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set. 2017
Anno 01
L'Ordine del Giorno 7 giugno 2017

Dal possibile all’esperienza comune  

La politica non fa la politica;
L’arte non è arte;
Il bello diventa edonismo;
La cultura non fa arrossire l’uomo;
La religione attua divisioni e tristezza;
Il quotidiano annoia;
L’economia è business da oligarchia;
La giostra del parco si spegne;
La memoria è riservata all’olocausto, alle ceneri;
La società è individualità;
Il potere è vigliaccheria da quattro soldi;
Lo stato è finanza e la finanza è illusione;
Il valore lascia il campo al successo, alla classe;
Le idee piangono miseria (quella macabra finta);
La pioggia scende meno repentina, e non sempre;
Il libro è d’uso domestico, per massaie e perditempo, scontato fino all’ultima pagina;
La poesia è poesia. E questo è il guaio più grande!

Non si è ancora trovato rimedio a tutto questo? In uno stato di cosiddetto Diritto, è uno scempio non da poco. Eppure se ne scrivono e se ne leggono a iosa di critiche voluminose, graffianti, come si usa dire in gergo giornalistico, contro codesto sistema definito, a volte saldo a volte liquefatto, a seconda dei punti di vista. Esso ha la struttura esterna, il carattere tenace interno, del sacco da boxe. Prende una quantità di colpi al giorno, provenienti da direzioni varie, e tutto ciò che sembra mostrare è una lieve ammaccatura sulla pelle. Non c’è rimedio: da qui non se ne esce! Tutto è insignificante! dice espressamente la voce prepotente di questo mondo. E ha le sue ragioni per dirlo.

Potrebbe concludersi qui questo breve scritto anti-polemico. Lasciare adagiare il pensiero sulla possibilità che tutto ciò che ci circonda si arresti, si congeli, nella sua infinita insignificanza. Lasciar vincere il corpo invulnerabile del sistema, che fagocita tutto ciò che è speranza e rivalsa dell’essere. Finirla qui, una volta per tutte.
Devo dire che la tentazione non è male. Aggiungere questo testo alla lista delle tesi secondo cui il mondo, l’Occidente in particolar modo, dovrebbe esultare nel capire, al netto d’uno scetticismo infondato, che il suo destino di popolo, di umanità, è inevitabilmente spacciato, proteso verso la rovina definitiva, senza via di fuga; ecco, cedere a questa prospettiva, dicevo, non è poi un pensiero così malvagio. In fondo la Storia anche per Hegel segue visibilmente un percorso dettato dalla Provvidenza, dall’imprevedibile; e la fine, come ci ricorda tutta la mistica medioevale, tutto sommato, ha motivo di non essere troppo ostacolata (nell’accezione dicotomica di fine-inizio, ovviamente).
Siamo giunti al capolinea dopo aver fatto soste spesso vane: Rabberciando alla meglio/ il sistema hegeliano/ si campa da più di un secolo./E naturalmente invano, rammentava Eugenio Montale nelle Poesie disperse.

Ma per mantenermi coerente con il titolo dell’articolo non potrò farmi tentare dall’ebrezza di lasciare in sospeso, sull’orlo del precipizio, la domanda delle domande: quella relativa al senso.
Proverò quindi a proporre una sintesi che abbia come centro la ricerca di una visione alternativa a quella che pone la svalutazione e l’inconsistenza d’ogni cosa, d’ogni possibilità, al di sopra di tutto. Una visione miope e soffocante capace, però, di imporsi sulle altre come fosse Legge inviolabile cui sottostare. Magari pure contenti, o spensierati, a seconda delle situazioni.

Fine e inizio, si diceva, non possono più essere parole di facile comprensione, spendibili per questo in luoghi comuni. Così come anche la terminologia nichilistica per eccellenza (nulla, apocalisse, catastrofe, morte) dubito possa essere compulsata correttamente se non sottoponendola ai raggi x dell’esperienza umana nelle sue più alte facoltà.
Urge, a questo punto, una riformulazione di ciò che prima di questi tempi poteva venir considerato ovvio, elementare, e che invece, oggi, non lo è.
Se prendiamo la parola ‘fine’, ad esempio, troveremo tante accezioni negative, legate a questo termine, quante sono quelle positive. Banalmente, nel momento in cui finirò quest’articolo porrò la parola fine a quest’esperienza. Questo in sé non è negativo (salvo poi accorgersi di aver scritto delle stupidaggini) ma anzi, si manifesterà solo allora il compimento, il de-finirsi, di un qualcosa che solo passando dalla fine potrà avere un’identità: l’articolo appunto. Allora è possibile scrutare come all’interno della parola ‘fine’ germogli, sotto gli occhi di chi sa vedere, l’importanza del compimento, della fine come liberazione dall’indefinito; e non, come univocamente si vuol fare credere, della fine come perdita di senso, di tramonto senza alba, di pietrificazione del reale. Questo, oltre che irrealistico, è anche falso!
Con riformulare l’ovvio s’intende appunto quel processo inderogabile di rivisitazione e di restauro delle parole erroneamente mono-interpretate (specie oggigiorno) come funzionali alla condanna, alla finta fine dell’uomo, alla sua inevitabile perdizione. Tale processo deve quotidianamente avvenire sotto forma di pensiero filosofico, d’impulso alla domanda di senso, di ricerca dell’opposto anche attraverso l’esempio kantiano dell’antinomia: tesi e antitesi. La sintesi che ne uscirà fuori sarà l’effetto del termine – di qualsiasi termine – sulla vita personale di ognuno di noi. E questo è ciò che importa, al di là di una retorica vacua e asfissiante che ci tormenta in ogni dove.
La necessità oggi è quella di riaffermare la parola, la natura polirematica d’ogni singola parola, mirando all’identificazione, alla fusione, della parola con l’esperienza.
Tale sfida è costantemente rilanciata da poeti, filosofi, da uomini saggi di tutti i tempi nascosti negli anfratti della ‘cultura’ che, come una bestia tritatutto, sminuzza il Pensiero rendendolo concime per gli arresi. Rifiutare il concime è andare alla ricerca della fonte, del pensiero dei ‘Nascosti’, per riportare in auge la sfida grandiosa che vede la parola finalmente inseparabile dall’azione.

