato per millenni, fino ad oggi. Una convinzione ambigua. Da un lato infatti ci ha permesso di evolverci come specie, dalla nascita delle prime civiltà ai progressi scientifici e tecnologici degli ultimi secoli. Dall’altro ha prodotto distruzione e sfruttamento, tra colonialismo, guerre mondiali e distruzione di risorse e habitat naturali. A livello individuale, abbiamo assistito a uno sviluppo della razionalità e dell’intelletto, che però si sono costituiti a partire da una rimozione di dimensioni altrettanto importanti dell’essere umano, emotive e spirituali, relegate in una dimensione inconscia.

Oggi ci troviamo su una soglia. Nonostante il fallimento a cui ci sta inevitabilmente conducendo, viviamo e siamo educati ancora a un pensiero che ha iniziato a farsi strada durante il periodo neolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Il pensiero neoliberista che oggi domina in modo assoluto, si inserisce infatti nel solco del pensiero millenario della separazione, e della visione utilitaristica del filosofo britannico Thomas Hobbes. Secondo la sua visione, l’uomo era essenzialmente egoista, e nemico (“lupo”) per i suoi simili.

Ora credo sia giunto il momento di mettere in discussione questa convinzione. Non avvertiamo infatti come sempre più insostenibile questa condizione di chiusura e isolamento nella quale siamo costretti a vivere? La sofferenza è dilagante e per l’OMS, nel 2020, la depressione sarà la seconda malattia più diffusa dopo le patologie cardiovascolari. Inoltre sono all’ordine del giorno notizie che ci avvertono del cambiamento climatico e dello sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, che comprometteranno le possibilità di esistenza della stessa specie umana sul pianeta Terra.

Insomma è giunto il tempo di mettere in discussione gli assunti di un pensiero politico, economico e radicalmente egoico, che oggi si rivela inefficiente e distruttivo. È necessario elaborare una nuova visione, autentica, e cioè adeguata ai nostri bisogni reali di condivisione, scambio, empatia, dialogo, apertura all’altro, rispetto per una natura dalla quale non siamo separati.

Ecco alcune considerazioni del fisico Albert Einstein, che ci aiutano ad aprirci verso orizzonti nuovi e inediti:

“Un essere umano è parte di un tutto, chiamato da noi ‘universo’, una parte limitata nello spazio e nel tempo.
Lui fa esperienza di sé stesso, dei suoi pensieri e sentimenti come qualcosa di separato dal resto. Una forma di illusione ottica della sua consapevolezza.
Questa illusione è una sorta di prigione per noi, ci rinchiude nei privati desideri personali e nell’affetto verso poche persone e alle persone vicine a noi.
Il nostro scopo sarebbe di liberarci da questa prigione con l’ampliamento della nostra cerchia di compassione per farvi entrare tutte le creature viventi e a tutta la natura nella sua intera bellezza.”

Einstein definisce quindi come illusoria l’esperienza della nostra separazione dal resto dell’universo. Iniziare a credere a questo significa poter iniziare a cambiare la nostra vita da ora.

Quali scenari si aprono se proviamo ora, in questo preciso momento, a dare credito a questa visione? Cosa accade ad esempio se impariamo ora, con pazienza, a rilassarci nel respiro, sorridendo durante l’ispirazione ad un mondo benevolo, e abbandonando paura e tensioni durante l’espirazione? Cosa succede cioè se iniziamo a insorgere rispetto all’ideologia totalitaria della nostra epoca, quella neoliberista, e a un pensiero ormai disfunzionale che ci vorrebbe separati, isolati, impauriti e disperati?

Un mondo nuovo, e realmente rinnovato nei suoi ambiti (politici, economici, sociali, educativi) può nascere solo da questo preciso punto, dal punto in cui scegliamo di cambiare radicalmente il nostro atteggiamento e il nostro sguardo nei confronti della vita. Questa è la rivoluzione sempre attuale a cui siamo chiamati come uomini e donne della nostra epoca.

di Filippo Tocci
Sono nato nel 1990 a Milano, città dove poi ho compiuto studi umanistici. Ho insegnato lingua e cultura italiana in Australia e attualmente lavoro in una scuola media in Italia. Mi interessa rintracciare i numerosi germogli di una nuova cultura del cambiamento anche al di fuori dell’Europa.