Niente di nuovo sul fronte Orientale e in parte, solo in parte, su quello Occidentale, venuto a patti con l’ “aggressiva volontà di potenza dell’Est” – come scrisse C.G. Jung nel suo saggio Introduzione all’inconscio – che l’ha “costretto ad apprestare misure di difesa di straordinaria entità, mentre va fiero, contemporaneamente, della sua virtù e delle sue buone intenzioni”. Ad ogni modo è pur vero che parte del pensiero occidentale, grazie anche agli insegnamenti della psicoanalisi, sta rivolgendosi in una riflessione meno difensiva e più intuitiva-comprensiva (in ambito zen si direbbe di attenzione-comprensione) del fenomeno ‘Oriente’. Ed è lì che bisogna trovare insegnamenti utili in questa direzione. Pescando nella tradizione (anche qui da intendersi: quale tradizione?) sono innumerevoli le considerazioni che spingerebbero l’uomo (stesso discorso: quale uomo?) alla ricerca costante di un paradigma che sia all’altezza di una così vasta impresa. Un’impresa che vede la Poesia (?) non più come semplice ‘poesia’, bensì come unico linguaggio superstite, intimamente connesso all’atto fisico-pratico, che si riassume nell’esperienza sensoriale-interiore. La poesia o cambia la sua forma stessa – come in parte è già avvenuto nell’arco del Novecento, cioè torna a riacquistare il proprio archè originario, che ha nel compimento fisico-reale il suo scopo primario – oppure finirà per assimilarsi alla miticità della Letteratura; perdendo così ogni possibilità di sovvertire onticamente il rapporto uomo-mondo e di conseguenza invertire il senso di marcia, ripartendo dal logos.

In conclusione:

L’ovvio va messo in discussione perennemente, come insegna ogni filosofia degna di questo nome. Nulla è più nocivo al pensiero dell’assentire fideistico. Problematizzare l’ovvietà nel contemporaneo dev’essere il fuoco d’ogni atteggiamento nei confronti della comunicazione, della dimensione dialogica dell’esserci – come direbbe Hidegger – e, non per ultimo, del poetare nel senso dell’andare sempre in avanti. Tutto, infatti, sembra spingere all’indietro, o peggio, ipnotizzare nell’ignoranza del presente. Un presente percepito come istante, come attimo da arraffare, in un ‘tempo’ senza sostanza.
Dovrebbe essere chiara ormai l’urgenza di una Riformulazione dell’ovvio che ha, fra le sue infinite conseguenze, quella di ridestare nella ‘cultura’ contemporanea il sopito spirito critico così importante – almeno da Platone in poi – per la nostra piena civiltà.
Aprire gli occhi è allora un dovere civile!
Cultura, Poesia e Sapere devono avere ben chiaro tutto questo per riuscire a recuperare vigore, forza e coraggio, mantenendo viva ogni passione drammatica capace costantemente di stimolare un profondo amore per il dubbio.
Il motore che muove ogni nuovo sapere ha sempre a che fare con il vecchio; e il punto di contatto, fra le conoscenze poetiche e sapienziali della Terra, rimane il valore dell’esperienza. Attraverso l’esperienza autentica, fondata, pratica, si potrà parlare nuovamente di Cultura, cioè di vitalità individuale e collettiva. Un tipo di esperienza che, junghianamente, potremmo dire in conclusione, ci comprende e ci accomuna.

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di Davide Sabatino
Nato a Torino nell'anno 1991. Vive tuttora in Piemonte sentendo, spesso, una grande nostalgia per Napoli; la città d'origine paterna, frequentata e amata sin dall'infanzia. Il suo Stato attuale: danzante.